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Il Giornale Stefano Lorenzetto: Grande intervista a Rocco Turi

Centro Studi per Amendolara



Un amendolarese intervistato su il Giornale

Il sociologo Rocco Turi è il massimo esperto italiano
sulla genesi partigiana in Cecoslovacchia e sulla vera storia della Gladio Rossa



Il Giornale, 4 agosto 2002, p.8
Direttore: Maurizio Belpietro
INTERVISTA A ROCCO TURI

INTERNI
TIPI ITALIANI
Rocco Turi

Laureato con Arlacchi, s'è autoescluso dal giro dei "Violante boys" scrivendo
il libro nero del comunismo italiano.
"Che nessun editore vuole pubblicare, perché c'è sotto un inciucio colossale"

"Ho scoperto come la Cgil aiutò
la Gladio rossa fondata a Praga"
Di Stefano Lorenzetto


"I partigiani ricercati per crimini furono fatti fuggire in Cecoslovacchia. L'ex ministro Barak mi disse che lavoravano per il Kgb. Tra loro Moranino e Tolomelli, poi eletti parlamentari col Pci. Il sindacato gli offrì come copertura il periodico "Democrazia popolare" e distaccò numerosi funzionari ad aiutarli"

"Radio Oggi in Italia preparava il golpe nel nostro Paese, che fu tentato nel '51. I partigiani si difendono l'un l'altro: in punto di morte Taviani chiama "secchiani" gli assassini del suo amico Moro. Almeno 462 militari dell'Armir rimasero nell'Urss dopo la disfatta del Don: il nostro governo sapeva e tacque"


SEGUE DALLA PRIMA


(…) testimonianze. Basta darci un'occhiata per capire il perché. Capitolo 1: "La fuga dei partigiani all'Est raccontata dai protagonisti". Capitolo 2: "Nasce la Gladio rossa". Capitolo 3: "La politica anti italiana della Cgil". Arrivati a questo punto, figurarsi se ai funzionari delle varie case editrici veniva l'uzzolo di proseguire almeno fino al capitolo 5 ("Le scu9ole di sabotaggio e terrorismo e il tentativo di putsch in Italia"), o 6 ("Le origini delle Brigate rosse"), o 7 ("Dinamica del rapimento dell'onorevole Aldo Moro"), o 9 ("La politica della consociazione fra Dc e Pci"). O di compulsare le copie originali di
Democrazia popolare, "giornale dei lavoratori italiani in Cecoslovacchia", cioè l'organo ufficiale della Gladio rossa pubblicato a Praga, che sotto lo slogan "Cest pra'ci: onore al lavoro!" recava in testata questa magica sigletta: C.G.I.L. "Proprio così, era edito con i soldi del sindacato di Giuseppe Di Vittorio", conferma Turi, "e legga un po’ qua alcuni dei suoi titoli". Ne bastano un paio: "Si apre la scuola politica per tutti i nostri emigrati" e "Ogni operaio un lettore dell'Unità". Tutto chiaro.
Siccome al professor Turi piace fare le cose per bene, il suo libro nero del comunismo italiano è per di più corredato da una corposa appendice in cui dimostra come almeno 462 militari dell'Armir (Armata italiana in Russia), mai dati ufficialmente né per morti né per dispersi nella tragica ritirata dal fronte sul Don, siano rimasti a vivere in Unione Sovietica sotto falso nome. Con l'aggravante che furono usati contro il nostro Paese e il governo italiano sapeva ma tenne nascoste le prove.
Ora capite perché questo docente calabrese di 52 anni, originario di Amendolara, sia considerato un esperto di devianza politica. E anche perché alle aule dove tiene le sue lezioni del corso di laurea in scienze del servizio sociale abbia preferito, per espormi lo scabroso dossier, una sala dell'albergo Alba, che s'è fatto riservare per un'intera mattinata. Lì, nella penombra del seminterrato, mi ha bombardato di carte top secret, di materiale diplomatico, di lettere scritte in slavo e in cirillico, di giornali ingialliti del tempo, di foto, di video. Alla fine dovevo avere l'aspetto della sovrastante abbazia di Montecassino il 16 febbraio 1944, all'indomani del devastante raid aereo alleato: una maceria fumante.
A questo genere di incursioni il professor Turi è abituato. Dopo l'attacco alle Torri gemelle, lo stato maggiore dell'Esercito lo ha chiamato alla Cecchignola a tenere un corso per i generali, forse tenendo conto del fatto che si laureò in scienze sociali all'Università della Calabria con una tesi su "La paura della guerra in Europa". Suo relatore fu Pino Arlacchi, che allora insegnva "Analisi delle classi e dei gruppi sociali" e con il quale l'allievo da 110 e lode aveva cominciato le prime indagini su 'ndrangheta e traffici illeciti nella zona di Crotone. Dopodiché il maestro ha spiccato il volo sulle ali della lotta mondiale alla mafia, diventando addirittura sottosegretario generale delle Nazioni Unite e direttore esecutivo dell'ufficio Onu per il controllo delle sostanze stupefacenti. Mentre il professor Turi è finito come vi ho detto.

Che materia sarebbe la sociologia della devianza?

"Una materia che va dagli scugnizzi napoletani a Osama Bin Laden".

Quindi lei è uno scienziato della malavita.

"La metta così".

Chi è oggi un mafioso?

"Una persona che vuol fare soldi".

Ieri no?

"La mafia tradizionale esercitava tre poteri: protezione, repressione, mediazione. Non era basata sul denaro. Il mafioso non aveva bisogno dei soldi, non sapeva che farsene. Aveva bisogno di sentirsi chiamare "don", di farsi riverire, d'essere considerato uomo d'onore. Prenda il dottor Michele Navarra, nato, vissuto e ammazzato a Corleone. Negli anni 50 vinse il concorso per esercitare la funzione di medico provinciale a Palermo, eppure preferì restare al suo paesello. Perché lì si sentiva un capo, il signore del luogo. La carriera mafiosa non ha nulla di ereditario. Bisogna dimostrare sul campo d'essere degni di far parte dell'onorata società. Per diventare boss ti chiedono di uccidere qualcuno, è quella la prova estrema.

Perché non ha avuto anche lei una luminosa carriera alla Arlacchi?

"Evidentemente non faccio parte del giro dei Violante, dei Caselli, dei De Gennaro".

Un esempio di devianza politica.

"Ma non per vocazione. Nella storia della Gladio rossa mi sono imbattuto per caso".

Racconti.

"Finiti gli studi con Arlacchi, mi rivolsi al ministero degli Esteri per ottenere una borsa di studio. Nell'elenco delle proposte giacenti alla Farnesina trovai questo titolo: "Studi sulla presenza italiana in Cecoslovacchia". Mi attirò. Ebbi l'impressione che non fosse stato inserito per caso".

Si spieghi.

"Erano da poco terminati i lavori della commissione Moro, con tutto il corollario di sospetti sul Grande Vecchio e sull'addestramento dei brigatisti rossi in Cecoslovacchia. Ministro degli Esteri in quel periodo era Gianni De Michelis, un grande, bisogna riconoscerlo. Col senno di poi dico che quel titolo aveva il preciso scopo di invogliare qualcuno a riprendere le indagini dal punto in cui s'erano interrotte. Non sapevo che quel qualcuno ero io. In genere le borse di studio non sono altro che pretesti per far vacanza in Inghilterra o negli Stati Uniti. A nessuno viene in mente di andare a soggiornare all'Est. Io ci cascai. E mi ritrovai, unico occidentale, in alberghi di Praga e di Brno affollati da ricercatori vietnamiti, cubani, angolani, gente proveniente da Paesi comunisti, insomma. Continuai a tornarci per anni, prima a mie spese, poi con un'altra borsa di studio del Consiglio nazionale delle ricerche. Ero di casa nei ministeri, all'Accademia delle scienze di Praga, negli istituti di sociologia. Passai in Cecoslovacchia almeno sei estati, sempre indagando".

Con quali risultati?

"Scoprii uno scenario di devianza partigiana che fino ad allora era stato tenuto nascosto. Trovai le prove dell'esistenza della Gladio rossa. Tornato in Italia, ebbi la sorpresa di vedere che in uno sceneggiato della Rai,
La piovra 6, un giovane studioso italiano, il professor Canevari, veniva ucciso propria a Praga mentre indagava su fatti storici insabbiati. Una divagazione narrativa che nell'economia della trama mafiosa occupava uno spazio assolutamente sproporzionato".

Un "segnale" trasversale destinato a lei?

"Ma no, ci rido sopra, ci mancherebbe. Però la coincidenza si faceva notare".

Chi mise in piedi la Gladio rossa?

"I partigiani del Pci che s'erano macchiati di gravi crimini alla caduta del fascismo. Costoro furono aiutati a fuggire in Cecoslovacchia. Arrivati là, gli cambiavano cognome. Venne dato fondo ai colori dell'arcobaleno: Rossi, Bianchi, Verdi, Neri. No, a pensarci bene, Neri no, neanche uno… Un nome locale non potevano assumerlo, perché non conoscevano la lingua, tranne uno che parlava un po’ di russo".

Epoca?

"Metà del 1949. In una "riservata doppia busta raccomandata" datata 18 agosto e inoltrata al nostro ministero dell'Interno da fonte fiduciaria si apprende che nel maggio precedente 22 italiani sono giunti a Seletic per svolgere compiti non chiari. L'informatore parla di elementi scelti fra i 24 e i 30 anni. "Tutti hanno avuto esperienza militare e partigiana durante l'ultimo conflitto", si legge della nota. “Ricevono quattro visite alla settimana da parte di un dottore in filosofia dell'Università di Praga, anch'egli italiano. Durante il recente congresso del Partito comunista ceco, il gruppo ha ricevuto anche una visita dei capi della delegazione del Pci".

In concreto che cosa facevano?

Collaboravano con l'Urss per approntare un'azione militare in Italia. C'era un famoso gelataio di Praga, Giovanni N., incensurato, che tornava regolarmente nel nostro Paese con la scusa di trovare i parenti e in realtà portava nella valigia documenti. In proposito esiste la precisa testimonianza di Rudolf Barak, ministro degli Interni ceco dal '53 fino al '61, che fu esonerato da tutte le cariche, arrestato e condannato a 15 anni di reclusione. E' apparsa il 23 novembre '90 sul giornale Lidové Noviny, poi lui me la confermò quando andai a intervistarlo: "Molti emigrati italiani a Praga erano al servizio del Kgb e della polizia segreta ceca", disse. Fra questi citava rancesco Moranino, comandante partigiano nel Biellese con il nome di Gemisto, accusato di omicidio continuato aggravato per aver fatto uccidere nel novembre '44 cinque partigiani e due donne, condannato nel '56 all'ergastolo, eletto deputato nel Pci e infine graziato dal presidente Saragat: s'era cambiato il cognome in Moretto. E Araldo Tolomelli, capo partigiano nel Bolognese, che fu senatore del Pci per due legislature tra gli anni 70 e 80".

E il governo italiano che faceva?

"Sapeva. Tanto che nel febbraio '51 sventò un tentativo di colpo di Stato dell'Est ai nostri danni. Fu allora che si decise di istituire la Gladio bianca che oggi conosciamo, quell'organizzazione Stay Behind in collegamento con la Nato che avrebbe dovuto organizzare la resistenza proprio in caso d'invasione da parte del blocco comunista".

Un pericolo reale.

"L'Urss aveva affidato un compito preciso a ciascun Paese satellite. Dall'Ungheria sarebbero partite le truppe aviotrasportate per invadere l'Italia. Alla Cecoslovacchia competevano le azioni di sabotaggio e la propaganda. Il Pci dava non una mano, bensì entrambe le mani. Il braccio operativo era la Cgil e il suo organo ufficiale,
Democrazia popolare, che si preoccupava persino, come mi ha raccontato Francesco Millo, un napoletano emigrato a Praga, di impedire che gli italiani si recassero al nostro consolato per farsi rinnovare il passaporto. Chiaro lo scopo: avrebbero potuto essere interrogati dai funzionari e lasciarsi sfuggire qualcosa. Guardi questo trafiletto di Democrazia popolare: "Si consiglia a rivolgersi prima all'incaricato sindacale della località e poi, se necessario, a scrivere a noi che possiamo molte volte fare tutto senza essi si scomodino". Italiano incerto ma intendo inequivocabile. Numerosi sindacalisti della Cgil furono trasferiti in Cecoslovacchia per coordinare questo lavoro politico".

Avevano un quartier generale?

"La Gladio rossa ruotava intorno a Radio Oggi in Italia. Vi erano due distinte redazioni, denominate A e B. La redazione A era quella "normale", in cui hanno lavorato comunisti come Sandro Curzi, l'ex direttore del Tg3 oggi alla guida di
Liberazione. La redazione B entrava in azione soltanto la sera per lanciare proclami contro l'Italia e la Nato. I redattore non s'incrociavano neppure nei corridoi, quelli della A non conoscevano i colleghi della B e viceversa. Gli ascoltatori potevano scrivere a una casella postale ubicata a Berlino Est e la Stasi, il servizio segreto della Germania orientale, faceva arrivare la corrispondenza fino a Praga".

Perché su queste vicende non s'è mai fatta luce?

"Perché esiste la solidarietà partigiana. E' vietato fare revisionismo in Italia, l'ha appena detto anche il presidente Ciampi, no? La Repubblica nata dalla Resistenza non fa distinzione fra partigiani devianti e partigiani onesti, fra buoni e cattivi. Tutti i partigiani devono essere uguali: santi. Sono una grande famiglia, si difendono l'un l'altro. Pensi all'ipocrisia di un partigiano cattolico come Paolo Emilio Taviani, ben compendiata nel suo ultimo libro,
Politica a memoria d'uomo, appena uscito postumo".

Taviani ipocrita?

"Ma si, proprio lui che fu ministro alla Difesa dal '53 al '58 ed ebbe l'incombenza di strutturare la Gladio bianca, si guarda bene dall'occuparsi del filone cecoslovacco nell'uccisione del suo collega di partito Aldo Moro. Si limita a indicare "una zona d'ombra nei legami tra brigatisti e superstiti secchiani". Non li chiama mai partigiani. Solo "secchiani". Eccola qui la solidarietà partigiana! Scrive che "era un'anziana secchiana" la donna che a Torino ospitava Mara Cagol, moglie del fondatore delle Br, Renato Curcio. "Era secchiano" Giorgio Conforto, agente del kgb e padre di Giuliana Conforto, che diede rifugio a Valerio Morucci e Adriana Faranda, i carcerieri di Moro, in viale Giulio Cesare a Roma. "Era secchiana" la proprietaria dell'appartamento di via Gradoli. "Era un'anziana militante secchiana" la vecchietta che nascondeva le armi sotto la sottana e le portava nel covo br di via Fracchia a Genova. "E non ereano forse di origine secchiana" i brigatisti Alberto Franceschini e Prospero Gallinari? Per due decenni, afferma Taviani, il Pci perseguitò "i secchiani", ma alcuni di loro trovarono ospitalità e sostegno in Cecoslovacchia".

Ah, ecco.

"Taviani è un partigiano, quindi non parla male dei partigiani. In punto di morte salva il Pci e preferisce prendersela solo con Pietro Secchia, compagno deviante, fingendo di ignorare che era stato un famoso capo partigiano. Taviani non dice che il primo brigatista rosso riparato a Praga, Augusto Viel, ricercato per l'assassinio di un portavalori a Genova nel '71, fu aiutato a espatriare dall'editore Giangiacomo Feltrinelli, nome di battaglia Osvaldo, animatore dei ricostruiti Gap, cioè Gruppi di azione partigiana. Non c'è brigatista rosso che nelle sue memorie non si richiami al mito partigiano. Così per anni è stata coperta la prima causa del terrorismo in Italia. La stessa commissione Moro era controllata da partigiani e si guardò bene dall'interrogare partigiani che non potevano non sapere. L'unico a distinguere fu Leonardo Sciascia, un cane sciolto, un uomo libero. Per questo gli ho dedicato il mio libro che non vedrà mai la luce".

Quindi resteranno nascoste anche le verità sull'Armir?

"E' da '55 che la commissione speciale dell'Onu ha accertato che, su 228.960 militari italiani presenti sul Don all'inizio della battaglia, 462 furono fatti prigionieri dai sovietici e non risultano né morti né dispersi".

Che fine hanno fatto?

"Sono stati convinti a restare in Urss con la lusinga di una vita di benessere. Pur di evitare la fame, il freddo e la Tbc, accettarono. Il nostro governo tacque: come avrebbe potuto spiegare agli italiani che nel paradiso rosso si stava meglio che da noi, che i comunisti non mangiavano i bambini? Inoltre la retorica reducista imponeva che i nostri soldati dispersi in Russia e mai più rimpatriati fossero tutti morti e tutti eroi. Nel '91 - '92 ci fu la ricerca congiunta italo-russa delle tombe. Si spesero miliardi per recuperare delle povere salme. Ma che indagine sarebbe? Un lavoro da becchini, semmai. Io sto ai documenti che ho rinvenuto a Roma, a Praga e negli archivi Onu a Ginevra. In un documento "riservato" del 3 ottobre '55 si leggono i nomi di ben 69 italiani la cui presenza in vita nell'Urss fu accertata dopo la fine del conflitto attraverso testimonianze o cartoline. Compresi quattro ufficiali: il tenente colonnello Carlo Scaglia, il maggiore Antonio De Felice e i capitani Eustachio De Gaglia e Paolo Ghira".

Lei personalmente quanti ne ha scovati?

Circa 200. Ma potevo arrivare a 600 nomi. Bastava continuare le ricerche. Sono in possesso di corrispondenza che questi italiani "morti o dispersi" nelle steppe ucraine, per lo più celibi, inviarono ai parenti dopo la fine della guerra. Il signor Lupo di Cosenza mi ha fornito una cartolina speditagli negli Anni 50 dal fratello 'disperso'".

Sembra la trama del film I girasoli con Mastroianni e la Loren…

"Bè, Vittorio de Sica aveva capito tutto per conto suo già nel '69".

E' incredibile che ancor oggi molti famigliari ignorino la verità.

"La retorica reducista resiste. Lo scorso anno fui invitato da Giovanna Milella al programma
Italie su Raitre. Presentando il mio racconto, la conduttrice parlò di "un'autentica bomba". La redazione fu inondata da migliaia di telefonate e fax di parenti che volevano saperne di più. Alla fine della diretta, mi chiamò il curatore della trasmissione Giulio Martini: "Lei domani sarà lo storico più famoso d'Italia, le mando una troupe per un'altra intervista". A me scappava da ridere. Questo non sa in che razza di pasticcio ha infilato il dito, pensavo tra me e me, lo fermeranno prima. Infatti la puntata successiva fu trasformato in un servizio addomesticato, in cui si dava largo spazio alle tesi tranquillizzanti dell'ufficio Onorcaduti del ministero della Difesa. In seguito venni a sapere che la mia intervista era stata tagliata dopo l'intervento della direzione generale della Rai. Non sto a raccontarle le insolenze scritte contro di me da Melchiorre Piazza, presidente dell'Unione nazionale italiana reduci di Russia. Ho dovuto sporgere querela. Ma un giudice di Milano l'ha archiviata".

Adesso potrebbe consegnare il suo libro alla commissione d'inchiesta sull'archivio Mitrokhin.

"Ma anche lì, pur con tutta la buona volontà dell'ottimo Paolo Guzzanti, stia tranquillo che alla fine perverranno a una conclusione politicamente corretta. Sotto questi temi c'è un inciucio colossale, creda a me. Erta il 20 marzo di due anni fa quando alla Camera l'onorevole Pietro Giannattasio, parlando di Kgb e campi di addestramento in Cecoslovacchia, chiese al governo "di convocare per un'audizione un certo professor Rocco Turi". Lei crede che mi abbiano convocato? Lasciamo perdere. Per me la storia si chiude qui. Torno a occuparmi d'altro".

Di che cosa?

"Sto scrivendo un libro sulla devianza. Mi interessano questi bambini del 2002 che crescono praticamente soli perché i genitori devono lavorare. Un papà si occupa in media di suo figlio per non più di sei minuti al giorno. Stiamo allevando una generazione di devianti. E' quasi pronto anche il mio dizionario della devianza, dalla "a" di anomia, cioè il malessere che si verifica in una società come quella italiana, sempre in fase di transizione, priva di regole precise, disorientata da norme contraddittorie, deboli o assenti, fino alla "w" di writers, i graffitari che imbrattano i muri e i treni, passando per la "m" di mafia, la "o" di omosessualità e la "s" di suicidio. L'altro ieri ero a Oxford. "Sbrigati a finirlo questo dizionario, che te lo pubblichiamo in inglese", mi hanno detto i colleghi di quell'università. All'estero non c'è l'ostracismo che incontro in Italia, lavoro bene. Sto meditando di andarmene per sempre".

Stefano Lorenzetto
(155. Continua)



L'intervista al sociologo Rocco Turi è contenuta nell'intera pagina 8, che è corredata da tre fotografie con le seguenti didascalie:

Il professor Rocco Turi, docente all'Università
Di Cassino, mostra alcune copie di "Democrazia
Popolare", che veniva edito dalla Cgil a Praga.

La sigla "Cgil"
Nella testata
Di "Democrazia
popolare".

La ritirata
di Russia.
Molti rimasero
A vivere in Urss.


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato sei anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004


Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero.
I lettori degli Stati Uniti possono rivolgersi alla Library of Congress.



"Ho scoperto come la Cgil aiutò
la Gladio rossa fondata a Praga"


Un titolo così rappresenterebbe uno scandalo in qualsiasi Paese del mondo. In Italia, per non parlarne e spegnere il clamore si preferisce il silenzio… In Italia le questioni politiche scabrose si affrontano in questo modo!... (RT2013).

www.amendolara.eu
24 marzo 2013


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