AMENDOLARA.EU - Foto, Video, Cultura, Tradizioni ed Eventi

Cerca

Vai ai contenuti

Il Giornale Valerio Riva: Grande intervista a Rocco Turi

Centro Studi per Amendolara



Un amendolarese intervistato su il Giornale

Il sociologo Rocco Turi è il massimo esperto italiano
sulla genesi partigiana in Cecoslovacchia e sulla vera storia della Gladio Rossa



INTERNI
Il Giornale, lunedì 6 aprile 1998, p. 6.
(Direttore: Maurizio Belpietro)
INTERVISTA A ROCCO TURI

L'ipotesi del sociologo Turi: nel '78 i cecoslovacchi tentarono di avvicinare Berlinguer a Mosca sabotando il compromesso storico

I killer di Moro addestrati a Praga
Di Valerio Riva

Moretti avrebbe obbedito ai servizi cechi che volevano rompere l'asse Dc-Pci

"Le morti di Pecorelli e Tobagi riconducibili alla pista rossa.
La legge Mosca diede la pensione anche ai redattori di Radio Praga,
che era alle dipendenze del Kgb.
Botteghe oscure incaricò Napolitano di seguire la questione"



Ha detto l'altro giorno il giudice Rosario Priore che per l'attentato al Papa si riapre la pista bulgara "grazie alle documentazioni rinvenute presso gli archivi dell'ex Stasi della Germania orientale". Che fine ha fatto invece, per il delitto Moro, quella pista cecoslovacca di cui si parlò molto vent'anni fa, ma sulla quale sembra poi caduto un silenzio tombale?
Ci sono delle novità interessanti. Sta per uscire un grosso libro (oltre 400 pagine) che rilancerà la questione grazie a nuovi, inediti documenti. Il suo autore è un sociologo che insegna all'università di Cassino e che negli ultimi dieci anni è andato a più riprese avanti e indietro da Praga. Si chiama Rocco Turi e il suo libro si intitola, molto provocatoriamente,
Aldo Moro. Il filo rosso.
Già la storia di questo libro è assai singolare. Il suo editore, Papaleo, è specializzato in editoria elettronica (ed è noto in questo settore con il marchio Aap, che vuol dire, nientemeno, Amazing Astounding Project). Di solito edita dei Cd-Rom che poi vende a grandi giornali o settimanali che ne fanno dei gadget per le loro testate. Una destinazione simile doveva avere anche il libro di Rocco Turi. Per saggiare il terreno, Papaleo ne anticipò, agli inizi di marzo, qualche capitolo su Internet, al sito www.swiftpro.com/moro. Con sua grande sorpresa, in Italia questa anticipazione su Internet non destò alcun eco.
Non così a Praga: il 14 marzo l'importante quotidiano
Lidove Novini pubblicò un articolo a quattro colonne, firmato da un giornalista assai noto, Daniel Deyl. Due giorni dopo la notizia fu ripresa in Slovacchia; poi passò nel resto dell'Est europeo. Da qui è rimbalzata in Italia. Noi, per saperne di più, abbiamo dovuto chiamare l'Istituto italiano di cultura a Praga: lì conoscevano bene Rocco Turi, ma non sapevano niente del libro. Ci hanno indirizzati a un noto interprete, Rudolf Kautsky.
Kautsky raggiunto ci ha detto: "Si, ho lavorato con Turi per vari anni a questo libro, e spero che esca presto sia in Italia che a Praga".
Perché tanta riservatezza? L'ho chiesto a Rocco Turi, quando finalmente sono riuscito a mettermi in contatto con lui: "La pista cecoslovacca del caso Moro", mi ha risposto, "ha lasciato dietro di sé una striscia di sangue. Quando, lavorando a questo libro, nel 1994, ne parlai a Praga con uno della legazione italiana, mi sentii dire: "Stia attento, qui un paio di giornalisti ci hanno rimesso le penne. E i servizi segreti ceki non intendono neanche ora affrontare liberamente il caso". In Italia, come ho scritto nel mio libro, non è che sia andata più liscia. Tutti quelli che in un modo o nell'altro si sono occupati della pista cecoslovacca sono morti ammazzati. Mino Pecorelli, che su
Op aveva scritto che Moro, subito dopo esser stato rapito, era stato "parcheggiato" nell'ambiasciata cecoslovacca, è stato ucciso il 20 marzo 1979. Il 13 luglio dello stesso anno è stato ammazzato il colonnello Antonio Varisco, amico e informatore di Pecorelli: aveva appena lasciato il servizio ed era senza scorta. Walter Tobagi, che era giunto a fondamentali conclusioni sul rapporto tra partigiani, brigatisti e servizi stranieri, è morto ammazzato il 28 maggio 1980. Stessa sorte ha subito il generale Galvaligi, stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa. E lo stesso Dalla Chiesa è caduto a Palermo il 3 settembre 1982…".

E tuttavia, gli obietto, lo scrittore Leonardo Sciascia, che è stato forse quello che in Italia, quando era membro della commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, più ha insistito sulla pista cecoslovacca, e che ci ha anche scritto sopra due libri, è morto nel suo letto…

"Si, ma lei si è mai chiesto come mai, a un certo punto, Sciascia smise di occuparsi di questo argomento e non ne parlò più? Lei ricorderà, credo, la violenta reazione di Enrico Berlinguer quando Sciascia rivelò di aver saputo da Guttuso che il segretario del Pci gli aveva confidato i suoi sospetti sui servizi cecoslovacchi, in relazione col caso Moro. Berlinguer querelò Sciascia, Guttuso, chiamato a testimoniare in tribunale, si ricorda cosa disse?".

No.

"Disse: "Ho dovuto scegliere tra il mio amico Sciascia e il segretario del mio partito". E Sciascia fu condannato. Cose del genere sono successe, del resto, durante tutti i quattro anni della commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani. Il testo della relazione di maggioranza, emesso alla fine dei lavori della commissione, su 203 pagine dedica appena poche e vaghe righe all'ipotesi della pista cecoslovacca; e non solo sdrammatizza e minimizza i sospetti sulla Cecoslovacchia, ma trascura la storia degli ultimi 30 anni, non fa alcun riferimento agli ex partigiani comunisti rifugiati a Praga e allo loro azione anti-italiana".

Come lo spiega?

"Semplice: alcuni membri della commissione erano essi stessi degli ex partigiani. Quando il prefetto di Milano Libero Mazza racconta a Giorgio Bocca di aver conosciuto un funzionario di Bonn che era andato in prefettura a dirgli: "Ho un'informazione da darvi: alla scuola di guerriglia di Karlovy Vary ci sono molti italiani, mi risulta anzi che gli italiani sono il gruppo più numeroso", come commenta l'ex partigiano Giorgio Bocca? Lo scrive nel suo libro: "Le prove di una certa attendibilità sui rapporto con la Cecoslovacchia sono solo indirette e storiche". Pochi giorni dopo il sequestro di Moro, il quotidiano
Avvenire attribuisce ad Andreatta una dichiarazione secondo la quale Moro gli aveva detto di essere preoccupato per le attività de stabilizzatrici dei servizi dell'Est e in particolare della Cecoslovacchia. Andreatta si precipita in commissione e precisa: "Ho smentito subito. Moro non mi ha mai fatto alcuna confidenza". Al massimo c'è stata, spiega, una conversazione tra amici con riferimento alle voci che allora circolavano a Roma… Quando due relatori di minoranza della commissione, Franco Franchi e Michele Marchio, chiedono che venga ascoltato il diplomatico dottor Renzo Rota, uno dei sovietologi italiani più esperti, la commissione rifiuta. E qual è la giustificazione? Che le responsabilità sovietiche erano unicamente di tipo ideologico e culturale".

Ma chi è Rocco Turi? E perché ha scritto questo libro? Si è laureato con Arlacchi con una tesi sulla sociologia della devianza. Dieci anni fa ha pubblicato presso l'editore Rubbettino un libro su devianza e droga. Su questo tema ha lavorato per un po’ all'università di Arcavacata. "Ma le devianze che mi interessano - mi dice - non sono solo quelle legate alla tossicodipendenza. Ci sono anche le devianze politiche. E gli aspetti politici delle devianze indotte dai fenomeni emigrativi. Per questo, quando, a metà degli anni ottanta, la Farnesina bandì una borsa di studio per una ricerca sull'emigrazione italiana in Cecoslovacchia, drizzai le orecchie. Mi stupì che nessuno avesse fatto domanda per ottenere quella borsa di studio: come mai quel tema interessava a me e agli altri no? Vinsi la borsa, andai in Cecoslovacchia e lì cominciai a capire il perché. Quando poi cadde il muro di Berlino, molti giornali italiani,
L'Europeo, l'Espresso, La Repubblica, vennero a intervistarmi. Fu un breve fuoco, poi cadde di nuovo il silenzio. A metà degli anni novanta rispolverai quel progetto. Ebbi un'altra borsa, stavolta del Cnr, tornai a Praga, frugai negli archivi, rifeci tutte le interviste. In seguito, a Roma, andai a scartabellare i documenti del nostro ministero degli Esteri. Il libro è nato così".
Cosa ha scoperto Rocco Turi? L'emigrazione italiana in Cecoslovacchia è cominciata nell'immediato dopoguerra. Nel 1945 l'obiettivo del nostro governo era di cercare di combattere la pesante disoccupazione dell'epoca, collocando nostri lavoratori al di fuori dei confini. Con la Cecoslovacchia fu concluso un accordo per 5mila emigranti. Vi andarono solo in mille. La maggior parte furono assunti nella più grande industria metalmeccanica del Paese, la Poldi,sul tipo della nostra Ansaldo, che aveva urgente bisogno di braccia. Poi, quando ci fu il colpo di Stato a Praga, nel 1948, una parte di quei mille decise di non continuare a lavorare di là dalla cortina di ferro e tornò in patria. A quelli che restarono, si aggiunse una parte della nostra emigrazione in Jugoslavia. Era in prevalenza un'emigrazione politica: comunisti italiani attratti da un Paese dove il comunismo si era già realizzato. Ma dopo la rottura tra Tito e Stalin e il Pci scelse Stalin contro Tito, molti comunisti italiani fedeli al partito rischiavano, arrivando in Jugoslavia, di finire in galera o nei campi di concentramento. O peggio ancora, nei campi di "rieducazione", da cui spesso si usciva solo morti. Qualcuno riuscì a scappare rocambolescamente i Italia. Altri fecero delle fughe più lunghe e complicate: Bulgaria, Romania, Ungheria, e da lì terminarono in Cecoslovacchia. Dopo la sconfitta del Fronte popolare, 18 aprile 1948, cominciarono le fughe dall'Italia dei comunisti compromessi con i preparativi militari del colpo di Stato previsto nel caso il Fronte avesse vinto le elezioni. Fuggirono gli uomini della Volante rossa, quelli del Triangolo della morte; poi quelli della strage di Schio, e compagnia cantando. Era tutta gente che aveva spesso sulle spalle degli ergastoli o pene gravissime. Col mondo diviso stabilmente in due, le loro speranze di tornare un giorno in Italia erano minime, se non nulle. D'altra parte Stalin era persuaso che al massimo entro il 1953 sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale: bisognava dunque preparare gli uomini che, nel momento in cui gli eserciti del blocco sovietico avessero invaso l'Alta Italia dal confine orientale, penetrassero preventivamente nel nostro Paese per operazioni di sabotaggio e di insurrezione. Da quel momento tutti quei disgraziati emigranti furono inquadrati nelle "milizie", che erano appunto formazioni armate. Premessa di quella che poi si sarebbe chiamata la "Gladio rossa".
Quando più di 30 anni dopo (e quasi dieci anni dopo il caso Moro e la sconfitta del terrorismo) il sociologo Rocco Turi arriva in Cecoslovacchia con la sua bella borsa di studio della Farnesina per studiare l'emigrazione italiana in quel Paese, gli ex emigranti italiani che incontra sono dei vecchini abbottonatissimi e soprattutto molto demoralizzati.
Rifiutano di parlare oppure tergiversano. Ma il sociologo Turi è un osso duro. Insiste, torna a interrogarli dopo anni, scava nei loro ricordi. E a poco a poco la verità viene a galla. E' il "filo rosso" che dà il titolo al suo libro.

Eppure, dico a Rocco Turi, Markus Wolff, il capo dei servizi di spionaggio tedesco-orientali, non è d'accordo con lei. Interrogato nei giorni scorsi in Italia, non solo ha negato che la Stasi svolgesse direttamente attività de stabilizzatrici in Italia, ma non ha fatto nessun cenno dei servizi cecoslovacchi. Ha detto invece che semmai, per questo settore, competenti erano i servizi segreti.

"Conosco questa obiezione. Ma è facile smontarla. Prendiamo il caso delle radio che da Praga facevano emissioni in italiano dirette verso il nostro Paese. Ce n'erano due: Radio Praga in italiano e "Oggi in Italia". Radio Praga dipendeva dal Pc cecoslovacco. "Oggi in Italia" era una radio clandestina del Partito comunista italiano. Ho qui la carta da lettera di "Oggi in Italia". Vede? Dà come indirizzo una casella postale di Berlino: "Guido Verdi, Berlino 102, casella postale 429". "Oggi in Italia" aveva una redazione a Roma, presso il partito. Da Roma le notizie venivano mandate a Budapest. A Budapest le controllavano e manipolavano e le rispedivano a Praga. Da Praga venivano diffuse via radio verso l'Italia. Sa cosa dicevano a Praga i redattori di "Oggi in Italia"? Me lo hanno raccontato gli ex. Dicevano: "Arriva l'Mti". Cos'era l'Mti? L'agenzia di notizie ungherese. Capisce cosa voglio dire? E' difficile credere a queste vecchie spie dell'Est quando parlano di ripartizione "regionale" dei servizi. E' solo un modo per confondere le acque. Un indirizzo a Berlino, un centro raccolta e smistamento a Budapest, a Praga la stazione radio-emittente.. In realtà, chi dirigeva tutta l'operazione stava a Mosca, negli uffici del Kgb".

Kartel Bartosek, uno degli autori del Libro nero del comunismo, in un altro suo libro, Les Aveux des archives, che ha per tema soprattutto il processo Slansky, ma che parla molto anche dei rapporti tra il Pci e Praga, dice che fino al 1948 Stalin aveva demandato a Tito e alla Jugoslavia la supervisione sul Partito comunista italiano; dopo la rottura con Tito, questo incarico passò al Pc cecoslovacco e Praga era il punto di riferimento sia per il Pci sia per il Pc francese: da lì passavano i soldi, gli ordini, le spie, eccetera. Ma poi venne la primavera di Praga, Dubcek, i carri armati russi invasero la Cecoslovacchia e qualcosa si ruppe…

"Certo. Il '68 è il vero spartiacque. Nella primavera del 1969, per esempio, "Oggi in Italia" viene chiusa. Molti suoi redattori (per la maggior parte ex partigiani) vengono bruscamente licenziati e costretti al silenzio. I più riescono a tornare in Italia. Ne restano, dopo il ridimensionamento, nove in tutto. Vengono "trasferiti" a Radio Praga e imposta loro una linea molto precisa: ignorare la disapprovazione espressa dal Pci nei confronti dell'intervento sovietico; stigmatizzare con durezza il comportamento del partito italiano; Enrico Berlinguer deve essere sempre definito "un traditore senza appello". Ma non tutti i nove "trasferiti" accettano. Qualcuno si rifiuta di trasmettere testi che non condivide. La repressione è durissima".

E allora cosa succede?

"Chi perde il lavoro è soccorso dal Pci attraverso la provvidenziale applicazione di una legge dell'11 giugno 1974 (la legge Mosca) che riconosce il "servizio" svolto all'estero per conto di partiti e organizzazioni sindacali. Grazie a questa legge i redattori licenziati da Radio Praga possono rientrare in Italia e ricevere una pensione. E' l'attuale ministro degli Interno, l'onorevole Giorgio Napolitano, che all'epoca viene delegato da Botteghe Oscure a seguire da vicino i problemi dei redattori licenziati da Radio Praga".

E per gli altri emigrati?

"Anche tra loro si crea una netta divisione. Da una parte gli "amici" o "tradizionalisti", cioè quelli che hanno accettato il nuovo corso e di lavorare contro il Pci di Berlinguer; dall'altra quelli che stanno con Berlinguer, e che vengono chiamati "separatisti". Nel 1973-74 si svolgono a Praga, presso il Comitato centrale del Pcc, una serie di colloqui in gran segreto a cui partecipano esponenti politici italiani, molti della frangia "tradizionalista" del Pci e alcuni fidati intellettuali".

Di che cosa si parlò in quei colloqui?

"Un ceko, presente per ragioni di lavoro, mi ha raccontato di essere rimasto terrorizzato da quanto ascoltò in quei colloqui: "Ho paura - mi ha detto -, non ne ho mai parlato neppure con la mia famiglia…". Da altre testimonianze, comunque, ho potuto capire che lo scopo di quegli incontri era preparare una "strategia d'intervento comune" (Mosca, Pc cecoslovacco, compagni "tradizionalisti" italiani) nel caso si rendesse necessario un intervento "correttivo" diretto per riportare il Pci all'ortodossia…".

Il delitto Moro rientra in questa strategia d'intervento comune?

"le dirò solo una cosa: il 1976-77 segna il momento cruciale dei rapporti tra Pc cecoslovacco e Pc italiano. A Praga, in quel momento, si era certi che il compromesso storico fosse arrivato alla fase concreta e conclusiva di realizzazione. E che fosse necessario impedire a ogni costo questa realizzazione. Le Brigate rosse entrano in azione il 16 marzo 1978…".

Lei pensa dunque che c'è un rapporto tra Br e servizi cecoslovacchi?

"Faccio un discorso diverso. Io osservo che c'è una frattura tra le Brigate rosse prima fase e le successive Brigate rosse. La prima fase è quella di Franceschini e Curcio. E' la generazione di brigatisti che, come Franceschini, come Pelli, sono andati in Cecoslovacchia prima del 1967. C'è una seconda fase di "turisti della rivoluzione", come Feltrinelli, Viel, eccetera, che vanno in Cecoslovacchia prima del 1972, cioè prima che Berlinguer diventi segretario del Pci. Queste due fasi vengono messe fuori gioco: Curcio e Franceschini arrestati, l'organizzazione di Feltrinelli scompaginata dalla morte del suo capo. Dopo il 1973 c'è quella che io chiamo la "terza generazione dei brigatisti".

Che differenza c'è?

"Curcio e Franceschini teorizzavano, dopo il "tradimento" del Pci, la rivoluzione armata e la realizzazione di un'utopia. La "terza generazione", funzionale alle consegne ricevute da Praga, trama per un più concreto e immediato risultato: la rottura dell'asse Dc-Pci e il riavvicinamento del Pci a Mosca. C'è persino una data per questo passaggio delle consegne: l'8 settembre 1974. La data dell'arresto di Curcio e Franceschini".

E l'uomo della "terza generazione" chi è? Moretti?

"E' quello che io suppongo"

Ma su che basi?

"La prima: Moretti cambia completamente i metodi di reclutamento del personale delle Br. Recluta soltanto persone dalle rigorose origini comuniste e dalla disponibilità a compiere azioni clamorose. E' il metodo consigliato nelle scuole di addestramento cecoslovacche. La seconda: si è spesso detto che il Comitato esecutivo delle Br aveva sede in una località "a oltre 300 km da Roma". E si è dunque supposto che questa sede fosse dalle parti di Firenze. Io credo invece di sapere, da certi indizi di cui parlo nel mio libro, che fosse a Siena. Siena, sede di una grossa colonia di studenti cecoslovacchi. L'unico che ha fatto un'ipotesi in questo senso sulla localizzazione di quello che lui chiama il "sinedrio" è stato Walter Tobagi. Lo ha scritto il 20 aprile 1980. Poche settimane dopo lo ammazzavano".

Lei dunque è persuaso che in Cecoslovacchia ci fosse non solo il centro operativo del terrorismo in Italia, ma anche i campi di addestramento?

"Guardi, in Italia questo lo sapevano tutti: i nostri servizi segreti, i nostri ministri, e soprattutto il Partito comunista. Lo sapevano da almeno 30 anni prima del delitto Moro. Ho avuto fortuna: negli archivi del ministero degli Esteri ho messo le mani su due serie di documenti: una del 1950 e una del 1952. In quelli del 1950 è individuata, in modo molto chiaro, una scuola di sabotaggio a Dobrichovice, a 25 km da Praga, a cui partecipano 14 italiani. Questa scuola di sabotaggio preoccupa molto il nostro controspionaggio, perché una nostra spia viene a sapere, dalla moglie di uno di questi quattordici, che a Dobrichovice l'addestramento è finalizzato alla realizzazione di un "putsch" in Italia, previsto per il febbraio 1951 (la notizia trova riscontro in una serie di informazioni in Italia). I documenti del 1952 invece parlano di 60 italiani ripartiti tra 3 "scuole di attivizzazione", due a Praga e una a Bratislava. Nella prima si svolgono corsi di "attivizzazione politica", per istruire gli "allievi" a sorvegliare gli italiani residenti in Cecoslovacchia; nella seconda corsi di "meccanica pesante": è una scuola "per terrorismo e propagandisti armati". Uno degli insegnanti è l'ex capo partigiano Moranino. Il corso dura tre anni. Al termine gli "allievi" vengono reintrodotti clandestinamente in Italia. La terza scuola svolge corsi di "attivizzazione taglio e cucito"…".

Taglio e cucito?

"Si, sono corsi per le donne. Si tratta di imparare a confezionare divise, camuffamenti, eccetera. A fianco di queste scuole c'è anche un giornale:
Democrazia popolare".

Chi le dice che questi campi hanno funzionato fino alla fine degli anni settanta?

"Ho parlato con italiani che li hanno frequentati. Ma badi, non si trattava di campi: in qualche caso erano semplici appartamenti oppure "villini" di cui parla anche Franceschini. I nostri servizi disponevano percino degli elenchi dei nominativi delle persone che in tempi diversi avevano frequentato queste scuole: più di 600 persone".

Chi sapeva in Italia?

"Andreotti sapeva tutto. U questo argomento, ci fu, il 18 maggio 1973, alla Camera uno scontro tra Bufalini e Andreotti. Bufalini accusò andreotti di avere detto delle "baggianate gravi" affermando che l'Unione Sovietica aveva addestrato… Andreotti lo interruppe: "Io non ho detto Unione Sovietica. Lo sta dicendo lei". "Allora mi dica", insistette Bufalini, "a quale Paese si riferiva". E Andreotti, freddamente: "la Cecoslovacchia".

E Bufalini?

"Si impappinò. Borbottò che erano "argomenti da fascisti". Tagliò corto. C'era poco da obiettare. Nel Partito comunista sapevano tutto di quelle "scuole d'attivazione". Gli avevano persino dato un nome: la "Scuola politica del compagno Sinka".

Perché nessuno ammise mai di sapere?

"La scusa era: non disturbare la pace in Europa".

E in Italia?

"Bè, non disturbare la consociazione".




L'intervista al sociologo Rocco Turi è contenuta nell'intera pagina 6, che è corredata da cinque fotografie e la seguente didascalia:

Nella foto grande, il cadavere
di Aldo Moro in via Caetani. A
sinistra, l'ex br Mario Moretti. Al
centro, il giornalista Mino Pecorelli
(sopra) ed Enrico Berlinguer,
ex segretario del Pci. Qui sopra,
il sociologo Rocco Turi, autore
del libro "Aldo Moro. Il filo rosso".


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato sei anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004


Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero.
I lettori degli Stati Uniti possono rivolgersi alla Library of Congress.

www.amendolara.eu
24 marzo 2013



Home | Presentazione | News | Galleria Fotografica | Monumenti | Feste e Tradizioni | Video | Contatti | Download | Links | Guestbook | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu