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Europeo Antonio Delfino: Grande intervista a Rocco Turi

Centro Studi per Amendolara



Un amendolarese intervistato sull'Europeo

Il sociologo Rocco Turi è il massimo esperto italiano
sulla genesi partigiana in Cecoslovacchia e sulla vera storia della Gladio Rossa


Europeo, 21 settembre 1990, n. 38, p.25
Direttore: Vittorio Feltri

PCI 3 / GLI EX PARTIGIANI SCAPPATI ALL'EST
Vi racconto i loro segreti
Intervista al sociologo Rocco Turi.
Che li ha conosciuti bene. Nel 1988 a Praga

Di Antonio Delfino


"Erano circa 500, protetti dal partito comunista e dal governo cecoslovacco, stampavano addirittura un giornale nella più grande tipografia di Praga,
in piazza San Venceslao"



E' forse il solo italiano non comunista che è riuscito a incontrare gli ex partigiani comunisti residenti in Cecoslovacchia e scappati clandestinamente dal Nord Italia tra il 1946 e il 1947 che il loro compagno di partito Otello Montanari ha accusato di omicidi, violenze e rapine. Rocco Turi, 40 anni, calabrese di Amendolara, un paese di pescatori del litorale ionico in provincia di Cosenza, ha parlato con loro, udito le loro confessioni, conosciuto una parte dei loro segreti. E così, dopo la denuncia di Montanari, Turi ha deciso di raccontare in questa intervista tutto quello che ha ascoltato e saputo.

Come ha fatto a incontrare gli ex partigiani italiani nascosti in Cecoslovacchia?

"Semplice. Sono un sociologo e nel 1988 mi recai in Cecoslovacchia, prima tappa per una mia ricerca sull'emigrazione nei paesi dell'Est europeo. E là sono entrato in contatto con questi personaggi che inutilmente hanno atteso per anni l'ora "X" per rientrare in Italia".

E' stato facile o difficile avvicinarli?

"Facile perché non hanno mai dichiarato il loro nome e cognome. Ma si sono presentati co nomi di battaglia o cognomi falsi. Molti si sono naturalmente rifiutati di raccontare i crimini commessi e chi, invece, ha parlato lo ha fatto con molta reticenza e comunque non specificando date, luoghi e persone ammazzate. Credo quindi che nonostante l'appello lanciato da Montanari ("Chi sa parli"), la segretezza resterà ferrea. Si sono trincerati dietro molti "non so" e "non ricordo". Oppure si sono giustificati dicendo: "Perché parlare di un passato che ormai abbiamo rimosso? Che senso ha?".
Lo scorso anno, salutando uno di essi che avevo incontrato un paio di volte, mi sono sentito dire: "Ci sarebbero ancora molte cose da raccontare ma non credo che la sua presenza qui in Cecoslovacchia sia dovuta soltanto a una ricerca sociologica. Se vorrà notizie più precise, eritorni con una lettera di presentazione del Pci o dell'Anpi di Modena. Allora parleremo più apertamente e chiaramente".

Gli ex partigiani italiani che ha incontrato a Praga e dintorni erano tutti dei criminali?

"Niente affatto. Tra loro c'era anche chi non ha commesso mai alcun reato".

E allora perché stavano nascosti in Cecoslovacchia?

"Per spiegarlo, secondo quanto mi è stato raccontato da alcuni di loro, è necessario fare una premessa di carattere giudiziario. In Emilia, per esempio, tra il 1945 e il 1947, molti autori di quei delitti furono scoperti perché la collaborazione dei parenti delle vittime con la polizia fu determinante. Ma accadde anche che molte accuse non furono controllate sino in fondo e così pure un buon numero di innocenti finì per essere colpevolizzato. Si creò allora una situazione nella quale anche chi non aveva commesso crimini fu costretto a trovare scampo nella fuga".

E' riuscito a sapere in che modo colpevoli e innocenti riuscirono a scappare all'Est?

"L'organizzazione era perfetta. I comunisti austriaci, per esempio, davano appuntamento ai fuggiaschi in luoghi ben precisi, tutti molto vicini al confine. Una volta arrivati nel punto stabilito, gli ex partigiani comunisti venivano accompagnati clandestinamente in Austria e tenuti nascosti anche per molte settimane sino a quando non veniva comunicato loro il via libera per la Cecoslovacchia o per qualche altro paese dell'Est. Anche il transito attraverso la Jugoslavia fu molto praticato per raggiungere la meta".

Tra le tante avventure di fuga che le saranno certamente state raccontate, vuole raccontarne una anche a noi?

"Si, quella di un ex partigiano comunista che si è presentato col nome di battaglia "Bruno". Sino all'anno scorso era ancora a Praga e, secondo quello che mi ha confessato, fu accusato in Italia di omicidio e diserzione. Scappò nei primi giorni del 1946. Attraverso Trieste raggiunse la Jugoslavia di notte a bordo di una barca. Visse per tre anni vicino a Belgrado. Passò poi in Romania dove fu impiegato in una officina militare. Si trasferì infine in Cecoslovacchia dove esisteva già la più numerosa comunità di ex partigiani italiani e trovò una occupazione come operaio in una fabbrica di macchine utensili".

Ha per caso saputo durante i suoi incontri praghesi da chi furono materialmente organizzate le fughe degli ex partigiani italiani?

"Tutti gli itinerari e le tappe finali ebbero un'unica regia: quella sovietica".

Perché la stragrande maggioranza dei fuggiaschi si stabilì in Cecoslovacchia?

"Quel paese era ricco, con miniere e industrie siderurgiche, ma privo di mano d'opera e la necessità di operai si faceva sempre più impellente. Dei duecentomila operai che i ceki avevano richiesto all'Italia ne furono inviati soltanto 2500. Così quasi tutti gli ex partigiani comunisti italiani che si trovavano in Romania, Ungheria e Jugoslavia, per i motivi che abbiamo spiegato, furono costretti, o "invitati", a concentrarsi in Cecoslovacchia per prepararsi alla "svolta" italiana. La collaborazione tra i due partiti comunisti, italiano e ceko, in questo senso, fu totale e gli ex partigiani trovarono lavoro, frequentarono scuole di specializzazione e vennero aiutati soprattutto a daqrsi una struttura politica in tutti i posti in cui si notava una presenza italiana. Fondarono una scuola di partito, un giornale e anche una radio clandestina".

Chi era il capo?

"Il vertice dell'organizzazione era concentrato attorno a Radio Praga e uno dei rappresentanti più noti era l'ex capo partigiano comunista Francesco Moranino".

Quanti erano?

"Sino agli anni cinquanta erano circa cinquecento. La quasi totalità era accusata di gravi reati ma c'era anche chi, come ho già spiegato, non si era macchiato di alcun crimine. Mi è stato raccontato che una donna, ad esempio, ebbe l'ordine di autoaccusarsi di un omicidio commesso da un esponente politico di primo piano dell'epoca. Lei doveva salvarlo ad ogni costo e pertanto dovette assumersi la colpa e poi fu fatta scappare in Cecoslovacchia.

Quando lei incontrò alcuni di questi ex partigiani, come era il loro morale?

"Altissimo. Erano ancora convinti che i comunisti in Italia sarebbero andati al potere".

Di quali protezioni godevano?

"Erano protetti dal partito comunista e dal governo cecoslovacco. Avevano aperto dei circoli "Rinascita" in tutte le località e stampavano addirittura un giornale nella più grande tipografia di Praga, in piazza San Venceslao. Godevano poi di tanti altri privilegi come, ad esempio, l'esenzione dal razionamento di generi alimentari imposto a tutti i cittadini".

Quali erano i loro rapporto col Pci?

"Sempre buoni naturalmente ed erano mantenuti attraverso canali molto discreti e in salcuni casi sotterranei. Diversi tuttavia da quelli degli anni immediatamente dopo la loro fuga dall'Italia, che furono strettissimi. Non dimentichiamo che delegazioni di comunisti italiani in Cecoslovacchia erano molto frequenti. Lo stesso Togliatti incontro gli ex partigiani più rappresentativi anche se, perfino partecipando al IX Congresso del partito comunista ceko, non fece mai cenno alla numerosa presenza di essi a Praga. Sotto questo aspetto mi è stato raccontato che Togliatti non solo coprì e sostenne la loro presenza a Praga ma una parte di loro fu addirittura mandata clandestinamente in quella capitale dietro sue precise e segrete disposizioni".

Che attività svolgevano?

"Facevano gli operai nelle miniere e nelle acciaierie Poldi. Ma la maggior parte non svolgeva alcun lavoro, se non quello tipicamente politico. In passato avevano organizzato sottoscrizioni per finanziare la loro struttura politica. Mi è stato raccontato che almeno un paio furono ufficialmente indette per comprare trattori da inviare ai contadini italiani. Ma mai nessuno comprò con i soldi raccolto trattori e li mandò in Italia. E chi si azzardò a chiedere dove fossero andati a finire quei soldi, fu immediatamente accusato di essere una spia".


L'ARTICOLO DI ANTONIO DELFINO RISULTA CORREDATO DA UNA FOTOGRAFIA DI ROCCO TURI AL SUO TAVOLO DI LAVORO.

Intervista di Antonio Delfino a Rocco Turi citata a p.129 nel libro:
Bruno Vespa, VINCITORI E VINTI, Eri Mondadori, 2005.



Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato quattordici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004


Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero.
I lettori degli Stati Uniti possono rivolgersi alla Library of Congress.


www.amendolara.eu
24 marzo 2013



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