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LE GRANDI INTERVISTE DI ROCCO TURI: NICOLA GRATTERI

Centro Studi per Amendolara


LE GRANDI INTERVISTE DI ROCCO TURI:
IL MAGISTRATO NICOLA GRATTERI



Nella mia vita ho fatto centinaia di interviste, anche di più scottante rilevanza e attualità storico politica. Tuttavia, questa è l'intervista che più mi ha dato soddisfazione per la schiettezza e la chiarezza delle idee del Magistrato Nicola Gratteri. Sono passati circa venti anni da quella intervista e le sue dichiarazioni rappresentano ancora oggi la base concettuale di qualsiasi approccio nei confronti della criminalità organizzata.
Gli uomini come il magistrato Nicola Gratteri sono quelli di cui il nostro Paese ha bisogno; uomini che non smettono mai di pensare con la loro testa e di esprimere sempre le loro opinioni vere; uomini che non accettano compromessi. Unici. Utili.

Oggi Famiglia, Anno VI, n. 6, p. 7, Giugno 1993.
DOSSIER
IO E LA MAFIA
Nostra intervista esclusiva al magistrato Nicola Gratteri,
Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri.
Di Rocco Turi, sociologo


Nell'aula magna dell'Università degli Studi di Cassino il magistrato calabrese Nicola Gratteri - Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Locri - ha tenuto un'applauditissima conferenza sul tema della criminalità organizzata e sulla sua esperienza quotidiana in trincea contro la mafia. L'incontro, organizzato nell'ambito delle lezioni di Sociologia della devianza ha visto la partecipazione di numerosa di studenti, docenti e giornalisti di tutto il comprensorio cassinate.
Presentato dal Direttore prof. Michele Riverso e dopo una brevissima premessa, il dr. Gratteri ha invitato gli studenti a proporre domande, piuttosto che ripetere argomenti a loro già noti. "Parlare di criminalità organizzata" ha detto Gratteri "vuol dire parlare di tutto e noi potremmo discuterne a lungo ma senza dare una risposta esauriente neppure sulla definizione di mafia".
Non sono mancati gli attimi di commozione allorché il giudice Gratteri ha parlato della sua vita blindata "ma non mi sono mai pentito della mia scelta", ha detto con orgoglio; ritiene di svolgere un servizio in favore dello Stato ed è necessario che tutti contribuiamo alla crescita civile del Paese. Gli applausi di solidarietà, anche per tutti i magistrati impegnati sul fronte della mafia come Nicola Gratteri, sono stati numerosi e di naturale spontaneità. Anche lo
humor ha trovato il suo momento giusto quanto una studentessa, osservando la numerosa e sempre attenta scorta della polizia, ha proposto simpaticamente al magistrato l'assunzione di una personale assistente


Magistrato per scelta o per caso?

Magistrato per scelta. Ero sicuro che la professione di magistrato mi avrebbe dato delle soddisfazioni. Pensavo che attraverso questa professione avrei potuto dare qualcosa di positivo, di concreto a favore della collettività.


Come vive un magistrato in trincea come lei?

Trascorro tutta la giornata in ufficio. Non vado in ferie o al cinema o al mare da anni. Ma non sono pentito della scelta che ho compiuto. Vale la pena...


Quanto le costa una indagine di mafia sul piano psicologico?

Fare una indagine costa tantissimo; vuol dire pensare sempre là. Anche se si è in una cena ufficiale o anche tra amici capita sempre di pensarci, anche mentre si guida o si è in qualsiasi altro posto. E' un impegno molto gravoso.


Dottor Gratteri, lei è considerato uno dei magistrati più impegnati sul fronte della lotta alla mafia. Qual è il compito del Sostituto Procuratore secondo il nuovo codice di procedura penale?

Con il nuovo codice di procedura penale, il Sostituto Procuratore è parte del processo penale. Per magistrato si intende sia il giudice che il Sostituto Procuratore. Come Sostituto Procuratore sono un magistrato inquirente e perciò solo una parte del sistema giudiziario. Il Sostituto Procuratore esercita l'azione penale in nome e per conto dello Stato; colui il quale deve cercare le prove per poi portarle in dibattimento e dimostrare la responsabilità penale che deriva da un preciso reato.


Quali peculiarità distinguono oggi le diverse mafie regionali?

La mafia siciliana è strutturata in forma piramidale, la 'ndrangheta calabrese possiede una struttura di tipo orizzontale e cellulare; in Campania la camorra è rappresentata da una struttura mista. La Calabria, la Sicilia e la Campania sono le zone a più alta densità mafiosa in Italia. In Calabria la mafia ha il controllo assoluto del territorio, mentre, ad esempio, in Sicilia ci sono degli interstizi, degli spazi, dove la società pulita può vivere, può operare, può entrare nei circuiti economici "puliti". Negli ultimi decenni - in particolare dalla fine degli anni sessanta - la criminalità organizzata ha subito una profonda trasformazione, evolvendosi velocemente al passo dell'industrializzazione e dell'informatizzazione.


Valgono ancora i riti tribali del giuramento mafioso e dell'iniziazione al suo interno?

In questi ultimi decenni i riti del giuramento e dell'iniziazione, dell'onore e dell'omertà hanno un valore sempre più relativo. Oggi non esiste più una mafia di tipo rurale e arcaica, ma siamo di fronte ad una mafia evoluta che gestisce centinaia di miliardi attraverso il riciclaggio dei soldi provenienti dai sequestri di persona e dal traffico di droga.


Attraverso quali strategie è possibile battere il fenomeno mafioso in Italia?

Per i magistrati oggi è importante intercettare i flussi del denaro. Però è utopistico parlare di sconfitta della mafia: con i mezzi attuali oggi la mafia può solo essere arginata.


Il rapporto fra mafia e politica è ormai evidente...

L'intreccio fra mafia e politica esiste da decenni. Questo intreccio, però, fino ad ora è stato sempre sottovalutato dagli addetti ai lavori ma soprattutto dai mass media, dalla stampa, cioè da coloro che hanno il potere di condizionare intere parti della società. L'intreccio mafia e politica, almeno in Calabria, noi lo troviamo nei processi già da oltre quindici anni, ma questo problema è stato sempre sottovalutato.


Pu fare un esempio?

Negli anni scorsi ho fatto un'indagine dove ho accertato che nel campo della forestazione la mafia gestiva in modo mafioso ben 350 miliardi l'anno. Non esisteva ancora una legge che stabilisse i criteri di intervento dell'Assessorato alla forestazione e questi 350 miliardi venivano gestiti dall'Assessore e dai suoi uomini a seconda dei gruppi di appartenenza.


In che modo?

Su ogni territorio vi era un uomo di fiducia, il quale disponeva di una fetta di quei 400 miliardi. In tal modo anche persone con la quinta elementare, o al massimo con la terza media, decidevano arbitrariamente come spendere quattro cinque miliardi l'anno che venivano loro attribuiti in modo assolutamente arbitrario. Un chilometro quadrato di forestazione, infatti, costava non meno di un miliardo e mezzo l'anno: ecco lo sperpero pubblico del danaro.


Come giunse a queste conclusioni?

Nell'indagine io sono partito da un omicidio, avvenuto successivamente alle elezione amministrative del 1985. Alcuni individui, i cosiddetti galoppini di un certo partito, si riunirono in una villa per festeggiare la vittoria elettorale. All'interno di questa villa doveva essere discussa la spartizione dei finanziamenti per la forestazione e dovevano poi essere indicati i nomi di chi avrebbe ottenuto gli appalti.
Sono giunto su questa indagine appena nominato giudice istruttore e proprio quando stava per essere chiusa. Ho voluto capire che cosa fosse successo e mi sono posto varie domande.


Quali?

Quale lavoro stava facendo l'imprenditore che aveva vinto una gara truccata per la costruzione di un laghetto dove, in realtà, non vi era acqua? L'imprenditore assassinato avrebbe dovuto costruire un laghetto artificiale dove non vi sarebbe mai giunta l'acqua. La cosa mi insospettì. Si trattava di un imprenditore che non possedeva il titolo, la categoria per partecipare alla gara indetta per l'aggiudicazione dell'appalto e neanche le attrezzature idonee alla costruzione della stessa. Era solo una persona che possedeva un forte potere contrattuale reale e riusciva a raccogliere migliaia di voti. In cambio dei voti aveva ottenuto il suo appalto. All'uscita da quella villa fu ucciso e da tale circostanza nacque la mia indagine.


Cosa dimostrò?

Dimostrai come i galoppini rappresentanti di ogni paese ottenevano la loro fetta dalla spartizione dei finanziamenti, in cambio dell'appoggio elettorale. Questo è l'esempio più schiacciante di connessione fra mafia e politica. Furono degli arresti che ressero pure davanti alla Corte di Cassazione.


Dopo questo episodio fu regolato per la prima volta tutto il settore della forestazione...

Si, questa indagine costrinse i politici ad approvare una legge che non era mai esistita. Nell'epoca delle Regioni, dal 1970 al 1986, infatti, non fu mai approvata una legge organica sulla forestazione. Dopo che finirono in carcere 17 - 18 persone, tutti facenti parte della nomenclatura, del potere reale, che esisteva nell'Assessorato alla forestazione, alla Regione furono costretti ad emanare una legge di regolamentazione del settore forestale riducendo così notevolmente i costi gestionali dell'assessorato.


Oggi la mafia mostrerebbe di subire dei contraccolpi. Dopo aver individuato i primi punti deboli, la mafia può dare segni di cedimento?

La mafia è ancora forte. Per stabilire se la mafia è forte o meno non bisogna mai contare i morti. Purtroppo si ritiene che una forte criminalità organizzata, una forte mafia, si manifesti quando vi sono numerose uccisioni. E' proprio il contrario!


Perché?

Quando vi sono delle uccisioni frequenti, gli affari vanno male per la mafia, si guadagna di meno perché - anziché mettersi d'accordo sugli appalti o sulla spartizione del territorio, su chi deve gestire i canali della droga, su chi deve rifornire le grandi città - devono preoccuparsi di viaggiare con le macchine blindate ed avere una invincibile scorta. In queste circostanze gli affari vanno male. Quando invece non ci sono morti vuol dire che c'è un perfetto equilibrio all'interno della mafia ed in atto una perfetta spartizione della torta.


Pu fare un esempio?

Fino a pochi mesi fa a Reggio Calabria morivano in media due persone al giorno. Fino allo scorso anno era un vero far west. A un certo punto, improvvisamente, non muore più nessuno. Si dirà: sono bravi gli investigatori, sono diventati tutti bravi i magistrati... Da Roma la grande stampa parlava dei grandi successi degli investigatori e dei magistrati. In realtà non era assolutamente vero.


E invece cosa era accaduto?

La verità vera è che a Reggio Calabria stavano per arrivare centinaia di miliardi per costruire delle opere pubbliche nella città e quindi bisognava mettersi d'accordo su chi doveva vincere gli appalti, su chi doveva compiere particolari lavori, su quali territori doveva essere costruita l'opera pubblica.
Se a Reggio venivano uccise una o due persone al giorno l'opera non poteva essere costruita perché i cantieri sarebbero saltati tutti e quindi sono intervenuti i più importanti mafiosi della provincia di Reggio Calabria, della locride e della Piana di Gioia Tauro. Giunsero a Reggio pure i mafiosi del Canada, degli Stati Uniti e di Palermo per mettere d'accordo i due blocchi di famiglie mafiose e favorire una utile tregua. Le indagini ora stanno dimostrando che tutto ciò che è avvenuto a Reggio Calabria ha una origine chiara: i miliardi caduti sulla città.


In cosa consiste la forza attuale della mafia?

La vera forza della mafia è il potere di corruttela che questa ha all'interno delle istituzioni.


E qual è la maggiore debolezza attuale dello Stato?

Il vero problema dello Stato è di riuscire a pulirsi all'interno.


Vuol dire che c'è una più ampia realtà sommersa di insubordinazione e di violazione dei doveri da parte di funzionari dello Stato e delle forze dell'ordine?

Io ho arrestato poliziotti e carabinieri eppure lavoro notte e giorno con loro. Nella mia stanza ci sono sempre quattro cinque dieci poliziotti, carabinieri, generali, capitani con i quali discutiamo sempre di mafia eppure alcuni sono stati arrestati. Ma la pulizia all'interno della struttura, all'interno dello Stato, all'interno delle istituzioni è importante.


E' pure sbagliato quando vengono lette le statistiche che dimostrerebbero un calo di commissioni di reati e quindi che lo Stato ha il sopravvento?

Si, è sbagliato dire che tutto funziona sulla base delle statistiche che rilevano, ad esempio, dieci omicidi in meno in Calabria o cinquanta in meno a Palermo, per dimostrare che esiste la forza d'urto delle istituzioni contro la criminalità organizzata. In questo modo si prende in giro la collettività che paga le tasse e pretende di vivere in una società più civile.


Cosa altro può fare lo Stato?

Innanzitutto depenalizzare i reati finanziari e risolvere i casi sul piano amministrativo. Inoltre, diminuire il potere discrezionale del giudice, ad esempio aumentando il minimo della pena. Abrogare la corte d'Assise o comunque dichiarare competente a giudicare i reati di omicidio i Tribunali.


Come giudica il frequente ricorso della magistratura alle confessioni dei pentiti?

Io ritengo che i pentiti siano molto importanti in un'indagine; da un punto di vista investigativo sono molto utili all'inizio, però le loro dichiarazioni devono essere supportate da riscontri oggettivi. Abusare delle dichiarazioni dei pentiti, anche in buona fede, si rischia tantissimo. Noi stiamo correndo un forte rischio.
Muoverci tutti in questo modo, trovare ad ogni costo il pentito che ci parli liberamente di questo o di quest'altro episodio è un errore. Noi dobbiamo utilizzare i pentiti solo come base, per inizio delle indagini. Ma il pentito non deve fare il processo e non deve fare alcuna sentenza. Le sentenze le fanno i giudici, le indagini le fanno i Sostituti Procuratori: non dimentichiamo che il pentito di mafia è una persona che molte volte ha commesso efferati delitti ed è diverso, naturalmente, dal pentito di tangentopoli. Il pentito di mafia è colui il quale si "pente" per avere sconti sostanziali di pena, uno stipendio, protezione e molte volte cerca di vendicarsi di ciò che non è riuscito a fare quando era libero.


Pu spiegare meglio?

Se il pentito mi dice che una persona traffica in droga io non posso subito arrestarla. Devo prima compiere un'intercettazione telefonica, o ordinare intercettazioni ambientali, poi magari dei pedinamenti, perquisizioni, controllare i conti correnti bancari, postali, le finanziarie, poi se questi accertamenti sono positivi posso chiedere al Gip l'emissione della misura cautelare. Perciò la dichiarazione del pentito mi serve solo per iniziare un'indagine.
E' molto grave se qualcuno si lascia prendere la mano davanti a delle dichiarazioni di uno o due pentiti e arresta subito le persone. E' un grosso errore che, credo, la magistratura e l'intera Italia potrebbero pagare molto caro.


Qual è il rischio che si corre?

Spiego con un esempio pratico: subito dopo i maxi processi di Palermo o di Napoli (ricorda il caso Tortora?) si sono verificati degli errori giudiziari: certo, sbaglia il chirurgo, sbaglia il medico, può sbagliare anche il magistrato.
Tuttavia, succede che i centri di potere che hanno il controllo della stampa a livello nazionale incominciano il tam-tam sull'abuso dei pentiti e sull'abuso del potere da parte dei magistrati. La mia paura è che da qui a uno o due anni si potrebbe arrivare alla paralisi della giustizia così come c' stata subito dopo i maxi processi di Palermo e Napoli.
Temo che si metta in atto - giustificandola con l'<<abuso>> che si è fatto - una legislazione che paralizzi la giustizia, che impedisca di fare indagini, di muoversi così come è successo appena entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale.
La mia preoccupazione è che da qui a poco, fra un anno o due, un'altra classe politica, memore dei colpi inferti ai centri di potere basati sulla corruttela, crei un sistema giudiziario incapace di poter compiere indagini, di poter penetrare con efficacia nel sistema come si sta facendo utilmente ora, comunque un sistema controllabile.


Quanti pentiti vi sono oggi in Calabria?

In Calabria abbiamo pochissimi pentiti rispetto a quanti sono i mafiosi nella regione. Al massimo abbiamo dieci quindici pentiti, mentre in tutt'Italia ce ne sono circa cinquecento.


Perché i pentiti oggi sono sempre più numerosi?

E' entrata in vigore una legge che i magistrati, soprattutto quelli di Palermo, avevano chiesto da 10 anni: dare, cioè, protezione e aiuti economici ai pentiti che collaborano con le forze dell'ordine. Ecco perché oggi abbiamo tanti pentiti, perché ci sono le condizioni per pentirsi. Nelle carceri c'è tantissima gente che vorrebbe parlare, ma a volte non lo fa perché ha paura soprattutto per i propri familiari; ha paura anche degli avvocati, perché spesso questi sono i consigliori della mafia e il capo mafia impone l'avvocato al suo killer per controllarlo di più, nella prospettiva che possa parlare o si comporti in modo non opportuno alla causa mafiosa.


Cosa prova di fronte alla assoluzione di un imputato che lei giudica colpevole?

Quando si vedono alcune assoluzioni si resta amareggiati. Posso solo sfogare con qualche amico intimo la mia amarezza. Dal punto di vista tecnico posso fare appello.


Come giudica il comportamento del Governo di fronte all'emergenza mafiosa?

Mi sono accorto in questi anni che se c'è buona fede, c'è pure molta incompetenza da parte del legislatore.


Perché?

Perché non comprendo il significato di certi decreti legge. La cosa che più mi fa rabbia è quella che ad ogni morto si fa un decreto legge e questo mi dà un fastidio incredibile. Un'altro fastidio terribile sono i funerali di Stato, una cosa che io odio. Non vedo mai i telegiornali quando so che riprendono funerali. Mi dà un fastidio fisico vedere ai funerali la gente che ha il potere reale di fare delle leggi efficaci e non le fa.


Quali sono le leggi o i decreti che lei modificherebbe?

Ad esempio la 516 che per una evasione di diecimila lire, spesso per colpa del consulente, si deve iscrivere a notizia di reato. Si figuri se un cittadino dolosamente pensa di evadere diecimila lire.
Ebbene, per una evasione di dieci mila lire noi dobbiamo aprire un fascicolo, iscrivere quel cittadino nelle notizie di reato. Bisogna istruire il processo, fare il capo di imputazione, chiedere i carichi pendenti, fare l'indice, chiedere le informazioni ai carabinieri, alla guardia di Finanza, per poi dopo due o tre anni dall'iscrizione a notizia di reato al registro generale, chiedere il non luogo a procedere per intervenuta amnistia.
Sul mio tavolo giungono in media cinquanta, settanta fascicoli a settimana per questo tipo di reati. Locri un piccolo paese... immagini a Milano, a Torino, alla Procura di Genova che cosa succederà. Eppure si è parlato tanto di "manette agli evasori" sulla stampa. Questo decreto legge lo si commentava come il toccasana all'evasione fiscale... si rende conto invece che disastro hanno combinato? Hanno solo creato lungaggini e accumulo di carte.


Un'altra legge non efficace è quella che impedisce ai familiari il pagamento del riscatto per il sequestrato...

Ciò è stato di una gravità assoluta. C'è stata una involuzione paurosa dal punto di vista investigativo sui sequestri di persona. Prima noi ottenevamo la collaborazione della famiglia nel senso che il magistrato sapeva quando il familiare o l'emissario portava i soldi sull'Aspromonte. Avevamo la possibilità di fare un pedinamento, di collegare una microspia e cercare di localizzare il luogo del sequestro o, quanto meno, di segnare il numero di banconote e di ricostruire il canale attraverso la banca, l'ufficio postale o la finanziaria: si aveva una traccia, e poi eventualmente percorrendo a ritroso arrivare agli autori del sequestro. Da quel decreto legge c'è stata una chiusura totale delle famiglie nei confronti degli investigatori.


Cosa è cambiato?

Ora le famiglie dei sequestrati vedono lo Stato come un nemico. Quando il Capitano dei carabinieri, il Questore, il Sostituto Procuratore vanno a casa del sequestrato sono considerati dei rompiscatole. Sono viste come persone che intralciano le trattative parallele che i familiari del sequestrato instaurano con i rapitori attraverso un emissario, che molto spesso è avvocato.
Si dice che dal sequestro Casella in poi abbia pagato sempre lo Stato: una volta con i carabinieri, una volta con la polizia una volta con i servizi segreti. Questo intervento legislativo lo ritengo quindi una grande involuzione dal punto di vista investigativo.


Come mai ora sono più rari i sequestri di persona?

Non certo perché c'è stata l'attività investigativa della polizia, dei carabinieri, della finanza o l'arrivo di nuovi magistrati. Il motivo è che si sono riunite le famiglie della 'ndrangheta e hanno deciso che non bisognava più fare sequestri di persone per facilitare le altre attività più redditizie.


Perché?

Perché ogni sequestro di persona portava in Calabria, nella locride ben settecento, ottocento poliziotti, mentre i paesi dei quali parlo - Platì, San Luca, Natile - sono località di 3 mila, 4 mila persone. Quando c'è stato il sequestro della Ghidini, l'intervento massiccio delle forze dell'ordine fu enorme. Eppure sono stati i sequestratori a decidere di liberare la ragazza, non lo Stato.
Ora le famiglie mafiose, le famiglie dominanti, quelle che contano, si sono riunite e hanno deciso di non fare più sequestri di persona perché calamitavano centinaia e migliaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri. Si superavano le 2 mila unità in pieno assetto di guerra in un circondario di 40 mila abitanti.


Che impedivano ogni altra azione criminale...

Esatto. Nei traffici di droga i canali venivano ostruiti. Le famiglie più importanti, che negli anni settanta effettuavano i sequestri in Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna e portavano gli ostaggi in Aspromonte per custodirli in un luogo in cui avevano un assoluto controllo del territorio, hanno deciso che non era più economico fare sequestro.
In realtà bastavano due viaggi di eroina o di cocaina da Locri a Torino o a Milano e si guadagnava quanto un sequestro di persona. Poi, dopo questa riunione, ci furono altri sequestri ma fatti da famiglie di poco spessore criminale, da famiglie non organiche alla 'ndrangheta, cioè delinquenti ma non 'ndranghetisti; non famiglie legittimate a partecipare alle riunioni di alto livello e così sono state ampiamente punite. Perciò i sequestri di persona in Calabria sono un fenomeno che sta andando scemando. Potrebbero però ricominciare dato che alcune famiglie sono in difficoltà nel traffico di stupefacenti e non vi sono buoni manager: dato che la loro forza è il controllo del territorio, custodire un sequestrato, per loro,è come custodire un'animale.


Quale ruolo può avere la famiglia in tema di mafia?

Io ritengo che la famiglia non abbia - paradossalmente - un ruolo importantissimo per arginare il fenomeno della criminalità. Il ruolo più importante nei paesi che ho sopra citato lo possono avere le scuole, gli educatori, la chiesa perché anche i genitori di queste famiglie ragionano, si comportano come mafiosi. Ritengo quindi che le forze sociali debbano non solo intervenire partendo dalle scuole materne a salire, ma anche sui genitori.
La "cultura" mafiosa condiziona il modo di parlare, di agire, di muoversi anche dei bambini in tenera età. Vi sono bambini che già a otto o dieci anni sono in grado di sparare, di trasportare due o tre chili di droga e di rifocillare i sequestrati. Mi accade di vedere nei processi intere famiglie, dal nonno allo zio, al nipote, al padre, al figlio, indagati tutti per fatti di mafia. Perciò non vedo cosa possano fare i genitori di questi bambini per non educarli mafiosamente.


Lei si occupato di una importante inchiesta sul voto di scambio, in collaborazione con il Procuratore di Palmi Agostino Cordova. Come nata l'idea per questa inchiesta?

Erano i primi giorni di aprile dello scorso anno, poco prima delle elezioni politiche. Io e il Procuratore Cordova ci trovammo nel cortile di un carcere mangiando un panino, in attesa che il pentito che stavamo interrogando andasse nella sua cella a consumare il pranzo.
Insieme pensammo cosa poter fare di concreto per verificare le voci sul cosiddetto voto di scambio, in vista delle imminenti elezioni politiche. Allora circolavano voci scandalistiche su un vergognoso rapporto di scambio tra famiglie mafiose e uomini politici. Era opinione comune che ogni famiglia mafiosa vendeva da 2 mila a 3 mila voti, in cambio di appalti o di forniture. Durante il viaggio di ritorno in macchina, insieme concretizzammo questa idea e la notte stessa preparammo, con le forze dell'ordine, centinaia di ordini di perquisizione, da svolgere nei confronti di alcune "famiglie" per verificare per chi avrebbero votato e se si concretizzava il reato di turbativa elettorale.
In poche ore abbiamo organizzato il lavoro con agenti e funzionari di fiducia e sono state effettuate le perquisizioni nella notte fra il tre e il quattro aprile. Successe il finimondo: il Presidente della Repubblica - allora Francesco Cossiga - si scandalizzò, minacciò un procedimento disciplinare perché, a suo parere, avevamo violato la libertà del cittadino.


Cosa altro ricorda?

Ricordo che un gruppo di perquisiti ha scritto sui giornali: "vorremmo sapere dal giudice Cordova e dal giudice Gratteri in quali famiglie mafiose siamo collocati". Dopo pochi giorni uno dei perquisiti che ha fatto l' <<appello>> fu ucciso a colpi di pistola. La risposta fu implicita! Voleva dimostrare che egli era un perseguitato, una vittima. La cosa che non ci ha sorpresi e che siamo riusciti a dimostrare era che ogni famiglia mafiosa faceva la propaganda per due o tre politici di partiti diversi.


Quale conclusione fu data all'inchiesta?

Che la mafia non ha una ideologia; la mafia non viene rappresentata da un partito ma dall'uomo che la garantisce. Poi se eletto, e viene eletto certamente - se viene appoggiato dalla mafia - garantisce gli appalti, garantisce le assunzioni e altri favori.


Mafia e massoneria...

Dopo le indagini sul voto di scambio fra mafia e politica il Procuratore Cordova iniziò una indagine sulla Massoneria. In pratica lui ritiene che dietro alcune logge massoniche ufficiali ci sono logge coperte, e quindi in violazione della legge che persegue le associazioni segrete. All'interno di esse i mafiosi si incontrano con i massoni e discutono, decidono sul futuro della zona o di gran parte dell'Italia, a seconda del potere che la loggia ha. Sono state fatte delle indagini in questo senso e si è giunti a precisi riscontri.
Si ritiene che questo sia un fenomeno molto diffuso soprattutto in Sicilia e in Calabria. Nella locride ci sono almeno quattro o cinque logge regolari, ma potrebbe esserci qualcuna cosiddetta coperta all'interno delle quali potrebbero esserci noti uomini politici.


Che giudizio d del Procuratore della Repubblica a Palmi Agostino Cordova?

Il Procuratore Cordova è un dei migliori magistrati inquirenti che ci sono oggi in Italia. Una persona correttissima, leale, diretto, poco diplomatico. Forse per questo non è stato voluto come Procuratore Nazionale Antimafia. Un uomo che non accetta compromessi.


Il Ministro Martelli ha accusato Cordova che in origine non era favorevole alla costituzione della Procura Nazionale Antimafia. Perché allora ha fatto domanda?

Cordova, come chi sceglie di fare il magistrato in Procura lo fa perché ama il lavoro, perché vuole fare belle indagini, perché vuole costruire, trovare le prove, i responsabili della commissione di un determinato reato. La Procura Nazionale e quelle distrettuali si occupano di indagini che riguardano la criminalità organizzata, in particolare associazione a delinquere, associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti, sequestri di persona. Con l'istituzione della Procura Nazionale e quindi delle distrettuali, il Procuratore Cordova come gli altri magistrati che lavoravano e lavorano nelle Procure non distrettuali antimafia restano tagliati fuori dalla possibilità di fare indagini per i reati sopra detti. Quindi Cordova ha fatto domanda proprio per poter continuare ad arginare il fenomeno mafioso e anche perché moltissimi magistrati di tutta Italia e molti cittadini comuni lo hanno esortato a fare domanda. Comunque per i processi di mafia ancora in fase istruttoria sta e stiamo lavorando con ottimi risultati, ciò sta a dimostrare, se ve ne fosse bisogno, che per fare indagini, non necessitano strutture elefantiache o grandi vertici.


Dal 20 novembre 1991 esiste una nuova superpolizia per combattere esclusivamente la mafia. Ritiene che sia sufficiente?

E' un gruppo di uomini scelti all'interno della polizia, dei carabinieri e della finanza, pagati circa due milioni in più rispetto a prima ma fanno l'identico lavoro. Dal 20 novembre 1991 le indagini di mafia le possono fare solo la superprocura e la superpolizia, mentre sono precluse alle Procure ordinarie. Allora è ovvio che la televisione e i giornali parlino della Dia con estrema enfasi.


Mi pare di capire che lei non crede tanto all'efficacia di queste nuove istituzioni investigative...

Dò una valutazione negativa. La Dia e la Dna, rispetto a quello che sono costate, sono servite e servono a ben poco. Prima era possibile fare con la Polizia, i Carabinieri e la Finanza tutto quello che adesso per legge può fare solo la Dia. Per indagini di particolare complessità la polizia ha istituito, la Squadra mobile e la Criminalpol, i Carabinieri il Ros, la Guardia di Finanza il Goa e il Gico. Non capisco la necessità di istituire un'altra forza composta da uomini rastrellati dalle tre forze sopra dette sguarnendole e quindi rendendole più deboli.
Era più efficace e meno dispendioso fare delle modifiche al codice penale e di procedura penale.


Il suo appare un giudizio estremamente perentorio...

Posso affermare che lo Stato nei decenni passati, non ha investito in giustizia. Come tutti sanno le spese dello Stato per il settore giustizia non superano il 2%. Negli anni passati, io compreso ho avuto il problema di reperire non solo la fotocopiatrice ma anche la carta sulla quale scrivere i mandati di cattura quando ero Giudice istruttore e le richieste di misure cautelari da Pubblico Ministero. Ho camminato con la macchina blindata con le gomme senza battistrada e lo scorso anno non c'erano i soldi per comprare la benzina. Oggi la Dia e la Dna hanno tutto e forse di più di quello che serve per lavorare. Sono ancora convinto che se lo Stato nei decenni passati avesse dato più mezzi e, dal punto di vista legislativo, non avesse sottovalutato il problema mafia,oggi l'Italia non si troverebbe in una situazione, quanto meno di ordine pubblico, a livello di un paese dell'America Latina.


Eppure si sono avuti i primi risultati...
che si fatto in Italia in questi mesi non avvenuto perché sono state istituite la superprocura e la superpolizia. Tutto questo è avvenuto soprattutto perché è stata approvata la legge cosiddetta sui pentiti. Legge che i magistrati avevano chiesto da più di dieci anni e che ha permesso di ricostruire e di chiarire moltissimi crimini.


I successi contro la mafia sono sempre più frequenti. Ieri Riina, oggi Nitto Santapaola. E' solo questione di pentiti?

Nitto Santapaola è stato arrestato a seguito di una indagine della Criminalpol e perciò da parte di strutture che già preesistevano alla costituzione della Dia.


Lei, quindi, ritiene che non esista alcuna differenza dal punto di vista professionale tra i magistrati delle Procure distrettuali da quelle,diciamo,ordinarie?

Ritengo che chi sceglie di lavorare in Procura come in altri uffici ha la preparazione e l'amore per fare questo lavoro. Se un magistrato, anche se dal punto di vista teorico preparato, non è idoneo alla funzione che sta espletando bisogna avere il coraggio da parte del capo dell'ufficio o del consiglio giudiziario di trasferirlo ad un incarico più consono alle sue capacità e al suo carattere.


E se il magistrato è colluso?

Bisogna avere il coraggio non di trasferirlo o di ammonirlo, ma di cacciarlo dalla magistratura perché è pericoloso per sé e per gli altri. Molti morti, molte stragi possono avvenire proprio per colpe interne: un corrotto neutralizza il lavoro di cento persone oneste. Il vero problema è trovare il coraggio di pulirsi, di pulire internamente le amministrazioni dello Stato.


Cosa può fare il CSM per contribuire ad un più efficace coordinamento delle varie Procure?

Non può fare niente se non esprimere solo un dissenso. Le decisioni della costituzione della superprocura e della superpolizia sono state delle decisioni politiche.


Quanto costa un mafioso che viene trattenuto nelle carceri italiane?

Allo Stato, quindi alla collettività, il detenuto costa più di trecentomila lire al giorno.


Ma lei crede nel carcere come luogo di rieducazione?

Non vorrei essere contraddittorio. Il carcere serve solo per detenuti comuni, persone che accidentalmente commettono un reato; per chi commette delitti, facendo parte di un'organizzazione mafiosa, il carcere non serve.
I manuali universitari insegnano che la pena tende alla rieducazione del condannato, ma io non credo a questo: bisogna avere il coraggio di fare la distinzione che ho sopra detto. Per i mafiosi detenuti, come ho già spiegato, sono più "utili" i campi di lavoro.


Insomma, lei non crede che un mafioso possa ravvedersi?

Non credo nel modo più assoluto che possa ravvedersi e reinserirsi nella società civile.
Faccio un esempio pratico. Il capomafia di un paese controlla in modo assoluto anche il respiro della gente. E' il padrone di un paese intero e decide chi deve essere assunto in ospedale, chi deve fare il vigile urbano, chi deve costruire, dove bisogna acquistare i laterizi, chi deve fornire il cemento per la costruzione ecc. Perché questa persona in carcere dovrebbe ravvedersi?
Mettiamo il caso che dal punto di vista teorico ciò possa verificarsi. In questo caso lo ammazzerebbero dopo tre giorni. E' illogico pensare che chi comanda in un paese si ravveda nel carcere e, uscendo, vada a fare l'operaio forestale o a zappare solo la terra. E' veramente da ingenui pensare questo!


Come trattare i mafiosi calabresi? Trattenerli nelle carceri locali o inviarli nei penitenziari distanti dal territorio regionale?

E' un problema vero a cui ho pensato sempre. Mandare un detenuto lontano dalla sua famiglia rende sì i contatti più difficoltosi ma gli ordini arrivano lo stesso. Aumenta solo la spesa per la famiglia che spesso si traduce nella richiesta di ulteriori tangenti alle forze economiche della zona. Inoltre si nota ancora di più il potere tra un detenuto e l'altro.


Qual è il tenore di vita di un mafioso all'interno delle carceri?

Il capomafia, in generale, non mangia il cibo del carcere; ma se lo fa portare dall'esterno. All'interno del carcere il mafioso veste solo firmato. Queste cose, se tutto va bene, le paga il commerciate attraverso l'estorsione. Ecco il primo elemento che dovrebbe indurre ad una riforma carceraria.
Permettere a un detenuto di vestirsi secondo i propri gusti e le proprie disponibilità crea una disparità all'interno del carcere. Vestire bene nel carcere è una forma di ostentazione e di potere; avere l'orologio di marca è la stessa cosa. Ho visto gente indossare calzini che costano 20 o 30 mila lire al paio; ho visto mafiosi all'interno del carcere indossare vestiti costosissimi.
E così il detenuto povero sarà stimolato ad imitare il collega ricco.
Quindi è necessario proibire ai detenuti di vestire come credono: ad esempio una divisa identica per tutti e il non fare entrare il cibo dall'esterno quasi quotidianamente creerebbero una minore differenza tra i detenuti.
Per reati gravi e per detenuti pericolosi, irriducibili, ritengo più utile e costruttivo sia per loro che per la collettività istituire veri campi di lavoro. Nel carcere i detenuti oziano, hanno la possibilità di pensare e si inselvatichiscono ancora di più; nei campi di lavoro avrebbero la possibilità di scaricare tutta la loro energia, la loro violenza, la loro tensione e soffrirebbero di meno. Al contempo non costerebbero o costerebbero molto di meno, alla loro famiglia, ai taglieggiati e alla collettività.


Il traffico della droga...

Il fenomeno della tossicodipendenza è un fenomeno molto sentito da parte degli inquirenti e siamo impegnati a combattere con forza il traffico della droga.
In Calabria vi sono grossi depositi di sostanze stupefacenti e un consumo locale ridotto. Il traffico, quindi, avviene soprattutto verso il nord Italia e all'estero. Le famiglie calabresi, in particolare quelle della jonica, riescono a venderla a prezzi bassissimi rispetto ad altre organizzazioni. Anche per questo si sono imposti nei maggiori mercati.
In questo momento la 'ndrangheta calabrese possiede il primato della vendita degli stupefacenti, in particolare nel Piemonte, nella Lombardia e in parte dell'Emilia Romagna. In Piemonte, da circa 10 anni, c' il dominio assoluto dei calabresi su tutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti.


Come ha fatto la 'ndrangheta calabrese a compiere questo balzo in avanti?

Per quanto riguarda il traffico della droga, con i soldi dei sequestri di persona è stato possibile avere quel liquido necessario, indispensabile alle associazioni mafiose calabresi, per entrare nel circuito internazionale del traffico della droga. La 'ndrangheta calabrese è riuscita da circa 20 anni ad entrare nei circuiti internazionali della droga sganciandosi dalla dipendenza della mafia di Palermo o di Trapani.


Perché è riuscita a tanto?

La 'ndrangheta ha avuto un ruolo determinante nell'appoggio ai terroristi, servendo il terrorismo internazionale dal punto di visto logistico, della fornitura di armi.
In cambio i terroristi, soprattutto i palestinesi, hanno creato per la 'ndrangheta i canali esclusivi - rispetto a quelli della mafia di Palermo - e quindi è stato possibile, ormai da molti anni, portare in Italia grossissime quantità di sostanze stupefacenti dal Libano e dalla Turchia. Abbiamo più di 300 chilometri di costa quasi incontrollata, dove è facilissimo sbarcare oppure sganciare in acque internazionali contenitori con decine o centinaia di chili di sostanze stupefacenti che poi vengono prelevati da "pescatori".


Come viene organizzato il riciclaggio del denaro sporco?

Il fenomeno del riciclaggio è un grosso problema che sta sfuggendo agli addetti ai lavori. Con tutto il parlare su tangentopoli, su scandali politico - amministrativi, sta sfuggendo a tutti un fenomeno gravissimo. E' una cosa enorme della quale ci accorgeremo dei guasti forse tra cinque o sei anni.
La 'ndrangheta e la mafia stanno trasferendo i loro capitali per acquistare letteralmente i paesi dell'est europeo. La 'ndrangheta sta emigrando, sta acquistando tutto. La 'ndrangheta sta mandando all'est i suoi uomini per gestire e controllare queste nuove fonti di ricchezza per nuove vie a favore del riciclaggio del danaro. Ritengo che ora dal punto di vista investigativo si stia facendo molto poco in Italia rispetto a quello che dovremmo fare. E' un fenomeno molto grosso, enorme che in questo momento non ci tocca direttamente. Ma potrebbe essere, tra pochi anni, il problema principale per l'intera Europa.

Rocco Turi


Il DOSSIER è accompagnato da un foto del dr. Gratteri nel suo studio di Locri, una foto del dr. Gratteri mentre parla agli studenti di Cassino, una foto del sociologo Rocco Turi mentre introduce la conferenza di Gratteri con accanto il prof. Riverso, una foto dell'auditorium dell'Università di Cassino piena di studenti durante la conferenza.


Questa lunga conversazione si è svolta in due giorni, 19 anni fa nella casa di Nicola Gratteri, ospite della sua famiglia, partecipando anche a un gioioso e rilassante pranzo domenicale. Sono stati due giorni in cui ho potuto constatare la grande capacità riflessiva e comunicativa di Nicola, ma anche la sua serenità e umanità e l'afflato familiare che mi hanno coinvolto. La sua amichevole semplicità. Diventammo amici, ma di quell'amicizia distesa e tranquilla che non ha bisogno di gesti simbolici ipocriti come lo scambio di auguri per natale o altre ricorrenze. (RT)


OGGIFAMIGLIA è il mensile del Circolo culturale "V. Bachelet" di Cosenza.



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ottobre 2012


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