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INCHIESTA SULLA CALABRIA: VIAGGIO A PLATI'

Centro Studi per Amendolara



Calabria, anno XX, n.83, giugno 1992, p.67
OGGIFAMIGLIA, anno VIII, n.7-8, luglio-agosto 1995, p.6-7


Politica - Democrazia negata - Il "caso" Platì
NONOSTANTE GLI ANNI IL PAESE NON E' CAMBIATO

Nel corso degli anni Platì non ha subito alcun segno di sviluppo e di adeguamento. Ma davvero a Platì non esiste lo Stato? Ed è proprio vero che a Platì non esista una forma di controllo sociale? Forse sarebbe il caso di affermare che a Platì esiste un potere particolare che esercita un effettivo controllo a ogni livello.
Se è così la domanda stringente cui dare risposte serie è:
come uscire da questa difficile situazione?


Di Rocco Turi


UN CONCERTO PER PLATI'


Negli anni settanta a Platì l'illegalità e la devianza costituivano la regola, piuttosto che l'eccezione. Le faide, il farsi giustizia da sé erano considerati atteggiamenti di assoluta normalità. La violenza e la vendetta dovevano costituire necessariamente un affare solo privato. L'omertà e il silenzio erano le altre regole fondamentali. Nessuno poteva rompere queste norme. Chi sapeva di un delitto non poteva e non doveva mai assolutamente pronunciarsi.
La conflittualità radicata tra uomini e gruppi era appresa addirittura attraverso il gioco e il divertimento: i bambini giocavano con armi vere e dovevano conservare l'odio verso i nemici della famiglia. Addirittura le bambine dovevano simbolicamente vestire a lutto per non dimenticare.
Il paese si riproduceva ciclicamente su se stesso con un elevato tasso di matrimoni fra consanguinei e così la tradizione ancestrale ha sempre rallentato ogni tentativo di sviluppo e di progresso civile.

Sommario: Tradizioni ancestrali, Le vie dell'acculturazione, Una provocazione (ma non troppo) per un dibattito, La scuola di Platì come unica agenzia di corretti modelli educativi. Con un colloquio con la Direttrice didattica di Platì, Caterina Autelitano.


Per chi arriva a Platì l'impatto non è certo piacevole. Una strada sconnessa, antiquata e con tanti rifiuti ben in vista ai suoi margini, dà l'annuncio che il luogo è triste e malinconico. Lo scenario è anche tetro, a causa di quei necrologi che tappezzano i muri del paese. Poi un triste silenzio e qualche automobile, con targa lombarda, parcheggiata ai margini della strada che taglia il centro abitato. Finalmente un uomo a cui poter richiedere informazioni sulla qualità della vita in questo ormai celebre paese aspromontano. Le risposte sono essenziali e sfuggenti ed il silenzio di chi gli sta accanto è d'obbligo. La scuola elementare è a due passi. Delle forze dell'ordine neanche l'ombra. Un asino e due donne vestite di nero che si allontanano silenziosamente dal paese sono le altre forme animate che si incontrano. Ma c'è una ragione.
Più avanti si scorgono alcune decine di donne - in rigoroso lutto - in compagnia di pochissimi uomini, di ritorno dal cimitero, dopo aver reso omaggio ad un congiunto recentemente ucciso. Giovanissime ragazze, quasi bambine, con abiti rigidamente neri, sollecitano riflessioni sulla severità dei costumi e delle tradizioni platiesi.


Tradizioni ancestrali.

Agli antichi viaggiatori inglesi, veri scienziati della conoscenza, era noto che l'attraversamento della Calabria avrebbe costituito un'impresa del tutto rischiosa. Così, prima di intraprendere l'esplorazione, molti di loro redigevano addirittura il testamento per indicare i destinatari della loro eredità. Tanta era l'angoscia di non ritornare vivi da questa regione, ma tanto era il desiderio e la curiosità scientifica di scoprirne i suoi aspetti primitivi e i risvolti culturali. Non si trattava di fisime ma di vere preoccupazioni scaturite dalla lettura dei precedenti viaggiatori.
Attraversando la Calabria sarebbe stato possibile perdere la vita anche a seguito di banali contatti con la gente del luogo, del tutto ostili ad aperture con occasionali viandanti. Macché parlare di ospitalità e di senso dell'accoglienza da parte dei calabresi!
L'unica precauzione dei viaggiatori, che fino ai primi del secolo attraversarono la Calabria, era di farsi accompagnare da guide locali che meglio avrebbero potuto sostenere e dirimere eventuali controversie con gli indigeni.
A Platì vivevano tanti carbonai chiusi ciclicamente e selvaggiamente riprodotti; attraversare Platì - o altri luoghi dell'entroterra calabrese - cercando un semplice contatto con la gente sarebbe stato davvero rischioso. Uno dei viaggiatori, infatti, dovendo provare il proprio archibugio e l'efficacia della polvere da sparo, a Platì mirò ad un gatto. Certo, probabilmente esagerò ma la reazione della gente fu superiore ad ogni aspettativa e così solo per poco sfuggì al linciaggio ed alla sua uccisione. Ecco, solo una società chiusa come questa può reagire in maniere estreme; una società che non ha scambi culturali rimane una società che conduce vita del tutto arretrata.
Naturalmente Platì non è l'unico luogo della Calabria su cui additare, per il passato, gli strali del sottosviluppo. Fino ai primi anni del secolo, la Calabria era tutta così e solo i più coraggiosi raggiungevano la Sicilia attraversando la nostra Regione, evitando il passaggio navale dal porto di Napoli.
Ma nel corso degli anni, Platì non ha subito alcun segno di sviluppo e di adeguamento. Il motivo esiste di certo e da qui non si sfugge. Sarebbe plausibile una seria ricerca etno antropologica per risalirne alle cause; magari Platì trova origine da un particolare gruppo etnico da cui sarebbe possibile ipotizzarne scientificamente i motivi ed i tratti della sua radice culturale e biologica. Tuttavia Platì è solo la punta di un iceberg retrogrado tipicamente calabrese; in questa regione vi sono ben altri paesi dell'entroterra reggino e catanzarese - senza escluderne alcune località del cosentino - che non hanno nulla da invidiare a Platì.
Platì, come pure altre località di questa regione, non ha mai subito alcuna immigrazione. In tal modo la gente è rimasta chiusa nel proprio guscio e nel proprio mondo, fatto di egoismi e della presunzione culturale che i rapporti con gli altri debbano essere esclusivamente di ostilità e caratterizzati unicamente da conflittualità e violenza ritualizzate. E' una verità cruda che è necessario riconoscere, com'è pure necessario riconoscere - ma appare inutile - che Platì presenta anche i tratti, sia pure limitati, della civilizzazione, della cultura e della modernità. Non se la prendano perciò gli intellettuali e gli uomini di cultura di questo simpatico e antico paesino aspromontano.
L'emigrazione ed i mass media, poi, hanno fatto il resto: dopo gli anni del boom economico la situazione è peggiorata a causa di un furioso allettamento del denaro. La pubblicità ha fatto ancora il resto.
A chi non piace un bel oggetto? La casa bella è uno status symbol, la villa, i viaggi, i locali dove ingozzare prelibatezze e calorie costituiscono il miraggio per chi si rende conto di essere vissuto sempre nell'assoluta precarietà economica. Così l'inconscio collettivo per la volontà di arricchirsi risulta maggiore in questo tipo di società che non nei luoghi benestanti e ricchi. Per rendersene conto basta guardare le favolose auto, gli occhiali da sole da 400 mila lire, gli orologi da cinque milioni di lire, i bracciali e le catene d'oro al collo di chi - all'interno delle realtà socio culturali degradate - ostenta ai propri ex simili l'obiettivo raggiunto. Il sottoproletariato marginale si comporta così nella maggior parte dei casi e non vi sono dubbi.
Non importa conoscere la via per la quale gli obiettivi siano stati raggiunti, ma bastano solo questi comportamenti per scatenare l'emulazione e l'imitazione in chi intenda raggiungere l'identico risultato, interpretato come momento di riscatto da una esistenza di emarginazione e incolore. Non importa neanche qui selezionare le vie opportune: importa l'obiettivo. E' una reazione a catena che si innesca soprattutto nelle società più povere e nelle aree più escluse. Platì è una di queste e non c'è di che meravigliarsi.
Oggi a Platì non esistono vie per innescare un processo inverso di civilizzazione perche in questa località, ma anche in tutte le altre piccole aree culturalmente chiuse della Calabria, il controllo sociale capillare da parte di chi intenda conservare lo status quo è assoluto.
Allora non desta nessuna sorpresa che a causa di tale controllo si riesca a mantenere un grado di civiltà antica e retrograda, da attirare l'attenzione del mondo intero allorché se ne parli. L'escalation continua, il miraggio dell'arricchimento illecito e i comportamenti illegali divengono tanto acquisiti nella mentalità e tanto normali. Non a caso, allora, sorgono le difficoltà nel formare un consiglio comunale che gestisca Platì e queste appaiono insuperabili.
Accetteresti di formare una lista per le elezioni comunali sotto il giogo delle intimidazioni? Non si tratta allora di una protesta popolare nei confronti dello stato "che non c'è". Questo è un dato riferito anche per il passato, ma nel passato non vi furono grosse difficoltà nel formare un'amministrazione comunale. Se qualcosa oggi è cambiata, ciò appare attribuibile alla constatazione che per alcuni è meglio che da ora in poi lo Stato non esista neanche in tali sembianze, affinché si possa dimostrare la sua assenza non per volontà dell'elettorato ma per volontà di gruppi di pressione, ad esso ostili, che detengono il controllo della situazione e degli equilibri locali.
Ma davvero non esiste lo Stato? E' certo che a Platì non esista una forma di controllo sociale? Forse sarebbe il caso di affermare, al contrario, che esista un potere particolare - non riconosciuto solo da chi non vi abita - e questo esercita un effettivo controllo ad ogni livello ed anche coercitivo sugli altri. Se così fosse, più che non esistere lo Stato sarebbe forse meglio dire che la gente di Platì non riconoscerebbe lo Stato reale ma, al contrario, quello che viene chiamato antistato.
Come uscirne? Non certo solo attraverso il controllo militare o delle forze dell'ordine; questo non è un luogo affinché tali autorità possano da sole ottenere risultati decisamente positivi.
L'Aspromonte non è paragonabile alla montagna silana, nella quale è possibile e anche molto facile esercitare un controllo sociale sulle popolazioni e una sorveglianza geografica capillare. L'Aspromonte pare avere nelle sue viscere catacombe inesplorabili. Ben altre appaiono le vie da seguire.


Le vie dell'acculturazione.

La rozzezza della vecchia Calabria è stata superata dalla facilità con cui è stato possibile avere rapporti culturali con il resto del Paese. Così anche una località come Camigliatello, ad esempio, ex terra di briganti e considerata oggi la località turisticamente più sviluppata della montagna calabrese, ha dovuto subire la sua metamorfosi. Camigliatello, per via delle presenza turistiche, è cambiata, ha "dovuto" subire il suo cambiamento!
La via dell'acculturazione, che deriva dai contatti e dalla consapevolezza che esista un altro mondo ed una società diversa a cui uniformarsi, rimane allora quella auspicabile.
Sotto questo aspetto la signora Casella è stata una pioniera che probabilmente segnerà una svolta nella storia sociale della Calabria. La sua presenza in Aspromonte - dai oggi, dai domani - ha costretto la gente a porgerle attenzione; allorché la signora Casella si incatenò in piazza per reclamare il figlio, nei primi momenti nessuno si avvicinò ed anzi tutta la popolazione le fu ostile, ma poi - lentamente - ottenne la solidarietà di ognuno e forse solo allora tanti capirono che esiste anche una società non arcaica, che esiste una società nuova e desiderabile a cui uniformarsi, che esistono valori non materiali da acquisire.


Una provocazione (ma non troppo) per un dibattito.

Sarebbe necessario allora considerare Platì alla stregua dei Bronzi di Riace; una località da visitare - paradossalmente - da turisti; anzi - provocatoriamente - come terra di 'ndrangheta; organizzare una forma nuova di turismo esclusivamente non stanziale per evitare di offrire spazio ad illecite attività.
Sarebbe auspicabile un turismo di poche ore per indurre la gente del luogo ad avvicinarsi ai visitatori quasi come "oggetti" da conoscere più da vicino. Immaginare gli autobus che giungono quotidianamente a Platì con gente dall'Emilia o dalla Toscana: da un lato la curiosità di chi intenda conoscere questo luogo che la cronaca dipinge come primitivo e dall'altro la possibilità di socializzare con gente e mentalità differenti, di avere un contatto con persone cosiddette civili. Ciò creerebbe davvero scompensi psicologici a tutti gli indigeni e anche concreti problemi esistenziali. Dopo le iniziali proposte negative la gente, come con la Casella, si avvicinerebbe, cercherebbe l'approccio che deriva dalla curiosità, cercherebbe i contatti ed eliminerebbe la sua proverbiale distanza e la diffidenza che deriva dall'incomunicabilità.
Dopo alcuni anni, o forse mesi, la gente del luogo resterebbe sconcertata e capirebbe che esiste un'altra realtà ed un'altra società moderna ed evoluta. Si verificherebbe certamente un travaso fra il bene ed il male, fra il bello ed il brutto. Sarebbe come un fiume con un affluente pulito e con un defluente che porta via il limo. Lo stagno diventerebbe lago ed il processo della civilizzazione inizierebbe ad insinuarsi ed allargarsi ancora. Cruda verità, ma detta con l'affetto e l'amore per questa terra calabrese.
Se oggi attraverso la paura puoi tenere sotto lo scacco un paese intero solo perché isolato al suo interno e racchiuso nelle sue case, una mobilitazione culturale e ideologica collettiva diventerebbe un fiume in piena, così come fiume in piena sono diventate le scene ancora scolpite negli occhi di tutti allorché i paesi dell'est europeo si sono liberati collettivamente dall'oppressione comunista.
Nessuna istituzione può affermare che sia stata compiuta fino ad oggi una reale opera di civilizzazione e di socializzazione nelle aree più chiuse e retrograde dell'interno calabrese. Non appare che la chiesa, al di là dei suoi messaggi, delle denunce e dei suoi normali interventi pastorali abbia fatto altro. Perché non organizzare un raduno di massa in Aspromonte - anche a Platì - per cercare un contatto pubblico e collettivo con la gente e discutere con essa? La celebrazione di messe al campo, ad esempio, anche con il Papa, che offra l'avvio di una consapevolezza collettiva e pubblica, coraggiosa sui fatti tristi di questa società darebbe un segno di mobilitazione e di impegno. Sarebbe l'inizio di quella opera di contatti e di socializzazione auspicata e la dimostrazione di una reale volontà di immergersi anche nei contesti sociali difficili e problematici.
Iniziative del genere non costituiscono solo atti simbolici ma vere e coraggiose azioni per superare quell'impasse e gli ostacoli che tengono chiusi al loro interno le famiglie del paese.
Attraverso questa opera di partecipazione e di socializzazione verrebbe fatto un tentativo di risolvere i problemi che oggi appaiono insormontabili per lo Stato. Lo stato realizzerebbe così i suoi progetti attraverso un'opera auspicabile di acculturazione. Ma c'è ancora dell'altro. Attraverso questa strategia, perché non riportare Platì sullo scenario mondiale con una grande riunione di uomini della cultura e personaggi dello spettacolo? Perché non pensare ad un Concerto per Platì? Venditti, De Gregorio, Guccini, Dalla, De Andrè e, perché no, pure i grandi geni della musica capaci di attirare migliaia di giovani e di cittadini italiani, sarebbero ben lieti di parteciparvi. Perché non pensare ad un grande raduno? Se Venditti ha tenuto concerti in Eritrea o in Somalia per un'altra opera di socializzazione e di fratellanza collettiva, perché non pensare in grande anche per Platì?
Ma giusto per pensare ancora in grande, quasi sognando, Platì potrebbe costituire un laboratorio di idee per la sua salvezza sociale allo stesso modo con cui si interviene per salvare Venezia dal degrado fisico. Perché non pensare ad un raduno di un grande partito, delle grandi associazioni, dell'Azione cattolica, degli scout, ad un raduno sindacale fra questa gente e a contatti che continuano nel tempo e non solo lo spazio di un incontro fugace? Così vanno affrontati i problemi sociali di questa terra, con la pazienza e la perseveranza; con la costanza di tentare e ritentare. Vedrai che tutto, anche qui, si adeguerebbe: è certo e fisiologico!
Solo così sarebbe possibile superare l'impasse e lo scacco sulle singole famiglie, le quali tutte insieme reagirebbero a quella che chiamano barbarie. Le vie della socializzazione nelle aree emarginate appaiono proprio queste.
Allora un consiglio comunale che in altri luoghi appare semplice da costituire, potrebbe esserlo anche a Platì.


La scuola di Platì come unica agenzia di corretti modelli educativi.

La dottoressa Caterina Autelitano, calabrese di Bova, dopo aver diretto uno dei circoli didattici di Bergamo, dal primo settembre 1991 guida la scuola elementare di Platì. Già dal prossimo anno sarà trasferita in altra sede ma il suo ruolo in questa scuola è significativo e legittimato anche dalla fredda popolazione platiese nei riguardi di chi vi giunge per la prima volta.
Pure la dottoressa Autelitano crede che sia necessario rompere il circolo vizioso che chiude al proprio interno la società platiese: auspicando che le via dell'acculturazione giovanile e della rottura dell'isolamento siano quelle adatte per una palingenesi dell'intero paesino, tuttavia rimane scettica che possa realmente essere superato l'impasse culturale atavico. E' molto pessimista per quando riguarda la possibilità di riscatto; pessimista per Platì ma anche per l'intera provincia di Reggio. E' una realtà nella quale è difficile che il riscatto si verifichi "perché questo si ha solo se si possiede una diversa cultura, una diversa formazione della persona, che è molto difficile cambiare".
"Noi abbiamo una cultura di un certo tipo" dice la dottoressa Autelitano, "la cultura del clientelismo, la cultura dell'imbroglio o del piccolo imbroglio. Cioè: quel che è dello Stato non è di tutti e non va difeso. Se possiamo imbrogliare lo Stato per avere dei soldi ci sentiamo in diritto di farlo, dobbiamo imbrogliare, tanto lo Stato cosa perde? Questo pensa il calabrese! Abbiamo questo tipo di mentalità: lo Stato è di nessuno, allora lo Stato è di tutti. Non crediamo che se l'amministrazione pubblica funziona bene, funziona per tutti".
Per quel che riguarda Platì - aggiunge la dottoressa Autelitano - la situazione è ancora più difficile rispetto a quella che può essere in altre zone. Crede, però, che a Platì la scuola sia l'unica agenzia capace di offrire corretti modelli di comportamento: "Ritengo che in questa zona la scuola debba funzionare meglio che altrove perché costituisce l'unica agenzia formativa che sia capace di offrire modelli positivi in alternativa alla realtà sociale esterna". Ritiene, altresì, che solo quattro ore di permanenza scolastica siano insufficienti. Ecco perché nel corso di quest'anno si è battuta per ottenere un servizio di refezione che potesse prolungare l'attività scolastica dei bambini.
Dopo la scuola, i ragazzi, in generale, passano la giornata sulla strada. Per fortuna non in tutte le famiglie vige lo stesso clima educativo, la stessa aria culturale. Anche qui ci sono famiglie che curano la cultura dei figli, che riconoscono l'importanza della formazione dei bambini, che perciò li seguono di più. Tuttavia la maggior parte dei bambini vive sulla strada. Non hanno altri punti di riferimento, oltre alla scuola. Ci sono le suore ma vale solo per le ragazze. Dei ragazzi nessuno se ne occupa. Ecco perché la scuola dovrebbe occuparsene di più. Oltre tutto esiste una differenza notevole fra la scuola elementare e la scuola media.
Mentre i bambini della scuola elementare frequentano con più regolarità - forse anche perché sono ancora in età tenera e in qualche modo i genitori li seguono di più, o forse la scuola elementare funziona meglio - i ragazzi della scuola media, al contrario, incominciano ad incrementare le fila dell'astensionismo scolastico. E così quelle poche famiglie più impegnate non iscrivono i loro figli presso la scuola media di Platì e li fanno studiare altrove, per lo più a Bovalino e ad Ardore.
In generale è così. Il ceto medio alto, per quello che di medio alto si possa dire in queste zone, porta i figli a frequentare le scuole medie in altre località.
Sull'esperienza acquisita al nord e sulle sue convinzioni relative alla necessità che, a causa delle affezioni patologiche della società locale, a Platì la scuola debba funzionare meglio che altrove, Caterina Autelitano indirizza la sua condotta professionale.
La Direttrice è convinta del ruolo positivo dell'acculturazione, ma a suo parere solo questa non è sufficiente: servono altre agenzie formative che facciano da contrappeso. Non si può pensare che si possa cambiare una realtà - non solo di Platì ma anche della intera Regione - utilizzando i mezzi coercitivi, i controlli ed i posti di blocco, che più volte non risolvono nulla. Bisogna cambiare soprattutto la cultura ed il modo di pensare. Questa via è molto più difficile e richiede tempi piuttosto lunghi.
La situazione economico sociale si muove all'interno di un circolo vizioso di clientelismo: chi ha necessità di soddisfare i propri bisogni è costretto a cercare la famosa raccomandazione; questa a sua volta crea la clientela e la mentalità dell'illegalità. E così la salvaguardia dei diritti e dei doveri in Calabria viene del tutto trascurata.
"A Platì - dice la dottoressa Autelitano - esiste solo una cultura della tolleranza dell'illecito; qui l'illecito spicciolo viene tollerato e addirittura difeso come se fosse un diritto: difeso non dalle cosche mafiose, ma proprio da una cultura diffusa e radicata. Non si tratta soltanto di reati e di infrazioni censiti, ma di piccoli abusi, di piccole infrazioni, che vengono persino considerate lecite e che, in alcuni casi, vengono presentate come interventi indispensabili per la salvaguardia dei propri diritti"
Dell'illegalità e della criminalità, a scuola non si ama molto parlare. I ragazzi non parlano mai di questo. Eppure in alcune classi sono inseriti più ragazzi provenienti da famiglie che hanno mostrato comportamenti devianti. Naturalmente questi temi vengono ignorati e se ne parla solo casualmente.
Tuttavia, quando se ne parla con i genitori, la cosa che stupisce tantissimo è che per loro non è un disonore: ne parlano come se fosse una cosa normale. "Mi è capitato - dice la dottoressa Autelitano - di parlare con una signora che ha il marito in carcere e che faceva riferimento ad un permesso per fare un colloquio. Disse: "devo andare al colloquio". Io pensavo che avesse dovuto incontrare gli insegnati o i professori dei figli. Me lo disse con una estrema spontaneità, con tale disinvoltura che non capii. Mi spiegò, allora, che avrebbe dovuto far visita al marito in carcere. Mi ha colpito sul piano personale la sua disinvoltura, come se lei non avvertisse alcun disagio personale o morale nel parlare del marito in carcere. E questo atteggiamento l'ho anche verificato con altri genitori. Per loro, discutere di congiunti in carcere e come se non fosse un disonore. Forse vale la massima: "mal comune mezzo gaudio". Ma forse significa anche avere congiunti che possono meritare l'appellativo di gente di rispetto; appellativo che da queste parti assume un importante significato. Mi ha stupito tanto e mi aspettavo che la donna se ne vergognasse. Mi aspettavo almeno che ne parlasse con prudenza, sottovoce, riservatezza e pudore. Invece..."
Così continua la dottoressa Autelitano: "Contro una mentalità incline alla tolleranza dell'illecito e dell'illegale non può l'Autorità dello Stato intervenire solo con i suoi poteri di coercizione. Occorre che intervenga su quelle strutture deputate alla formazione di mentalità e coscienze in grado di riconoscere il primato ed il valore delle regole convenute, della legge, della vita ordinata, fondate sulla giustizia e sulla solidarietà. Per costruire questa mentalità nuova al rispetto della legge occorre soprattutto intervenire sulla scuola, unica agenzia decondizionante in un contesto sociale e familiare deviato"

Nel settembre 1991, la dottoressa Autelitano giunge da Bergamo con la grinta di chi intende dare una regolata al cattivo stato della scuola elementare di Platì.
Uno dei suoi primi atti è di richiedere al Commissario prefettizio del Comune interventi radicali per il suo miglioramento. Dice chiaramente che "le condizioni generali in cui versano le scuole del Circolo testimoniano lo scarso interesse delle Amministrazioni comunali precedenti, nei confronti di una corretta gestione della politica scolastica". Il buon funzionamento della scuola non si fonda solo sulla responsabilità e deontologia professionale dei docenti "ma anche sulla presenza di servizi e strutture che rendono possibile il perseguimento della finalità a cui la scuola tende". La dottoressa Autelitano fa così alcune richiesta "che devono essere improrogabilmente soddisfatte per garantire non il buon funzionamento, bensì il funzionamento della scuola stessa"
"A Platì - dice la dottoressa Autelitano - i rapporti con l'Amministrazione comunale sono molto difficili perché manca un sufficiente riscontro. Molte richieste corrispondono anche a molti contrasti. Eppure un Direttore didattico qui non può fare a meno di rivolgersi al Comune, a causa della mancanza dei servizi essenziali e della presenza di strutture assolutamente inadeguate".
Il Commissario prefettizio del Comune di Platì garantisce "alcuni piccoli interventi indispensabili che, coadiuvati dallo spirito di collaborazione di tutti gli operatori scolastici, rendono possibile tamponare una situazione d'emergenza"
Questo di Platì è un circolo didattico molto dispersivo a causa dei numerosi plessi distribuiti nel territorio platiese e perciò è difficile avere un contatto diretto con tutte le sezioni. Dover andare in giro per compiere le visite didattiche, per la Direttrice è un problema arduo perché sono scuole ubicate nelle campagne, a volte anche difficili da raggiungere. Vi sono notevoli difficoltà a causa della carenza delle strutture e degli spazi; mancano i servizi più essenziali o sono fatiscenti.
Nonostante il suo impegno per questa scuola, a causa del disagio e della lontananza dalla sua residenza, per il prossimo anno la dottoressa Autelitano preferisce trasferirsi altrove. Ma si rammarica di "lasciare in sospeso le cose" ed anzi "lascio Platì con dispiacere"
Tuttavia, per il buon futuro della scuola di Platì e anche a causa dell'ottimo rapporto instauratosi con la gente del luogo, forse sarebbe meglio che alla dottoressa Autelitano venga affidata almeno la reggenza di quel Circolo didattico.

Rocco TURI


Pubblicato anche in OGGIFAMIGLIA, anno VIII, n.7-8, luglio-agosto 1995, p.6-7, con il titolo "Studio del mese: Platì, melanconia di un paese di Calabria".


VIAGGIO A PLATI' fa parte dell'inchiesta più ampia realizzata dalla rivista CALABRIA, Mensile di notizie e commenti del Consiglio Regionale della Calabria, diretta da Salvatore G. Santagata, DEMOCRAZIA NEGATA! IL "CASO" PLATI', firmata da Salvatore G. Santagata, Arnaldo Cambareri, Gianfranco Manfredi, Romano Pitaro, Gianni Carteri, Francesco Catanzariti, Rocco Turi, Emilia Paglia. Le foto sono di S.G.S., Franco Diara, Carlo Paone e, quelle d'epoca, dell'Archivio Catanzariti.


www.amendolara.eu
gennaio 2013


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