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San Vincenzo Ferrer: una storia, una tradizione, una festa

Centro Studi per Amendolara



Testo pubblicato nell'opuscolo <<Un secolo di emigrazione>>.
Omaggio ai compaesani d'Argentina. Viaggio alla riscoperta delle nostre radici.
Novembre 1995

Prima storia scritta della Festa dedicata a S. Vincenzo Ferrer, Protettore di Amendolara.
San Vincenzo Ferrer: una storia, una tradizione, una festa.
Di Rocco Turi


Storia di una festa antica.

La festa di San Vincenzo è caratterizzata dall'accensione, per tre giorni consecutivi, di numerosi fucarazzi in ogni crocevia del centro antico di Amendolara. Vengono incendiati al suono di una banda musicale e tutta la popolazione intorno al fuoco, con fiamme altissime, gioca e scherza con i cosiddetti puntilli. Si tratta di sbarramenti spontanei nelle strette vinelle del paese vecchio a gruppi contrapposti, i quali, essendo molto vicini al fuoco e quindi soggetti ad una temperatura elevata, spingono per farsi largo tra la folla. E' un gioco pericoloso ma è anche occasione per socializzare, un momento di divertimento collettivo, di incontri tra vecchi amici e compaesani, di chiacchiericcio per rievocare fatti ed episodi antichi.

La tradizione.

A causa di un lungo periodo di siccità verificatasi nel XVIII sec., una statua dedicata a San Vincenzo Ferrer venne portata sul pianoro di San Marco e apostrofata con un gesto piuttosto irriverente. Infatti gli venne legata sulla bocca una grossa, salatissima saraca (salacca) affinché il Santo provasse simbolicamente una incipiente sete e comprendesse la necessità dell'acqua per soddisfare la sua esigenza ma anche quella dei contadini per una buona raccolta di grano. Piovve tanto per tre giorni e tre notti che la processione del Santo venne interrotta e la statua riparata nel cortile del palazzo Pucci. Solo alla fine della lunga pioggia, dopo aver concluso l'itinerario previsto dai fedeli, la processione ritornò nella Chiesa parrocchiale.
Secondo la tradizione orale di Amendolara, i fucarazzi di San Vincenzo vennero accesi per la prima volta ai primi dell'800, nel corso di un nuovo periodo di grande siccità. Attraverso le vie del paese la statua del Santo venne riportata in processione sull'altura di San Marco, che domina i pianori del territorio di Amendolara, affinché fosse posta davanti alle aridi seminagioni e propiziasse la pioggia per favorire un buon raccolto. Piovve moltissimo e i contadini furono tutti soddisfatti.
La popolazione di Amendolara, povera ma felice per l'evento, pensò di ringraziare il Santo con una festa in suo onore. Non aveva altro da offrire. Tutti insieme decisero di ricordare ogni anno l'episodio miracoloso. Dedicarono a San Vincenzo Ferrer numerosi falò preparati con il contributo di tutta la popolazione, la quale sin dai giorni precedenti andava in cerca della pioca (pino mediterraneo) più bella e più alta da tagliare e da installare nel proprio vicinato per essere bruciata.
Anche negli anni trenta del corrente secolo si verificò un lungo periodo di siccità per cui il Santo venne nuovamente implorato dai contadini e ricondotto in processione sul solito pianoro di San Marco.
I contadini strapparono devotamente le piccole piantine di grano e le deposero ai piedi della Statua con la speranza che il Santo potesse assecondare nuovamente le loro richieste.
Questi ripetuti episodi di religiosità popolare dimostravano quanto radicata fosse la fede degli abitanti amendolaresi. Riportavano alla ribalta una situazione di siccità dai contorni preoccupanti che si presentava ciclicamente, a scadenza puntuale.
Nei giorni precedenti la celebrazione della festa, appena dopo il pranzo, quasi tutti i ragazzi e le donne dei diversi vicinanzi (vicinati), precedute dagli uomini armati di taglienti accette sulle spalle, si dedicavano alla ricerca del pino. L'albero veniva solitamente procurato nel bosco di Chippari, un territorio a poca distanza dal paese.
Dopo il taglio operato degli uomini, incominciava anche il lavoro duro, faticoso ed anche piacevole delle donne. Infatti dal profondo burrone di Chippari bisognava trasportare tutte insieme, non senza l'aiuto degli uomini presenti, il pesante albero. Il tutto avveniva in piena festa, armonia e gioia collettiva.
Giunti nel proprio vicinato incominciava l'allestimento del falò da bruciare. Veniva scavata una buca nel centro del crocevia e vi si collocava, con enorme fatica, il pino sacrificale.
Le fascine, che ogni famiglia offriva come ulteriore contributo, venivano opportunamente disposte per riempire gli spazi aperti fra i rami dell'albero e dare a sera, quando acceso, una luce più intensa.
Fra i numerosi vicinati si instaurava anche una allegra competizione nel realizzare un fucarazzo (falò) più grande e più bello.
Alla fine dell'allestimento veniva acceso un piccolo fuoco in prossimità del falò preparato affinché i bambini, riscaldandosi, potessero restarvi a guardia, per evitare un irriverente sabotaggio con l'anticipata accensione del fuoco.
I falò venivano accesi la sera del giovedì precedente l'ultimo sabato del mese di aprile. Ripetuti nelle due serate successive.
Di sabato incominciava anche una importante fiera degli animali con una vivace riunione di piccoli allevatori e contadini. Venivano trattati - in particolare - i muli, le giumente, gli asini, i maiali e gli altri animali da cortile. Vi era anche un fornito mercato che, in parte, restava a disposizione degli amendolaresi fino al lunedì successivo, allorquando esso assumeva la denominazione di <<fiera delle donne>>.
La fiera delle donne rappresentava un momento simbolico di liberazione della donna amendolarese dalla tradizionale oppressione maschile. Di lunedì, infatti, tutti gli uomini si recavano al lavoro nelle campagne e le donne - previdenti come sempre - si preoccupavano di allestire un corredo nuziale decoroso per le proprie figlie. I mariti venivano tenuti all'oscuro di questa prassi consolidata. Ecco perché la fiera delle donne si svolgeva di lunedì, giornata lavorativa per tutti gli uomini i quali erano contrari alla tradizione di preparare il corredo sin dalla tenera età delle bambine. Per essi le spese del corredo avrebbero contribuito a rendere ancora più misero il bilancio familiare e non rappresentavano un buon investimento essenziale. Sarebbe stato opportuno dedicarsi al corredo soltanto al momento dell'età matrimoniale delle figlie.
Considerando la diversità di opinione, le mogli erano costrette ad affrontare enormi sacrifici affinché i mariti non si rendessero conto di quanto esse erano intende a compiere per un buon futuro matrimoniale delle proprie figlie.
Al contrario degli uomini, le mogli credevano che sarebbe stato più utile preparare un pò per volta il corredo e diluire nel corso del tempo le spese necessarie. A conferma di ciò un'antica massima amendolarese spiega che il corredo debba essere preparato sin dalla tenera età delle giovani: figlie 'n fasce e robba 'nda cascia (Figlie in fasce e roba in cassa, baule).
Gli uomini venivano a conoscenza del corredo già preparato allorquando si svolgeva il rito della consegna: solo allora non avrebbero inscenato alcuna polemica nei confronti delle mogli. Anzi, erano felici e solidali nei loro confronti perché esse avevano saputo ben amministrare il più che misero salario giornaliero.

Nel periodo della festa, ogni mattina ci si svegliava al suono della banda musicale che attraversava allegramente tutti i vicinati del paese. I bambini avvertivano il clima della ricorrenza seguendo in lontananza il suono della banda. Vi si accodavano nel corso del suo itinerario in giro per tutti i rioni del centro abitato.
Alla domenica la gente partecipava alla Messa solenne alla quale interveniva - secondo tradizione ormai consolidata - un predicatore, giunto su invito del parroco del paese, il quale dal pulpito impartiva lezioni di vita e di religione.

Seguiva la processione trionfale con le cinte e il palio fra le bancarelle del mercato, in giro per tutto il paese fino a raggiungere il luogo presso il quale, tradizionalmente, veniva portato il Santo affinché propiziasse la pioggia dopo una lunga siccità. Un ricco pranzo, eventualmente con amici, parenti invitati e qualche bandista ospite concludeva in casa la festa.
Per un periodo limitato fra gli anni trenta e gli anni sessanta, venne allestito per la sera domenicale nella piazza del paese un unico falò, cosiddetto delle cento fascine che, tuttavia, non rientrava nella tradizione paesana. Si trattava di una iniziativa voluta dai nuovi abitanti amendolaresi giunti dalla Puglia i quali, provvedendo alla potatura degli ulivi, avevano la possibilità di offrire tutte le fascine necessarie.
Dopo gli anni settanta il territorio amendolarese fu nuovamente attanagliato da un'altra siccità alquanto dannosa. Forse a causa di una crescente laicità della popolazione nessuno pensò di riportare in processione il Santo venerato con lo stesso atteggiamento miracolistico. Alcuni anziani del paese tuttavia furono tentati di rivolgersi a S. Vincenzo e di riportarlo in processione al solito posto, sicuri della sua intercessione.
La festa di San Vincenzo, originariamente voluta dai contadini, diventò nel corso degli anni un appuntamento fisso per le classi medio alte del paese e per gli amendolaresi residenti nelle varie località calabresi ed extraregionali. Un'occasione per il ritorno al paese natio dopo un lungo inverno passato lontano dai parenti e dagli amici.
Nel 1989, a causa della crescente crisi ambientale sul Pianeta Terra, il <<Centro Studi per Amendolara>> iniziò una campagna di sensibilizzazione nei confronti della salvaguardia dei meravigliosi pini mediterranei che circondano il paese. Il CSA lanciò l'idea che i fucarazzi fossero allestiti unicamente con le fascine, piuttosto che continuare a distruggere alberi sempre più giovani. Dopo cinque anni di interventi calorosi - effettuati attraverso la stampa - nei confronti degli amministratori, la risposta di collaborazione giunse da parte del sindaco Maria Rita Acciardi.
Già da due anni gli amendolaresi evitano di procedere al taglio indiscriminato degli alberi per l'allestimento di ogni falò (Nel 1997 sembrava che la vecchia abitudine fosse stata abbandonata. Pare che questo vandalismo culturale ad Amenmdolara sia stato ripreso). Vengono ora sostituiti con fascine e ottima legna minuta da bruciare, raccolta qua e là. La festa conserva sempre il suo fascino antico e gli abitanti di Amendolara collaborano con un piccolo gesto simbolico nei confronti delle giovani generazioni nella difesa del nostro Pianeta, oggi più che mai fragile e indifeso dalla incuria dell'uomo.


www.amendolara.eu
aprile 2012


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