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CONFERENZA: SALVATORE FARINA E LA "STORIA DI UN EMIGRATO".

Centro Studi per Amendolara



LA PROCELLARIA, anno XXXVI, n. 3, luglio-settembre 1988, p. 146.
ROSSO CALABRIA, anno IV, n. 5-6, maggio-giugno 1988, p. 3.
CALABRIA LETTERARIA, anno XXXVI, n. 7-8-9, settembre ottobre novembre 1988, p. 118.
IL CROTONESE, anno IX, n. 48, 23 dicembre 1988 - 5 gennaio 1989, p. 10.

Hotel Grillo, 19 marzo 1989.

Conferenza
Salvatore Farina e la "Storia di un emigrato".
Di Rocco Turi

Salvatore Farina, Storia di un emigrato, Jaca Book, Milano, 1988, pagg. 59.

Convegno DIPENDENZA DEL MERIDIONE ED EMIGRAZIONE: UNA PROPOSTA PER L'UNITA' DEI MERIDIONALI, su iniziativa dell'avvocato Francesco Tassone per il <<Movimento Meridionale>> e della Casa Editrice QUALECULTURA e di QUADERNI CALABRESI, con la partecipazione, come da invito a stampa, di Luigi Gullo e di Luigi M. Lombardi Satriani.
In loro assenza, il convegno si sviluppò sulla seguente relazione unica del sociologo Rocco Turi.

Da diversi anni in tutti gli ambienti culturali più vivi ed avanzati emerge la necessità di rivalutare una forma di espressione scritta che affida al linguaggio diretto dei protagonisti - non alla lingua - la rappresentazione dell'antropologia del vissuto.
In tal modo da essa è possibile evidenziare uno spaccato della realtà storico sociale della cultura del recente passato che altrimenti andrebbe perduta, così come è ormai dimenticata la cultura popolare dei secoli scorsi che, tuttavia, si cerca di recuperare attraverso i racconti orali dei più anziani e le ricerche basate sulla documentazione piuttosto fredda, derivata anche delle statistiche, necessariamente solo deduttiva.
Le nuove forme di espressione popolare scritta portano, così, alla ribalta testi ed autori non regolari - privi di strumenti tecnici, culturali e di ricerca necessari per la stesura di un libro - che fanno spesso rabbrividire le aree più conservatrici della cultura classica, fautrici di una letteratura pura e sintatticamente corretta.
Ciò nondimeno, la lista dei "Franchi Narratori", appartenenti per lo più alle categorie sociali meno abbienti, produce una massa di dati talmente ampia da favorire, specie ai giovani e agli studenti, la conoscenza di una realtà sociale ed economica che la cultura opulenta tenta di rimuovere. E poi, in un momento storico in cui si parla tanto di linguaggio come liberazione dell'individuo, i testi spontanei ed immediati favoriscono inevitabilmente lo sviluppo di una scienza - la semiologia - che nell'ultimo decennio ha incrementato le più importanti ricerche sulla conoscenza.
Per tali motivi nelle Università, accanto ai classici di studi sociali e antropologici, si impone ormai da tempo l'idea di associare ad essi tutti quei testi di cultura popolare utili ad una visione, anche critica, delle radici del mondo contemporaneo che anche per gli anziani costituisce solo un ricordo. Ritornano così alla mente, oltre alle concettualizzazioni derivate dagli studi di vita sociale ed economica di Dole, Weber, Tonnies o Marx, i libri di Tommaso Di Ciaula, un ex contadino e operaio metalmeccanico del Sud, che, attraverso il suo volume più significativo - Tuta Blu, Feltrinelli, 1978 - descrive le ire, i ricordi, i sogni e le alienazioni di un uomo costretto ad annullare la sua specificità di contadino pugliese per rincorrere forzatamente un mondo che non gli appartiene, da cui riflettono il disagio di una intera generazione e la crisi di una società.
La schiera di Franchi Narratori viene oggi ad allungarsi con Salvatore Farina attraverso il suo recente lavoro "Storia di un emigrato" (Jaca Book-Qualecultura, 1988) giunto ormai alla sua seconda edizione.
Farina, contadino calabrese dell'alto jonio cosentino - che senza farsi cogliere dalla fretta e dalla smania di voler consegnare il manoscritto all'editore avrebbe potuto ben più e meglio approfondire le sue tematiche raggiungendo un risultato contenutistico sicuramente più efficace - nel suo libretto descrive la vita grama, piena di stenti e il disagio quotidiano della sua generazione: <<...mia madre per lavare la biancheria doveva andare al fiume, per bere io caricavo i barili su un asino e dovevo andare alla sorgente che era sei chilometri distante... Io ero piccolo e non avevo forza sufficiente per caricare i barili pieni…>> (p. 12).
<<Arrivato all'età di 15 anni nel 1952 incominciai a lavorare nel bosco ricavando la resina dalle piante di pino. Il giorno di estate con quel calore circa 40 gradi all'ombra dovevamo visitare al giorno circa 300 piante e saltando da un fosso all'altro. Il mangiare era un pezzo di pane e qualche pera selvatica… La sete, ricordo un giorno ho lasciato la borraccia dell'acqua e mi ero allontanato un po' più del solito quanto sentii sete, non ce la facevo più, arrivai quasi vicino alla borraccia ma mi era difficile a prenderla come se avessi attraversato un deserto, è stato un amico di lavoro a salvarmi>> (p. 14).
Ben presto Salvatore Farina intuisce che le condizioni imposte dall'ultima guerra, specie per la società meridionale e per le classi più povere, lo porteranno a soffrire duramente: <<...all'età di 16 anni iniziammo l'emigrazione (nei paesi vicini, ma)… ciò che prendevamo nella fattoria il patrone se lo tratteneva a caro prezzo… Presi la famiglia e tornai ad Amendolara, ma ad Amendolara ho trovato quello che avevo rimasto, la disperazione>> (p. 16).
Intanto comincia la "grande speranza" del boom migratorio verso la Svizzera e verso la Germania: <<la discriminazione, i maltrattamenti, li può conoscere solo chi ha vissuto... (p. 23) …là dormivamo nelle baracche 6 persone per ogni stanza di 16 metri quadrati>>. (p. 26) …La sera… avevamo le ossa rotte che tante volte non avevamo voglia nemmeno di farci da mangiare. Quando volevi riposarti non era possibile perché i giovani… avevano voglia di ballare il tuist, e c'erano le persone anziane che ricevevano un telegramma che gli era morto il padre o la madre in Italia e fra i compagni di lavoro uno aveva voglia di ballare, l'altro di piangere e l'altro di gridare e non potevi riposarti in pace…>> (p. 29).
La mobilità sociale, il frequente cambiamento dei rapporti e delle relazioni con soggetti dalle diverse culture ed etnie, le esperienze negative contrarie alle aspettative promosse dalla emigrazione di massa degli anni '50-'60, i frequenti viaggi al paese natio per alleviare la nostalgia, l'alienazione e l'amarezza affrontati in giro per l'Europa, fanno di Salvatore Farina un uomo maturo nonostante i mormorii dei suoi concittadini: <<questo è tornato, non gli piace il lavoro, è un vagabondo>> (p. 24). Sente così un forte desiderio di riscatto e di rivalsa per una classe operaia dominata duramente dal potere imprenditoriale e decide di commemorare, intanto, una generazione sfruttata e sfortunata:
<<Quel cantiere è durato due anni, il lavoro era molto pericoloso, ci lavoravamo circa 4000 dico quattromila persone, eravamo circa 40 ditte, noi avevamo l'ultimo lotto, dovevamo fare l'isolamento al tetto, fondazione ecc. Eravamo a 80 metri di altezza, all'entrata del cantiere c'era una tabella dove c'era scritto mese per mese la quantità dei morti, feriti e gravi feriti. Noi tutti avevamo paura… (p. 31) …io con nervosismo esclamai: coraggio ragazzi che se torniamo tutti vivi a Norimberga facciamo un monumento ai caduti (p. 32) …A Norimberga avevamo conosciuto gli amici del Coordinamento Meridionale che si trovavano a Norimberga per l'aiuto che hanno prestato nel periodo del terremoto a Laviano, e ci hanno domandato se per il monumento avevamo difficoltà, noi abbiamo detto che l'unica difficoltà era quella che non avevamo i soldi per comprare il recinto di ferro battuto, loro risposero: se voi accettate il recinto ve lo regaliamo noi. Per noi non è stato solo l'aiuto per il finanziamento ma il segno di solidarietà. Così quando ho finito la costruzione, cioè il 24 dicembre era mezza notte e ancora lavoravamo. Dopo di tre giorni hanno caricato 370 Kg. di ferro battuto sulla macchina da Vibo Valentia ad Amendolara, circa 250 Km. Come se in quella zona non esistevano fabbri per fare quel lavoro, in quella zona nessuno ha capito (sic!) l'importanza di quel monumento!>> (p. 33).
Non è tutto. Farina, pur mantenendo i valori della propria cultura originaria (solidarietà, ospitalità, Natale) ne accetta altri della nuova società per cui, agendo come filo di congiunzione fra connazionali emigrati e popolazione indigena, profonde anche un notevole impegno sociale e politico essendo, nel frattempo, eletto presidente del Circolo "Calabria" di Norimberga e poi del "Centro Emigrati Meridionali".
Il suo fine è di difendere i propri colleghi in ogni esigenza collettiva e individuale: <<Passo le mie ore libere aiutando gli emigrati>> (p. 39), <<i miei operai>> (p. 40), in un momento in cui, dopo venti anni, i fattori di espulsione dal mondo che li ha accolti sono più numerosi di quelli attrattivi: ristagno economico, diminuzione di risorse nazionali, basso reddito, concorrenza con emigrati di altri paesi, diminuzione dello standard di vita, discriminazione, limitate possibilità di sviluppo del paese ospitante ed emancipazione personale.
Salvatore Farina, nella sua nuova veste di rappresentante politico impegnato a favore di una quota consistente di emigrati calabresi in Germania, ritorna sempre più frequentemente nella sua Calabria, illudendosi che la cultura sociale e civica abbia fatto progressi notevoli anche al suo paese, "in quella zona (dove) nessuno ha capito l'importanza…".
Tuttavia, il suo impegno non viene legittimato dai suoi concittadini (nessuno è profeta in patria!), sempre arroccati, al di là delle apparenze, ad un animo classista e antioperaio da ignorare pubblicamente la prima edizione del suo libro ("in quella zona nessuno ha capito l'importanza…"), definito con estrema superficialità "divertente"; un libro che - con i limiti evidentemente ovvii - è da considerare in tutta la regione uno dei testi più significativamente carichi di storia sociale, di umanità e di vita vissuta, rappresentativo della classe operaia industriale degli ultimi trent'anni; un libro da offrire in eredità alle nuove generazioni di operai tecnologici.


LA PROCELLARIA, Rassegna di varia cultura, è un'antica rivista fondata e diretta da Francesco Fiumara.

ROSSO CALABRIA è un periodico d'informazione a cura della Federazione di Cosenza di Democrazia Proletaria, diretto da Stefano Semenzato. In questa nota desidero ricordare il sociologo Tonio Tucci, amico e direttore politico della redazione di Cosenza del periodico ROSSO CALABRIA, nonché autore di numerosi saggi sulla criminalità in questa Regione, prematuramente scomparso. (RT).

CALABRIA LETTERARIA è un'antica rivista mensile di cultura e arte diretta da Emilio Frangella.

IL CROTONESE è il più importante periodico di Crotone e provincia, diretto da Michelangelo Napoletano.


Fa piacere osservare che dopo nientemeno 23 anni dalla conferenza di Rocco Turi, l'opera di Salvatore Farina sia stata finalmente apprezzata in Alto Jonio. Meglio tardi che mai.
A Salvatore Farina auguri di sereni anni da pensionato!
Tuttavia, è stato curioso ascoltare recentemente che il libro <<Storia di un emigrato>>facesse parte di un progetto per il quale Salvatore Farina sarebbe stato "scelto" da altri con l'incarico di scriverlo. Chi altro avrebbe potuto scrivere un libro così? Non diciamo fesserie…


www.amendolara.eu
aprile 2012


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