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Recensione: La caccia del pesce spada nello Stretto di Messina (2014)

Centro Studi per Amendolara



2014
(Recensione)
"La caccia del pesce spada nello stretto di Messina".
di Rocco Turi




Recensione del libro:
Rocco Sisci,
La caccia del pesce spada nello stretto di Messina,
Edizioni dr. Antonino Sfameni,
Messina, 1984


Alcuni giorni trascorsi sul lago Balaton mi hanno consentito di leggere un vecchio libro ricevuto in regalo dal suo Autore nel lontano 1984. Si tratta di un volume di Rocco Sisci: "La caccia del pesce spada nello stretto di Messina".
L'Autore ha scritto "la più completa trattazione sulla mitica pesca" del pesce spada, come recita la fascetta editoriale che avvolge al libro. Basterebbe leggere la premessa di Lino Amendolia per comprenderne il contenuto. Ma c'è di più, non solo una rassegna di 262 illustrazioni d'epoca e 650 note, ben fatte con la tecnica dello scrittore competente, che offrono particolari importanti sulla conoscenza storica relativa alla caccia al pesce spada nello stretto di Messina e non solo. Le note, altresì, offrono spunti talmente divertenti da superare l'impostazione rigorosa del libro per leggerlo in alcuni tratti anche col sorriso sulle labbra. Sisci, infatti, rievoca una storia descritta dallo scienziato francese Jacques Cousteau: "un pesce spada lungo 2,80m. attaccò il sottomarino americano di ricerche oceanografiche Alvin ad una profondità di circa 500 metri al largo della costa della Georgia. La spada penetrò per intero, con tutti i suoi 96 cm. di lunghezza, nella struttura esterna in vetroresina del battello, che fu costretto a riemergere. L'equipaggio estrasse il pesce incastrato e se lo mangiò per cena - p.20". Non si sa quanto fosse vera questa storia anche perché fu pubblicata su Selezione del Reader's Digest, una rivista mensile specializzata nel pubblicare storie tra fantasia e realtà. E' pur vero che miti, leggende, ma anche fonti letterarie, insistono sulla forza penetrativa del pesce attraverso la sua spada. Le storie divertenti raccontate da Sisci sono numerose e non vengono trascurati gli errori commessi dagli antichi autori, né le precisazioni su molti aneddoti e miti scorretti, anche se - in altri casi descritti nel libro - non vengono chiariti alcuni aspetti dell'antica tradizione marinara.
Nel volume di Sisci si evince il rigore dello studioso e la meticolosità della descrizione, per cui chi non lo conosce immagina che l'Autore sia uno scrittore di lungo corso abituato a spiegare particolari sui quali non tutti gli osservatori focalizzano la loro attenzione. Infatti, all'epoca l'Autore era un magistrato; chi altro avrebbe potuto cogliere ogni aspetto della caccia al pesce spada come se si trattasse della descrizione di un processo?
Non solo rigore nello studio e meticolosa descrizione, apparentemente rivolto agli specialisti. E' un libro didascalico che tutti sono in grado di leggere scegliendo l'aspetto più interessante per la propria indole. I racconti dei protagonisti della pesca sono tutti avvincenti, talmente partecipati da trasformare il lettore in un osservatore dal vivo che aderisce con entusiasmo alle operazioni di caccia. Il libro, infatti, è scritto non solo attraverso la ricerca tradizionale nelle biblioteche, ma anche attraverso la raccolta di testimonianze dei pescatori, rigorosamente e onestamente citati, protagonisti della pesca e attraverso la diretta osservazione partecipante, essendo stato ospite a bordo nel corso delle ultime battute di pesca secondo l'antica tradizione. Sisci ha avuto il privilegio di raccogliere l'esperienza dei pescatori nel corso della loro attività ("I pescatori dello Stretto conoscono da secoli lo strano fenomeno, per cui nell'avvistare una coppia usano colpire prima la femmina ..., certi di catturare così entrambi i pesci" - p.31) e di scrivere questo libro nell'epoca di transizione fra il passato della pesca al pesce spada e le moderne tecniche che ne hanno cancellato ogni traccia.
Pertanto il libro è un compendio di storia, costume e tradizione sul pesce spada che si può apprendere solo leggendolo perché ora le tecniche sono cambiate, le regole pure, le persone non conoscono più i luntri, le feluche, le passerelle. Solo in questo libro è possibile imparare, come dice Amendolia in premessa, "una caccia primordiale, fatta anzitutto di lavoro, poi di ardimento, di straordinaria abilità, di incertezza dell'esito, di varietà di situazioni, di capacità di adattamento, di forza e intelligenza; una competizione dalle origini ancestrali, da graffito preistorico". E' un libro di cui lo studente, lo studioso di memoria patria, l'appassionato, non possono fare a meno; anche l'accademico ha bisogno di questo libro; non può fare a meno il cittadino comune perché il "racconto" è avvincente e scritto certamente con l'acume del magistrato ma risulta estrapolato del linguaggio aulico e magniloquente del pubblico ministero dell'epoca.
Il primo capitolo del libro è una lezione di zoologia marina relativa al pesce spada, distribuzione nei mari del Globo, caratteristiche, comportamento, iconografia; mostra inoltre il percorso dei pesci spada lungo le coste dello Stretto di Messina e le teorie sulla loro migrazione elaborate dai vari studiosi di biologia marina. Vengono spiegati i movimenti migratori in funzione del mutamento della temperatura anche attraverso lo Stretto dei Dardanelli. Vi sono tabelle scientifiche illustrative, foto di pescatori in azione e tante curiosità ("l'esemplare più grande in assoluto è stato pescato a Iquique in Cile nel maggio del 1953 e pesava ben 536 chilogrammi" - p.18; "il pesce spada raggiunge i 93 chilometri orari" - p.19). Insomma, il libro si apre con uno spettro di internazionalità e non trascura di citare coloro che si occuparono della materia. D'altra parte il libro nel suo complesso è un doveroso monumento bibliografico e di citazioni; l'Autore dà atto agli studiosi precedenti attraverso uno scavo certosino in biblioteche e fra documenti ricevuti e così facendo dimostra l'impegno e il lavoro meticoloso svolto, elevando il suo volume a opera fondamentale per le generazioni future, quelle generazioni che oggi ricopiano libri da internet "per trarne uno nuovo e - come spiega Amendolia - collocarsi fra gli autori".
Nel capitolo successivo c'è la storia delle testimonianze sulla pesca del pesce spada nel popolo egiziano e poi nello Stretto di Messina ai tempi di Omero, ma con tracce nel XVII-XV secolo aC. rinvenute in un villaggio preistorico. Leggende e miti riportano il lettore colto in età omerica quando il pesce spada stimolava "la curiosità del popolo per le sue strane abitudini" - p.49. Il riferimento a Omero non è casuale perché rievoca la "caccia al delfino, un tempo diffusa nello Stretto" - p.256. L'Autore trova gli argomenti per inserire Plinio e Ateneo, Archestrato, Artistotele, Polibio, Strabone, Oppiano e altri, allo scopo di cercare fonti letterarie sull'etimologia e sulla diffusione; fonti artistiche, soprattutto mosaici, rappresentati nella lussuosa villa di Piazza Armerina destinata a soggiorno di caccia dell'Imperatore Massimiliano Erculeo; fonti sociologiche sulla gastronomia - per dimostrare che sin dall'antichità il pesce spada era di facile reperibilità e di uso quotidiano nello Stretto di Messina - sull'economia indicando il prezzo di vendita nel III secolo dC. e sul costume, usi, tradizioni locali; fonti di diritto, fra cui quello a favore dei monaci basiliani di Scilla "di percepire giornalmente dai pescatori locali una parte del pesce spada, corrispondente al necessario per la loro mensa" - p.72 - "a titolo di corrispettivo per qualche utilità o servizio reso" - p.74 - di cui si parla nel libro, oltre all'antica consuetudine, "sorta dalla gratitudine della popolazione per l'assistenza, i consigli e gli aiuti materiali che i Basiliani usavano dare, un pò dovunque, come regola del loro Ordine" - p.75. L'obbligo morale di sostenere la chiesa viene affrontato anche nell'undicesimo capitolo, laddove la consuetudine del versamento di una "decima" a carico dei pescatori viene fatta risalire al 1270.
L'Autore prosegue spiegando l'evoluzione storica delle tecniche di pesca, quando cita Francesco Maurolico il quale, in un suo trattato del cinquecento, descrive l'introduzione delle barche-osservatorio nello stretto di Messina, diversamente da quanto avveniva in Calabria il cui avvistamento era possibile dalle postazioni sulle rocce a picco sul mare. La descrizione dei mezzi tradizionali per la caccia al pesce spada viene adeguatamente compiuta nel quarto capitolo del volume. Nel seicento la caccia diventa più sofisticata e spettacolare, durante la quale al grido "Viva San Marco" il "lanciatore" infilza il pesce spada che viene catturato. In altra parte del libro viene approfondito il rito in cui "il grido" viene accompagnato da altre locuzioni, la cui origine non viene chiarita (p.456). Viene spiegato, inoltre, che i pescatori di pesce spada costituivano una vera e propria élite e che la ciurma era composta prevalentemente su base familiare all'interno della quale venivano selezionati i ruoli "secondo le naturali capacità, affinate da una lunga pratica che iniziava sin dall'infanzia" - p.455.
Non sono trascurati i gesti di scaramanzia, stregoneria e superstizione allo scopo di favorire una buona caccia e i riferimenti ai viaggiatori che dal settecento e ottocento lasciano tracce indelebili della loro esperienza. L'irlandese Patrick Brydone viene "colpito dal fatto che i pescatori siciliani, alquanto superstiziosi, pronunziano una frase greca come incantesimo per attirare il pesce vicino alle barche: unica esca adoperata, con la convinzione che, se la preda dovesse sentire una solo parola d'italiano, si tufferebbe di botto sott'acqua per non comparire più!" - p.109. L'Autore ha dovuto discriminare con la competenza necessaria i vari e imprecisi rapporti dei viaggiatori; in tal modo si è trovato di fronte alla contestazione del viaggiatore francese Joseph Antoine de Gaurbillon il quale, nell'ottocento, contestò la tesi del Brydone sulla lingua greca usata dai siciliani come atto di superstizione. All'uso delle parole greche l'Autore ha dedicato un intero capitolo, il sesto, facendo una ricognizione degli studi filologici effettuati.
Col novecento arriva la motorizzazione e scompaiono gli antichi sistemi di pesca, basati su mezzi semplici ed efficaci e sul coraggio e l'abilità dei pescatori.
Il terzo capitolo del libro è infatti dedicato alla moderna pesca e alla sua evoluzione, relativamente ai metodi, praticata nello Stretto di Messina per la quale l'Autore ha una padronanza più diretta di ogni fase della pesca (compresi gli strumenti adoperati) fino all'uso del "palangrese" con barche a motore idonee che ne aumentarono notevolmente il pescato con la possibilità di catturare tonni e squali. La trattazione viene rinforzata dall'Autore attraverso documenti sulle campagne annuali relative alle tipologie di barche (comprese le loro matricole), sulle loro proprietà, sulle testimonianze raccolte.
Il capitolo successivo esamina la tipologia e le tecniche utilizzate per la pesca anche attraverso le riproduzioni da stampe seicentesche - p.199 - nonché le pratiche di ormeggio, diventate più complesse a causa di barche più sofisticate. Nel capitolo l'Autore amplia la descrizione riferita a luntri, feluche, antenniere - e relativa origine storica, evoluzione e funzionamento - e alle vedette sulle rupi le quali, essendo munite di bandiera bianca, segnalavano la presenza del pesce non appena esso veniva avvistato. Sin dall'alba, l'attività proseguiva per molte ore e doveva essere compensata adeguatamente: "Il compenso per l'uso dei promontori fu comunque per secoli oggetto di controversia, anche se, fino ai nostri giorni, rimase affermato il principio che, per gli osservatori siti su terreno privato, i pescatori dovessero ai proprietari un canone variabile, secondo la maggiore o minore importanza della posta. Per gli osservatori situati invece su terreni pubblici il canone dovuto era devoluto, per consuetudine, all'Orfanatrofio Militare di Napoli" - p.192.
Adeguata descrizione è per i vogatori e per l'attrezzatura di bordo, fra cui l'arpione - con articolata spiegazione tecnica - occupa un notevole spazio. I rematori erano in cinque ed era abbastanza complesso il sistema di voga, laddove la propulsione veniva esercitata a seconda della direzione e il vogatore centrale, detto mezziere, doveva essere più esperto, più forte e più bravo per guidare la riuscita nell'inseguimento del pesce. Dalla fine dell'ottocento il sistema di voga fu semplificato: i vogatori furono ridotti a quattro, stavano in piedi ed erano rivolti verso il senso della voga: "Entrambe le tecniche propulsive erano, comunque, di grande efficacia pratica: gli enormi remi, magistralmente adoperati, conferivano al luntro una velocità eccezionale e una sorprendente capacità evolutiva, tale da consentirgli di virare all'istante inseguendo la preda" - p.224. A p.348, l'Autore cita Alessandro Dumas padre il quale, partecipando a una battuta di pesca, parlò dei vogatori, "quattro rematori che la facevano volare sull'acqua". Non viene trascurato il materiale di costruzione e l'estetica della barca. Il capitolo si chiude con una dedica ai ferrai, costruttori di arpioni, Rocco e Orazio Chirico e Nino Puglisi, " abilissimi artigiani, gelosi custodi di antichi segreti, capaci di produrre con competenza e passione pochi perfetti attrezzi per stagione" - p.262. Tuttavia, i nomi di altre famiglie di pescatori - ad esempio gli Arena, i Polistena, i Rando - vengono doverosamente citati nel corso del volume.
Fondamentale è il quinto capitolo in cui viene affrontata la disciplina che regola il rapporto nello Stretto di Messina fra i pescatori in un ambito territoriale molto ridotto fra Sicilia e Calabria. Si tratta di norme consuetudinarie basate sulla tradizione, alla quale tutti i pescatori si attenevano spontaneamente. La regola principale era quella di assegnare secondo metodi egualitari le poste, cioè tutti i settori di mare destinati ai vari gruppi di pesca; questi dovevano trasferirsi alla posta successiva ogni 24ore per consentire a tutti i gruppi di esercitare la propria attività nel settore eventualmente più pescoso. Trattandosi di un periodo di pesca limitato ai mesi estivi, ogni fase della pesca veniva regolata previa riunione preliminare ad inizio stagione in modo che fosse prevista anche l'eventuale controversia relativa alla caccia di una preda individuata contemporaneamente da più gruppi di pesca. Dopo l'Unità d'Italia, con Regio Decreto 13 novembre 1882, n.1090, il Regolamento per l'esecuzione della legge sulla pesca recepisce ufficialmente l'esistenza delle secolari basi consuetudinarie, avute origine probabilmente in Calabria a causa della più antica tradizione dei pescatori di Scilla relativamente alla pratica. Vengono previste rigide regole di condotta per evitare controversie nella cosiddetta "Raccolta Provinciale degli Usi". Questi sanciscono una serie di comportamenti per cui eventuali controversie vengono decise da un apposito Consiglio, costituito dal Delegato di Spiaggia e da quattro capibarca anziani, due siciliani e uno calabrese, eletti nella riunione preliminare ad inizio stagione della pesca. In altra parte del libro vengono trattate ulteriori questioni legate alla disciplina sulla conduzione della pesca e ai rapporti fra le ciurme: "Dirimere simili liti non è certo facile, sia perché vi si oppone normalmente l'astio e l'animosità tipica della gente abituata a condurre vita dura e parsimoniosa, sia perché la normativa da applicare, tutta a base consuetudinaria, richiede in chi è chiamato a decidere notevoli doti di equilibrio e buon senso, profonda conoscenza degli usi pescherecci e totale padronanza della tecnica di pesca" - p.445.
Il libro affronta anche questioni che riportano al dazio civico di cui anticamente era gravato la cattura del pesce spada e alla normativa più recente.
L'impostazione del libro subisce una virata nel settimo capitolo, dedicato all'interpretazione poetica ispirata dalla caccia al pesce spada. Il capitolo ottavo è dedicato a viaggiatori, ospiti e studiosi che giunsero a Messina per assistere alla cattura del pesce spada come a uno spettacolo. L'evento estivo nello Stretto di Messina, infatti, era talmente rinomato per cui giunsero nobili e teste coronate. L'Autore cita, fra gli altri, i due don Giovanni d'Austria, nel 1571 e 1648-1651; Emanuele Filiberto di Savoia, vicerè di Sicilia, nel 1622-24; Vittorio Emanuele di Savoia, re di Sicilia e poi di Sardegna, nel 1714; Carlo III di Borbone, re di Napoli e di Sicilia, nel 1735; Umberto I di Savoia, quand'era principe ereditario, nel 1862, insieme col fratello Amedeo di Savoia, duca d'Aosta. Altri ancora...
L'Autore cita anche Alessandro Dumas padre il quale fece un resoconto dei suoi due viaggi in Sicilia e fece una cronaca della battuta di pesca a cui egli partecipò. Tuttavia, più che essere interessato all'aspetto culturale, l'estroso scrittore Dumas mostrò interesse per il pesce spada sotto l'aspetto culinario e per le sue modalità di cottura.
Ai prezzi nelle varie epoche, l'Autore dedica il nono capitolo per compiere un'analisi di carattere economico e sociologico: "Con l'inizio della seconda guerra mondiale, per ovvie ragioni, il prezzo aumenta sensibilmente, di certo in conseguenza del graduale rarefarsi del pescato, connesso con le difficoltà tipiche del periodo bellico: diminuzione della manodopera necessaria alla pesca e alle realizzazione di barche; scarsa disponibilità di legname da costruzione; pericoli connessi con le lunghe soste in acque esposte all'azione nemica e altro (...)" - p.389; "Dall'inizio degli anni settanta lo spada diviene via via più accessibile, sempre allineato ai pesci della migliore qualità, in conseguenza delle aumentate disponibilità del prodotto (...)" - p.393.
Nel decimo capitolo viene compiuta un'analisi merceologica e gastronomica. In questo capitolo vengono altresì trattati aspetti che meglio avrebbero fatto parte del quinto capitolo, dedicato alle leggi e normative che regolavano la pratica della caccia al pesce spada nello Stretto di Messina. Solo nel decimo capitolo - con la descrizione di controversie - è possibile completare il ragionamento sulle leggi antiche e sulle moderne normative, iniziato nel quinto capitolo. Insomma, si tratta di un piccolo grattacapo per il lettore che intende esaurire un argomento di lettura e passare oltre...
Anche nel dodicesimo capitolo, dedicato alle tradizioni, vi sono aspetti che meglio sarebbero state collegate in altra parte del volume in cui vengono sviluppati ragionamenti analoghi.
In questo capitolo vengono esaminati alcuni dei tanti rituali scaramantici, a cui i pescatori sono affezionati; rituali talmente radicati nel tempo che non è sempre possibile interpretarne il significato. In un capitolo "misto" come quest'ultimo, in cui alle tradizioni vengono uniti anche gli aspetti merceologici e turistici, si possono leggere informazioni interessanti sulla retribuzione ai vari componenti della ciurma che non viene effettuata in danaro ma "alla parte", forma di ripartizione degli utili "in relazione al tipo di pesca, alle funzioni di ciascuno e alla località" - p.476.
Il volume si conclude con un'adeguata bibliografia, utile, necessaria per un libro che si rispetti. (Rocco Sisci, La caccia del pesce spada nello stretto di Messina, Edizioni dr. Antonino Sfameni, Messina, 1984).

Rocco Turi

NOTE:

Incontrai Rocco Sisci casualmente nel salone delle feste dell'Hotel Altafiumara di Villa San Giovanni di Reggio Calabria, in occasione della consegna dei Premi Internazionali "Calabria" 1984. Arrivai per ricevere il Premio attribuitomi dal prof. Giuseppe Morabito, fondatore della manifestazione, dove trovai Rocco Sisci, anch'egli giunto ad Altafiumara, proveniente da Messina, per ritirare un medesimo riconoscimento. Si trattò di una vera sorpresa perché non avrei mai immaginato che due autori, entrambi nati nella stessa località - Amendolara - e mai incontratisi in passato fossero stati contemporaneamente prescelti per ricevere un Premio così ambito, unitamente a Joacquim Navarro-Valls - futuro direttore della sala stampa vaticana ai tempi di Giovanni Paolo II - e ad altri intellettuali.
Dopo aver ricevuto il Premio fui ospite di Rocco Sisci nella sua casa a Messina e, insieme con le rispettive consorti, in un noto ristorante gustammo il famoso pesce stocco cucinato all'uso messinese. Una piacevole serata in amicizia che nel suo trentennale meritava essere rievocata...


ERA GIA' CAPITATO CON L'OPERAIO SALVATORE FARINA, EMIGRATO IN GERMANIA. DOPO AVER RECENSITO IL SUO IMPORTANTISSIMO LIBRO DI DENUNCIA SOCIALE E FATTO PERSONALMENTE UN CONVEGNO AD AMENDOLARA PER ESALTARE LA FIGURA DI SALVATORE FARINA, FURONO NECESSARI ANCORA 23 ANNI PERCHE' LA SUA "STRANA OPERA" FOSSE ACCETTATA DAI CITTADINI.
PER LA VERITA', NON SO SE IL LIBRO DI SALVATORE FARINA SIA STATO DAVVERO "ACCETTATO" DAGLI AMENDOLARESI. INFATTI, OLTRE ALLE PAROLE SULL'UOMO E SUL LAVORATORE, NON HO MAI ASCOLTATO UN'OPINIONE SUL VALORE DEL LIBRO, MA QUESTA E' UN'ALTRA STORIA...

L'OPERA DI ROCCO SISCI NON E' UNA "STRANA OPERA", ANZI!, MA E' STATA UGUALMENTE IGNORATA DAGLI AMENDOLARESI ALLA STREGUA DEL VOLUME DI SALVATORE FARINA. LA CAUSA DI QUESTE "DIMENTICANZE AMENDOLARESI" HA UN CARATTERE SOCIOLOGIOCO BEN PRECISO CHE MERITEREBBE ESSERE INDAGATO: TUTTI I CITTADINI POTREBBERO FARLO DALLA LORO PARTICOLARE VISIONE. DOPO GLI INVITI DELLE ESTATE PRECEDENTI, PROPRIO QUESTO E' IL TEMA DI RIFLESSIONE CHE IL CENTRO STUDI PER AMENDOLARA E PER L'ALTO JONIO PROPONE PER LE VACANZE D'ESTATE 2014, PIUTTOSTO CHE OCCUPARSI DEL SOLITO SPORT E DELLE SOLITE DICERIE DI PAESE...

VUOI VEDERE CHE DOPO 30 ANNI E DOPO LA MIA RECENSIONE, IN QUESTO PAESE SI RIPETERA' LA PRASSI E AD AMENDOLARA TUTTI SALTERANNO SUGLI SCUDI PER LA SCOPERTA DI "UN CITTADINO ILLUSTRE" ?

Questa recensione è stata già pubblicata nel mio blog.


www.amendolara.eu
luglio 2014


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