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INCHIESTA SULLA CALABRIA: VIAGGIO A CITTANOVA

Centro Studi per Amendolara



Calabria, anno XXI, n.91, marzo 1993, p.75

Attualità - Cittanova e racket
BASTA CON LE ESTORSIONI DICONO I COMMERCIANTI

Per la prima volta in Calabria un gruppo di commercianti manda in galera degli estorsori. E' un fatto di per sé eclatante. Ma la parola d'ordine di giornali e televisioni sembra questa: "non sene deve parlare". Perché i media reagiscono così? La grande stampa s'interessa della Calabria quando "volano le teste"

Di Rocco Turi


Per la prima volta in Calabria un gruppo di commercianti si è opposto allo strapotere del racket mafioso. Per la prima volta, attraverso una circostanziata denuncia, sono stati rivelati i nomi di coloro che dettavano la "legge del pizzo". E' accaduto a Cittanova.

Attraversando i paesi calabresi, nella espressione delle gente comune è possibile osservare ovunque una retorica latente. Cittanova è qualcosa di simile: si ostinano a rilevare che il luogo è vissuto da persone per bene e che ha origini illustri; che Gerace, Pagani, Diomede Marvasi, Chitti, Tarsitani ed altri nomi frequentemente citati sono personalità di cui vanno fieri; che cadono dalle nuvole allorché <<Cittanova viene sempre criminalizzata dai mass media è indicato unicamente come il paese della faida>>. Insomma è la solita
tiritera di coloro che guardano solo al passato e non propongono argomenti per incidere sul futuro con opere e condotte efficaci che contribuiscano alla crescita delle proprie comunità.
Se si parla di morti eclatanti, a Cittanova non si hanno problemi di rievocare che un bombardamento aereo ha provocato ben 148 caduti. E poi giù solo a dire che l'artigianato è fiorente e artistico e che in tutta la provincia di Reggio Calabria, Cittanova è la più importante località o quasi. Anche a Cittanova il provincialismo è esasperato. La verità è che gli episodi realmente eclatanti in questo paese sono legati alla devianza. Novanta persone uccise negli ultimi anni non sono bruscolini e una faida tribale attirano l'interesse dell'opinione pubblica perché superano le attese delle masse. Se qualsiasi situazione è attesa dalla gente comune - e per bene - non si capisce perché se ne debba parlare; ma qui si vuole rendere eccezionale un comportamento civile che solo in pochi rappresentano. Per le persone oneste che vivono a Cittanova, nella quale prevale la devianza, e che soffrono di una condizione imbarazzante, la laboriosità e l'onesta dovrebbero essere considerate fuori dal normale. Purtroppo per essi, la questione è ben diversa. Una condizione di normale comportamento civile non può essere esaltato perché è dovere di tutti e dovrebbe rappresentare solo la routine.
La devianza nasce allorché le norme stabilite all'interno di un gruppo o di una data società vengono violate. E a Cittanova, al di là della retorica, secondo la quale la gran massa della gente è buona e brava, vige una devianza latente. Non a caso Cittanova, Taurianova, Oppido Mamertina, Molochio e tanti altri comuni aspromontani, sono località nelle quali la mafia ha controllato minuziosamente il territorio e nelle quali faide antiche si intrecciano con una cultura arcaica radicata nell'aria e nel sangue.
Il Procuratore della Repubblica Agostino Cordova, che ha seguito da vicino la vicenda dei commercianti che si sono opposti al racket di Cittanova, ha bene interpretato il tipo di società che vige in questa parte della Calabria. Ha detto che in questo territorio l'illegalità è la regola e l'illegalità costituisce l'eccezione. L'evento che per la prima volta pochi cittadini abbiano avuto il coraggio di reagire non significa esultare, ma è altamente tangibile ed educativo per gli altri che ancora non lo hanno fatto e, soprattutto, per le giovani generazioni: proprio queste - ma solo fra lunghi anni di rivoluzione culturale di adeguamento - potranno incidere sul dissolvimento della cultura tribale e nella trasfusione di un sangue infetto dalla devianza e dalla criminalità. Di tutto ciò bisogna preoccuparsi a Cittanova, altro che! Intanto, se la gente rimane ancora pigra e non si preoccupa ma si esalta solo per quello che è accaduto e non partecipa ad una rivoluzione culturale, oggi in fieri, lo fa non per protestare verso i mass media, non perché è impegnata a rilevare gli aspetti culturali più significativi del paese, ma solo per legittima paura di urtare la suscettibilità altrui. Retorica a parte.


Il coraggio di denunciare.

Nel gennaio del 1991 a Cittanova è accaduto qualcosa che nessuno si sarebbe mai immaginato. Appena dodici commercianti, artigiani e imprenditori, stanchi di subire soprusi si sono recati in Commissariato e hanno poi, con coraggio, raccontato al dottor Francesco Neri, Sostituto Procuratore della Repubblica a Palmi di aver subito estorsioni, minacce telefoniche, intimidazioni, richieste di denaro. Fu un gesto straordinario - dice il giornalista Arcangelo Badolati - fu una pagina nuova e importante della storia giudiziaria della nostra regione in un'area geografica nella quale la mafia ha controllato interamente il suo territorio. Fu la rottura del muro dell'omertà.

Fino a pochi mesi or sono, nei comportamenti quotidiani di Cittanova le attese della gente erano che nessuno avrebbe mai denunciato condizioni di sopruso, di ingiustizia e di ancestrale devianza. Paradossalmente, oggi le persone devianti appaiono proprio quei dodici coraggiosi commercianti che hanno denunciato i soprusi ricevuti; proprio loro assumono atteggiamenti non attesi dall'opinione pubblica e perciò, in un certo senso, deviano dalla routine. Ma ormai tutto è cambiato.
Questa gente ormai non poteva più resistere alle estorsioni che si sono manifestate in maniera violentissima! In paese era stata seminata la morte e il lutto in ogni famiglia e perciò si è opposta. Si è ribellata non solo alle immagini che i mass media hanno rilanciato. I capannoni industriali fatti saltare in aria a causa del rifiuto di pagare fino all'estremo il rachet mensile, i pompieri che intervengono, saracinesche di negozi sventrate, costruzioni lesionate, auto bruciate di notte, danni irreparabili anche sul piano psicologico e pure dei morti sono immagini che hanno sconvolto la gente di Cittanova che ha subito e forse subisce ancora le vessazioni. Si è ribellata contro una cultura omertosa radicata nei secoli.
Quei dodici hanno compiuto un atto su cui nessuno era disposto a scommettere e nessuno era fiducioso che le persone denunciate sarebbero state condannate con una sentenza definita esemplare dagli osservatori. Hanno avuto una forza al di sopra di ogni aspettativa e ora ricevono la solidarietà della gente che timidamente si fa sempre più larga e incoraggiante. Quella gente che finalmente è scesa in piazza a manifestare, sia pure indirettamente, attraverso una trasmissione televisiva.
La Gazzetta del sud ha seguito con attenzione ogni momento della storia del racket di Cittanova e ha riportato in prima pagina le fasi più salienti e interessanti del processo che richiamava le vicende di Capo d'Orlando, ovvero della prima ribellione al rachet in assoluto, e giudicate da un Tribunale del Mezzogiorno italiano.


Sulle ali della cronaca.

"Un processo senza precedenti", "Uno dei primi esempi di collaborazione tra forze dell'ordine e cittadini", "La prima volta che nella Piana ci si trova di fronte ad una situazione di tale collaborazione. Forse la prima volta in assoluto in Calabria". Sono alcune delle espressioni tratte dalla Gazzetta del sud, allorchè a Palmi iniziò il processo contro i responsabili del rachet che i pochi commercianti e imprenditori di Cittanova accusarono dopo anni di vessazioni, di soprusi e di richieste di tangenti. Dopo aver intuito la devastante attualità del fenomeno, la Gazzetta del sud fu l'unico giornale che si occupò del caso con estrema attenzione ed interesse. Titolò in prima pagina "I commercianti di Cittanova come a capo d'Orlando" e rilevò che già dal 1989, prima ancora che iniziarono i fatti criminosi analoghi nella città siciliana, ci fu una vera collaborazione tra cittadini e polizia al fine di giungere a celebrare questo processo.

La gente raccontò di minacce allucinanti; che gli estortori chiedevano da 20 a 50 milioni e che avrebbero rapito i figli. "Vennero in casa quattro uomini -racconta uno dei taglieggiati- e mi chiesero cinquanta milioni, ma poi la loro pretesa scese a quaranta milioni". E poi: "Se vuoi passare un Natale in pace devi darci ancora cinquanta milioni".
Tanti altri ora raccontano storie che rappresentano ormai un cliscè tradizionale. C'è chi dice di aver ricevuto i primi "messaggi" attraverso colpi di arma da fuoco alle proprie saracinesche o bombe ai mezzi di proprietà; chi ha subito direttamente una richiesta di cento milioni. Storie tribali vere! Ma finalmente si è aperto uno squarcio verso la moderna società, la cui strada appare ancora lunga e lunghissima.
Per la verità, anche se la Gazzetta del sud si è occupata con grande rilievo di questa vicenda, bisogna dare atto ad una trasmissione televisiva della Rai se i fatti eclatanti di Cittanova sono passati agli onori della ribalta. La trasmissione Detto tra noi, condotta da Piero Vigorelli per la seconda rete della Rai, ha aperto una finestra che poi tutti gli altri mezzi di comunicazione hanno messo a fuoco. Maurizio Costanzo show, Il coraggio di vivere e altre trasmissioni televisive hanno dato il loro contributo nel trasformare quello di Cittanova in un caso nazionale. I mezzi di comunicazione calabresi, purtroppo, in questa fase hanno brillato meno.


Per una rivoluzione culturale.

Pietro Melia, inviato speciale della rai calabrese: "Pur essendo stato un avvenimento storico per una sentenza a cui forse nessuno di noi credeva, questo processo non è stato seguito adeguatamente. Io me ne sono interessato solo per caso e solo sul piano personale - dice Pietro Melia. Tuttavia andava valorizzato con attenzione a causa di una denuncia vera che per la prima volta era stata presentata. Se gli episodi analoghi accaduti a Vibo Valentia si limitarono ad una generica protesta, qui i commercianti hanno indicato nomi e cognomi dei taglieggiatori e li hanno trascinati davanti a un Tribunale della Repubblica. Dall'ottobre 1992, continua Melia, al Tribunale di Palmi ci furono 15 udienze e una sentenza inattesa a cui la grande stampa inspiegabilmente non ha mostrato particolare interesse. L'epilogo è stato significativo con 83 anni e sei mesi di carcere complessivo. Dei dodici imputati uno fu assassinato nel frattempo e vi furono quattro assolti, ma ben sette degli imputati ricevettero una dura condanna, fino alla pesantissima sentenza di 19 anni di reclusione per alcuni". Una sentenza dura ed esemplare. Una tappa fondamentale della storia giudiziaria calabrese.

Tuttavia il silenzio calato su questa vicenda ha forse agito positivamente; per una volta il silenzio è stato più efficace delle parole non spese. Il giudice Francesco Neri, che ha seguito da vicino tutta la vicenda dei commercianti di Cittanova, concorda che il risultato raggiunto sia da attribuire proprio al fatto che tutti abbiano potuto lavorare con tranquillità e senza intimidazioni. "E' un fatto unico, direi straordinario, per gli annali giudiziari calabresi - dice il dottor Neri. In questa vicenda un primo nucleo di commercianti e di cittadini sono riusciti in Calabria a rompere con grande coraggio il muro dell'omertà e il giogo della mafia. Hanno avuto un coraggio davvero esemplare e hanno creduto nelle istituzioni."
Tutti si augurano di acquistare la stessa forza di parlare di quei dodici uomini onesti. Dopo anni di paura, quei commercianti hanno avuto inaspettatamente una reazione ammirata da chiunque.
Per il giudice Neri non è stato difficile convincere i commercianti cittanovesi a sottoscrivere una vera denuncia perché essi avevano superato ogni limite della sopportazione e avevano già deciso in che modo reagire e, comunque, hanno trovato nei giudici una fiducia insperata. Ma hanno pure avuto fiducia nel Procuratore Cordova e nelle forze dell'ordine.
Oggi si sono riuniti in una vera associazione e si sentono più forti nel combattere la piovra delle estorsioni. Il numero dei partecipanti aumenta. Addirittura c'è pure chi aveva giurato di chiudere e riaprire l'attività altrove ed ora è persuaso che forse sarà possibile riprendere il lavoro qui senza accettare altre intimidazioni. Da aggiungere nel novero delle intimidazioni l'orientamento delle assicurazioni che, visto il clima, negano il rinnovo delle polizze.
Pino Colajacovo, Segretario regionale del sindacato di polizia, ritiene che tutta l'azione compiuta fin'ora non sia sufficiente, ma è comunque il primo passo per una più coraggiosa presa di coscienza di tutta la cittadinanza.
Certo, non è stato un paese intero a reagire ma può essere un primo inizio, una scintilla reattiva, di una risposta più ampia alla cultura dell'omertà. Dice la gente di Cittanova: "Esaltarsi per questo risultato ottenuto dalla denuncia di quei pochi coraggiosi equivarrebbe a ridare vigore agli avversari, i quali accuserebbero - così - solo un leggero stordimento psicologico e, però, avrebbero anche uno stimolo alla migliore e più raffinata tecnica di intimidazione. In tal modo, il coraggio di quei pochi sarebbe vanificato. Reagiamo, dunque!"
C'è ancora tanto da fare, dice il giudice Neri. E' necessario soprattutto salvaguardare l'incolumità di queste persone coraggiose che si sono esposte così gravemente. Sarebbe assurdo che dopo questo successo ottenuto dallo Stato la gente venga abbandonata al suo destino. Questo non deve assolutamente accadere, dice il giudice. Lo Stato deve continuare a proteggere l'incolumità e deve soprattutto sostenere la loro azione perchè sia da esempio affinchè tutti gli altri cittadini possano opporsi efficacemente. Intanto, l'apatia dell'amministrazione comunale è stata evidente. A Cittanova la speranza ricade - oggi di più - sui giovani i quali al di là di piccole iniziative non hanno
ancora inciso realmente in quella rivoluzione culturale che tutti auspicano. Ma per un nuovo futuro di riscatto la gente conta solo nell'acculturazione giovanile. Se è vero che l'illegalità è maggiore della legalità è facile immaginare anche la rete delle protezioni e complicità culturali di cui godono i mafiosi all'interno dell'ampia società locale.
Rocco Turi


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gennaio 2013



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