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IL GIRO DELL'ASIA IN 90 GIORNI, di PINO NANO, in: ITACA, n.23 (2014)

Centro Studi per Amendolara



ROCCO TURI DA AMENDOLARA A ULAANBAATAR IN MONGOLIA

ITACA TABLOID.IT
La Calabria nel mondo, il mondo della Calabria
n.23, 2014

IL GIRO DELL'ASIA IN 90 GIORNI


Partito da un minuscolo paesino della Sibaritide, il sociologo Rocco Turi ha ripercorso per tre mesi il tragitto delle antiche carovane che un tempo lasciavano Pechino per arrivare fino in Mongolia.Un viaggio pieno di meraviglie e di scoperte, all’insegna dell’amicizia più cara ai calabresi, ma anche nel segno della modernità e della ricerca di nuovi mondi da scoprire e da raccontare.

di Pino Nano

Sessanta anni appena compiuti, felicemente single, una lunga esperienza come sociologo in giro per il mondo, una passione sfrenata per la ricerca storica, una infanzia tutta calabrese, ad Amendolara, quasi un villaggio, siamo alle porte della vecchia Sibari, paesino fantastico bagnato dallo Jonio e adagiato sulla spiaggia bianchissima di questa parte antica della provincia cosentina, ed è qui, tra i silenzi di questa vasta pianura calabrese, piena di sole e di ginestre, che oggi Rocco Turi si ritira per scrivere i suoi libri. Dopo lunghi anni trascorsi all’Università di Cassino, Amendolara è tornata ad essere la sua Itaca. E per sei mesi all’anno lui viene a rifugiarsi qui, nella sua vecchia casa di famiglia.
L’ultimo libro che ha già fatto molto discutere gli storici di mezza Europa, è Storia segreta del PCI, appena fresco di stampa, Rubettino Editore, una rilettura complessa e quasi dissacrante della storia del movimento operaio italiano e del grande apparato comunista su cui quel movimento operaio fondava la sua ragione d’essere. Ma non solo questo: dentro questo suo nuovo libro c’è anche una rilettura moderna e assolutamente nuova del delitto Moro e del ruolo decisivo che i servizi segreti americani avrebbero giocato sulla vita interna delle Brigate Rosse in Italia.
Della sua vita da studente universitario sulle colline di Arcavacata Rocco Turi ama ricordare il suo primo incontro con Pino Arlacchi, fu proprio Arlacchi (allora titolare della cattedra di sociologia all’Università della Calabria) ad infondergli la passione per la ricerca sociologica e a insegnargli i segreti della ricerca sul campo. Regola prima, viaggiare. Regola seconda, imparare a conoscere la gente incontrandola per strada. In tutti questi anni Rocco Turi ha fatto di questa filosofia la sua scelta di vita. Viaggia da sempre, e continuerà a farlo finchè «avrò la forza fisica per farlo».
C’è un dettaglio che la dice lunga sulla sua “calabresità”. Ogni volta che riparte si porta in valigia dei piccoli monili calabresi, minuscole terracotte di Seminara, da regalare ai suoi nuovi amici, perché «la creta così lavorata è parte integrante della nostra storia più intima», dice quasi commosso.
Lo studioso è appena rientrato in Calabria dall’ultima sua avventura. Partendo da Budapest, in tre mesi Turi ha volato con decine di aerei diversi e percorso migliaia di chilometri. Meta finale, la Mongolia.

Ma perché in Mongolia?

«Avevo programmato questo viaggio in Asia almeno dieci anni fa. In tutto questo tempo ho aperto contatti, preparato strade, sviluppato idee. Avevo voglia di capire quanto noi italiani, e soprattutto noi calabresi, siamo diversi dai mongoli, e così sono partito per questa nuova ricerca sul campo».
Si può fare un parallelo fra la cultura amendolarese e la realtà mongola?
«Certamente. Ne parlerò, ne scriverò. Purtroppo, ad Amendolara è diffuso un “ego” molto accentuato e questo è assolutamente deleterio per la popolazione ed è complicato anche parlarne. Ti accorgi che vige una mentalità povera di idee e se lo dici in molti si offendono».

E cosa ha scoperto alla fine in Mongolia?

«Mi sono convinto che la Mongolia è un caso molto particolare. Oltre alla politica e ai rapporti con la Cina e la Russia, una volta arrivato in Mongolia mi sono occupato delle sue tradizioni; il folklore sempre vivo alimenta una società consapevole e orgogliosa dell’appartenenza al popolo di Gengis Kan e alla cultura che ha pervaso anche Marco Polo. Avevo programmato il viaggio tenendo conto che ai primi di luglio nella sua capitale Ulan Bator – definita città nomade – si sarebbe svolta la rievocazione di una festa antica denominata Naadam, organizzata come una vera olimpiade. Delegazioni presenti da tutto il mondo, ma non dall’Italia. Un’esperienza davvero fantastica».

Come spiega l’assenza della delegazione italiana alla festa di Naadam?

«Noi Paese-Italia siamo un Paese davvero piccolo piccolo. Se in Mongolia un italiano ha un problema deve telefonare alle rappresentanze diplomatiche o consolari di Mosca o Pechino, migliaia di chilometri lontano. Viene da ridere. Si dice che prima o poi verrà aperta un’Ambasciata italiana, ma sarebbe sempre tardi laddove i maggiori Paesi del mondo (e non solo) hanno rappresentanze diplomatiche consolidate da lungo tempo.la Mongolia ha aperto la sua Ambasciata in Italia. Per questa pratica esiste la prassi della reciprocità, ma gli italiani se la prendono con comodo».

Si sente più sociologo o più turista quando affronta viaggi come questo?

«Qualsiasi sociologo che si rispetti non può prescindere dalla ricerca diretta sul campo. Nei miei viaggi di studio all’estero non trascuro mai tre cose fondamentrali: i musei, i mercati e le periferie (a volte correndo anche qualche utile rischio, come mi è capitato a Buenos Aires) per conoscere davvero il popolo che vi abita e per arricchire il mio bagaglio di competenze. Per quest’ultimo viaggio, oltre alla routine culturale, in Siberia avevo programmato anche una visita al lago Bajkal. Si tratta del lago più profondo del mondo (1600 metri) e della più grande riserva di acqua dolce del Pianeta. Ma la Siberia mi ha riservato bellissime, piacevoli esperienze e immagini che meriterebbero un nuovo viaggio. Chissà!... Colpiscono soprattutto le distanze.

«Se in Italia si possono ipotizzare al massimo viaggi di millechilometri, un viaggio interno alla Siberia può essere lungo anche 7-8 mila chilometri senza scalo».

Ha visitato anche Pechino in questi mesi?

«Bellissima Pechino. Esperienza formidabile. Da ragazzo vedevo Piazza Tien-An-Men in tv come un miraggio. Ho visto qualcosa di più interessante e formidabile di quanto mi aspettassi. A mio parere Piazza Tien-An-Men offre un messaggio politico sempre attuale e di grande significato per la Cina. Mao Tse Tung rimane sempre Mao Tse Tung. Ma poi le cose e le curiosità su Pechino, gli aneddoti sui cinesi sono innumerevoli. Occuperebbero moltissimo tempo».

Ne racconti una…

«Sì, bellissima e divertente, quando - come cittadino occidentale – mi sono preso una “rivincita” sui cinesi. Per tre volte in questi due mesi ho fatto transito da Pechino e quindi per sei volte mi sono sottoposto al controllo doganale. In ogni occasione (e solo all’aeroporto di Pechino) la polizia mi faceva aprire lo zaino perché al controllo elettronico c’era qualcosa che li insospettiva.
«Era un semplice termometro estraibile da un astuccio a forma di penna che moltissimi anni fa mi aveva regalato un amico informatore scientifico. Osservandolo e temendo che potesse trattarsi di qualcosa di “pericoloso”, i poliziotti di frontiera, di per sé già molto esperti, mi invitavano ad estrarre questa strana penna e a mostrarne il funzionamento con le mie mani. Dopo aver realizzato di cosa si trattasse, si scioglievano in un sorriso ed esibivano il mio strano oggetto ai loro colleghi, i quali, a loro volta, sorridevano quasi a crepapelle. Sorridevo più di loro (ma dovevo trattenermi per ovvii motivi) nel pensare che con un termometro ero riuscito a incuriosire proprio coloro che ci sorprendono ogni giorno nelle città italiane con i loro strani aggeggi».

Progetti futuri?

«Mi piacerebbe tornare sull’isola di Pasqua, che ho già visitato anni fa dopo aver attraversato a piedi la Terra del Fuoco, e poi mi piacerebbe tornare al Polo Nord: ricordo che per mesi ho avuto grande difficoltà a dormire per il solo fatto che non facesse mai buio e che in molti alberghi non ci fossero le tende adatte per riparare la luce che entrava da fuori. E poi mi piacerebbe tornare qui ad Amendolara, per stare di più accanto alla mia vecchia mamma, che ormai ha imparato ad aspettarmi con pazienza e con un amore tutto nostro, intendo dire tutto calabrese, fatto insomma di grande passione e d’immenso trasporto. Ma questo è il vero grande segreto del nostro popolo e della nostra gente, questa nostra capacità di amare in silenzio e aspettando con pazienza per tutta la vita che qualcuno ritorni a casa».

www.amendolara.eu

maggio 2015


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