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AMENDOLARA LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 28. (2002)

Centro Studi per Amendolara



AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 28. (2002)

ROCCO TURI
Lettera del 21 gennaio 2002 alla dr.ssa Elena Lattanzi


Oggetto: Museo di Amendolara. Raccomandata n.11883587699-4 del 22 gennaio 2002 da Rende al Soprintendente Archeologico per la Calabria P.zza De Nava 89100-Reggio Calabria.

In riferimento alla cordiale collaborazione di alcuni anni or sono, dopo una nuova visita e nuovi studi, nonché osservazioni interdisciplinari, compiuti sul Museo di Amendolara, ho deciso, con piacere, di scriverLe ancora. Dopo averLa conosciuta personalmente e memore anche della Sua giusta nota sull'opportunità di trattare l'argomento di persona, piuttosto che attraverso la stampa, con questa lettera La informo dei risultati dei miei studi indipendenti, con lo scopo di favorire un Suo diretto, autorevole, istituzionale intervento.

Nella precedente corrispondenza (e campagna di stampa del 1997) ebbi modo di suggerirLe: 1) la rimozione di alcuni reperti e 2) la revisione di testi, esposti nel Museo archeologico. Nel primo caso si trattava di pezzi tendenti a dimostrare la presenza di un insediamento di epoca neolitica in Amendolara. I pezzi esposti e contestati erano così denominati:

1) "quattro pestelli in pietra";
2) "punteruolo?";
3) "testa di mazza ricavata da ciottolo";
4) "ciottoli forati";
5) "due punte di freccia in pietra";
6) "raschiatoio in selce";
7) "strumenti in selce";
8) "strumenti in ossidiana";
9) "ascia in pietra levigata";
10) "rasoio bitagliente da Agliastroso (XIII-XI sec. a.C.)".

Dopo la Sua telefonata personale e accogliendo i miei rilievi e suggerimenti, come Lei ben ricorda, il Museo di Amendolara fu revisionato. D'altra parte, considerata la fretta "politica" degli amministratori locali, non poteva essere diversamente. In tal modo, per quanto riguarda i reperti, furono rimossi soltanto i primi sei del suddetto elenco, da me sottoposto alla Sua attenzione.
Infatti, la vetrina "revisionata" che oggi tenderebbe ancora a dimostrare l'esistenza di reperti di epoca neolitica, esistenti attualmente nel Museo di Amendolara, comprende soltanto i pezzi (7), (8) e (9) del precedente elenco e sostituisce il reperto (10) con altri reperti. La collezione sul neolitico si presenta ora secondo il nuovo seguente elenco:

"OGGETTI DI EPOCA NEOLITICA (COLLEZIONE LAVIOLA)"

1) "tre strumenti su scheggia in selce";
2) "tre strumenti in ossidiana";
3) "ascia in pietra levigata";
4) "anse di contenitori d'impasto non decorato".

La visita di studio fatta nei giorni scorsi al Museo mi ha suggerito di rivolgermi ancora a Lei e sono certo che la mia posizione, questa volta, non verrà più interpretata come una polemica pretestuosa e campanilistica. Infatti non vivo abitualmente ad Amendolara e non ho interessi politici o culturali di sorta da condividere, purtroppo, con gli amendolaresi. Tuttavia, questa prerogativa mi pone nella condizione di applicare con distacco la mia esperienza e conoscenza, acquisita in giro per il mondo, a favore e per lo sviluppo del mio paese di nascita, a cui mi sento molto legato, nel modo più libero e indipendente.

Gli "strumenti in selce", indicati nel nuovo allestimento come "tre strumenti su scheggia in selce", gli "strumenti in ossidiana", ora indicati come "tre strumenti in ossidiana", l' "ascia in pietra levigata" e le "anse di contenitori d'impasto non decorato" andrebbero ugualmente rimossi dal Museo. Questo perché:

a) "tre strumenti su scheggia in selce" e "tre strumenti in ossidiana".

Gli "strumenti" in selce e in ossidiana, presentati in mostra, non sono altro che semplici schegge (non lavorate), interpretate da una sviluppata fantasia, delle quali può trovarsi traccia anche presso i negozi specializzati che trattano questa materia, oppure in luoghi di vacanza, sia in Italia che all'estero, come nelle isole Eolie o presso i vulcani dell'isola di Pasqua, nota per le sue conturbanti statue. Già di per sé, la corretta indicazione di "scheggia" del nuovo allestimento lascia supporre la consapevolezza che non si tratti di un oggetto lavorato. Quindi esso non possiede, naturalmente, alcun potere evocativo.
Uno strumento in selce (ma correttamente indicato come "scheggia" in selce) o un presunto "strumento in ossidiana", ritrovati in un sito archeologico, usati dall'uomo neolitico, oltre ad essere oggetti "lavorati" (ma le schegge in selce e gli strumenti in ossidiana esposti risultano chiaramente "non lavorati") avrebbero, quanto meno, presentato una patina inconfondibile derivata dall'usura e un velo di opacità tipica del pezzo antico. Da queste caratteristiche, nel caso fossero state presenti, tutti noi avremmo potuto emozionarci cogliendone la storia del luogo e la memoria del tempo trascorso, fantasticando sugli usi e i costumi dell'epoca, ricostruendo la vita di chi, un tempo, popolava il luogo. Al contrario, quando i pezzi sono così belli, lucenti e nuovi non si può fare alcuna ipotesi, perché - con un pizzico di buon senso - tutto risulta, ovviamente, apocrifo.
I "tre strumenti su scheggia in selce" e i "tre strumenti in ossidiana" esposti in Amendolara sono simili, ugualmente "volgari" e privi di pregio archeologico e ugualmente lucenti a tante schegge possedute dai collezionisti, come il sottoscritto, ricavate dalla rottura di un pezzo più grande della stessa materia e ottenute chissà dove. Pertanto, non è necessario essere un esperto in archeologia, né in altre discipline, o antropologo o petrografo, ad esempio, per comprendere che le schegge in selce o l'ossidiana presenti nel Museo di Amendolara non possono dimostrare alcunché, né suggerire alcuna ipotesi archeologica lontanamente plausibile.
Se quei pezzi potrebbero essere legittimi all'interno di un museo di antropologia, gli stessi non assolvono alcuna funzione in un museo archeologico. E per tale motivo andrebbero rimossi. A meno che non si vogliano "forzare" improbabili ipotesi.
Una inutile prova aggiuntiva a quanto illustrato fino ad ora risulta dalla seguente considerazione: mentre per gli oggetti dell'età del bronzo viene indicato con estrema precisione il luogo di ritrovamento, per i presunti reperti del neolitico non viene indicato alcunché.

b) "Ascia in pietra levigata".

La presunta "ascia in pietra levigata" non è autentica, non solo perché il dr. Vincenzo Laviola non ha indicato il luogo di ritrovamento. E già di per sé questo è un motivo importante, considerato che per gli altri reperti fu indicato meticolosamente il luogo di ritrovamento. Ma, senza dubbio alcuno, si possono tranquillamente aggiungere altri motivi concreti.

Il benemerito dr. Laviola, mio amato parente e medico della mia famiglia per tutta la sua vita, si sentì legato moltissimo alla sua terra, al punto da credere, appassionatamente, di vivere in un luogo fantastico e amava profondamente i suoi assistiti. Tutti i suoi pazienti erano bene a conoscenza che egli amava profondamente il suo paese e sapevano che avrebbe gradito con immenso piacere oggetti della tradizione contadina, nonché oggetti naturali dalle strane forme. Per il dr. Laviola tutto questo rappresentava un modo per esaltare ancora di più il suo paese. Molti amendolaresi, legati al dr. Laviola, volentieri gli offrivano gli oggetti ritrovati qui e là ed erano anche propensi, per il suo piacere, a fabbricarli o realizzarli, in pietra o terracotta. Lo facevano solo per il piacere che il gesto avrebbe procurato al dr. Laviola. D'altra parte, i contadini e i ragazzi erano particolarmente ingegnosi nel compiere i lavori manuali.
Da queste gentilezze, ricevute dai suoi pazienti, il dr. Laviola iniziò una raccolta di oggetti e reperti di ogni tipo che fece maturare in lui, nel corso degli anni, la possibilità di allestire un Museo archeologico. Proprio il suo acceso e perdonabile sciovinismo lo indusse a riunire insieme il sacro e il profano. Ma l'interpretazione scorretta dei reperti non ha origine nel dilettantismo dichiarato del dr. Laviola. Piuttosto, il dr. Laviola fu molto ma molto lungimirante. Egli comprese che i pezzi raccolti nei magazzini e non ancora analizzati scientificamente avrebbero, tuttavia, potuto contribuire ad uno sviluppo culturale possibile per il suo paese. Di questo bisogna dargliene atto.
Erano altri tempi ma gli amendolaresi non possono non essergli grati, anche se oggi è necessario compiere azioni culturali e scientifiche più coerenti con lo sviluppo e anche per evitare il rischio di dubbi e contestazioni.
Lei converrà, dottoressa Lattanzi, che i reperti di Amendolara non sono stati ancora ben studiati e analizzati, ad eccezione, naturalmente, di quelli trasferiti in altri musei. Lei converrà che i pezzi più importanti sono raccolti altrove e che l'amministrazione comunale non si sia opposta al loro trasferimento.

L' "ascia in pietra levigata" non è autentica perché è del tutto simile alle forme più varie che molti ragazzi davamo alle pietre e ai cocci in mattone, mentre ci dedicavamo a questa diffusa attività di gioco preferita. Nonostante il boom economico degli anni sessanta, ad Amendolara non circolavano giocattoli e tutti noi eravamo costretti e pieni di iniziativa nell'inventarli e costruirli. L' "ascia" del tipo presentata nel museo ed i rottami di vaso sono molto diffusi nel territorio amendolarese. I cocci, in particolare, erano diffusi a causa della presenza, nella prima metà del secolo scorso, di numerose fornaci che diedero il loro contributo anche per la costruzione della strada statale 106. D'altra parte, fino ai primi anni settanta tutti i contenitori nelle case erano costruiti in terracotta. Ebbene, le pietre ( o i cocci) di quel colore indefinito si trovavano facilmente nelle vicinanze delle case, nelle campagne in prossimità delle abitazioni dei contadini e lungo i corsi d'acqua già in strane forme. Era sufficiente levigarli un pò per dare ad esse le forme volute. Successivamente venivano immerse per un pò di tempo (ma non sempre) in liquidi corrosivi per imitare il più possibile le forme desiderate della pietra o della terracotta. Si trattava di un procedimento molto simile a quello seguito per le famose teste di Modigliani, che a Viareggio hanno ingannato tanti studiosi ed esperti. Essendo io stesso un collezionista di pietre dalle strane forme ritrovate lungo la spiaggia o nelle fiumare (ho recentemente allestito una esposizione in Ungheria), tuttora sono in grado di esibire pietre non solo di quel colore, ma anche rottami in mattone, dalle strane e sorprendenti forme naturali. Nella fattispecie, l'"ascia in pietra levigata" veniva ricavata da pietre o cocci già di per sé simili e si trattava di un "lavoro" fra i più semplici, fatto anche da mani poco esperte. Quella particolare forma era fra le più semplici da ricavare, insomma.
Perciò, dottoressa Lattanzi, è certamente plausibile che ad Amendolara qualcuno si sia messo a fabbricare l' "ascia in pietra", ma non "per ingannare i creduloni". Piuttosto per esibire con piacere l'oggetto e riceverne i complimenti. D'altra parte, era diffusa l'abitudine fra i ragazzi di modellare pietre e mattoni per i giochi preferiti. Ma, Le ripeto, non può trattarsi di un'ascia, sebbene apocrifa.
Solo una fantasia occasionale e interessata o poco esperta della storia antropologica di Amendolara ha potuto attribuire a quel manufatto la funzione di "ascia neolitica", così come appare in una inattendibile pubblicazione distribuita nel Museo. Nell'osservare con più attenzione e distacco il manufatto esposto, non certo lo si potrebbe usare come ascia perché non presenta alcun requisito necessario per essere usata come tale. Basta osservarla, sempre con distacco, per fugare ogni dubbio sulla sua autenticità come opera del neolitico o come arnese di lavoro. Quell' "ascia", mi creda, dottoressa Lattanzi, rappresenta solo un gioco da ragazzi.
Così come ebbi modo di annunciare nella precedente occasione del 1997, ho cercato, fino ad ora, di dare una ulteriore spiegazione, più convincente, circa la non autenticità dei cosiddetti "OGGETTI DI EPOCA NEOLITICA". Se ci sarà ulteriore dibattito, potrò essere ancora più chiaro e più convincente. Ma credo che qualsiasi archeologo, con quanto spiegato in questa lettera, possa essere del tutto persuaso che quell'oggetto debba essere rimosso dal Museo di Amendolara.

c) Revisione testi.

E stata cancellata dai testi esposti nel Museo, su mia proposta, accolta nel 1997, la seguente frase: "Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico". Non si capisce, pertanto, perché mai alla eliminazione della suddetta frase non corrisponda, per giusta coerenza, l'eliminazione delle pietre "databili al neolitico".


So bene che eliminando la collezione con "OGGETTI DI EPOCA NEOLITICA (COLLEZIONE LAVIOLA)" crolla tutta l'impalcatura concettuale e culturale che fino ad ora ha spinto molta gente (anche studiosi) ad azzardare questa ipotesi senza prove. E' noto che l'archeologia studia e interpreta storicamente i resti delle antiche civiltà. Nel "caso Amendolara" non vi sono resti probanti che siano in grado di giustificare un'epoca neolitica.
E' altresì certo, innegabile, che al dr. Vincenzo Laviola, che ha collezionato i presunti "oggetti di epoca neolitica", a cui è intitolato il Museo, va attribuito un merito ancora superiore, al di là della inesattezza della sua interpretazione. Egli ha avuto il merito di aver compiuto passi lunghi e difficili affinché Amendolara fosse dotato di un Museo. D'altra parte Laviola ha sempre dichiarato di essere un dilettante dell'archeologia e l'"interpretazione" utilitaristica dei reperti, che è servita a muovere un'organizzazione che ha poi portato all'apertura del Museo, gli va senz'altro perdonata e il Museo rappresenta senz'altro un suo merito da ricordare alle generazioni future.
Ma oggi è necessario - per ovvi motivi di rigore scientifico - che il Museo di Amendolara subisca gli utili aggiustamenti per far fronte alle esigenze dei visitatori impegnati, piuttosto che a quelle dei cosiddetti visitatori "della domenica" su cui, purtroppo, si basano gli interessi poco lungimiranti degli amministratori locali.

d) "Anse di contenitori d'impasto non decorato".

Passo ora agli altri reperti da me contestati: le "anse di contenitori d'impasto non decorato". Naturalmente è troppo facile dimostrare - come Lei può immaginare - che anche le/quelle "anse di contenitori d'impasto non decorato", inseriti al punto (4) del nuovo allestimento ordinato, provengono dai lavori di una famiglia di cosiddetti "pignatari" (di cui conosco nome, stirpe e storia familiare tra la fine dell'800 e i primi del '900). Pertanto non possono appartenere ad epoca neolitica. Sarebbe oltremodo azzardato e imprudente attribuire solo a quei piccoli, insignificanti e unici cocci la responsabilità della presenza di oggetti di epoca neolitica ad Amendolara. Fermo restante che l'analisi del carbonio potrebbe confermare quando da me spiegato.

Ecco perché, dopo questo ragionamento che ritengo convincente (ma sono pronto ad accettare qualsiasi ulteriore dibattito per ulteriori chiarimenti), Le chiedo con estrema semplicità - e anche con un pizzico di dispiacere - che la collezione "OGGETTI DI EPOCA NEOLITICA (COLLEZIONE LAVIOLA)" presente nel Museo Archeologico di Amendolara venga rimossa.


In merito all'ultimo reperto, il "rasoio bitagliente da Agliastroso (XIII-XI sec. a.C.)", ho notato con estremo piacere che l'oggetto è stato nel frattempo collocato nella collezione dedicata a "OGGETTI DELL'ETA' DEL BRONZO" con la didascalia "rasoio bitagliente in bronzo da Agliastroso (XIII-XI a.C.)", contrassegnato con il n.(6). Mi pare una collocazione senz'altro più adatta ed efficace per un buon allestimento, anche se non credo possa trattarsi di un "rasoio bitagliente".


Per quanto riguarda la proposta di revisione degli altri testi:

a) E' stata, coerentemente, eliminata, su mia proposta, la frase: "Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico".

b) Non è stata rimossa l'espressione: "Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di S.Nicola con Lagaria, città intermedia tra Thuri ed Herakleia secondo il racconto di Strabone". E' arcinoto che, al di fuori di questa vaga citazione di Strabone, non vi sono studi successivi e scoperte archeologiche in grado di dimostrare l'associazione Amendolara-Lagaria. Esistono - come Lei ben sa - solo ipotesi "a tavolino" che si basano unicamente sull'interpretazione della frase di Strabone. Pertanto, le pur autorevoli opinioni della prof. J. De la Geniere e del prof. Sisinni non aggiungono ulteriori conoscenze. Ma vi sono altri studi ben noti, sebbene non accettati incondizionatamente dagli studiosi, che sono stati compiuti dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e altri ritrovamenti che associano Lagaria ad altre località. Amendolara non è in grado di presentare una bibliografia scientifica adatta, a meno che non si voglia presentare come scienza una semplice opinione non dimostrata, magari apparsa anche sui giornali. Solo per le località studiate attraverso analisti autorevoli (ricerca del CNR) - semmai - è logico usare l'espressione "non facilmente dimostrabile". Ecco perché, se si vuole essere rigorosi, ritengo che, non essendoci razionali riferimenti scientifici a favore di Amendolara (abitato di S.Nicola), l'espressione presente nel Museo debba essere del tutto cancellata. Infatti, seguendo l'identica logica incerta, si potrebbe asserire tranquillamente che Lagaria possa essere attribuita anche ad altri paesi dell'alto jonio calabrese: è sufficiente essere un pò sciovinisti e pubblicare qualche articolo di cronaca giornalistica. Ma la scienza archeologica - come lei sa - è ben altra cosa.
La citata espressione, non ancora rimossa, si contraddice - inoltre - con la rimozione proposta, già effettuata a suo tempo, dell'espressione "Lagaria?" da altro pannello. Se, infatti, si elimina da un pannello la voce dubitativa "Lagaria?", non si comprende perché mai debba essere presente ancora in altro pannello espositivo l'espressione dubitativa: "Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di S.Nicola con Lagaria, città intermedia tra Thuri ed Herakleia secondo il racconto di Strabone". L'affermazione di Strabone è talmente vaga che solo una interpretazione sciovinistica (che non tiene conto di studi - sebbene non accettati incondizionatamente - effettuati da noti istituti di ricerca) favorisce il sito amendolarese. D'altra parte è ben nota l'inattendibilità di tanti autori antichi e di tante cartine d'epoca. E' ben noto, altresì, lo sciovinismo degli amendolaresi, che, fra l'altro, attribuiscono - erroneamente - ad Amendolara la nascita di Pomponio Leto, noto umanista del '400.
Naturalmente, anche sui testi, semmai vi saranno obiezioni (ma non credo ci siano), sarò in grado di essere più chiaro ed esauriente.
Sorprende (ma non troppo) che gli eruditi locali e gli archeologi accademici abbiano scelto il silenzio in questo dibattito culturale sul Museo archeologico di Amendolara. Ma non bisognerebbe risentirsi per l'enunciazione di una verità ovvia fatta da altri: errare è umano!
Il dibattito, sin dagli articoli pubblicati nel 1997, compresa la Sua cortesissima disponibilità ad accogliere quei suggerimenti, nonché gli sviluppi relativi alla presente lettera, saranno presto pubblicati interamente in un libro.
Sarò a Sua disposizione per ulteriori chiarimenti. Darò il mio contributo instancabile allo sviluppo di questo Museo.
Resto in attesa di una Sua risposta e accoglimento delle rettifiche proposte. Con i miei più cordiali e distinti saluti.


Nota

Non avendo dato riscontro a questo circostanziato documento, il 31 maggio 2002 una nuova lettera fu inviata alla dr.ssa Lattanzi: Gentile dr.ssa Lattanzi, è con vero piacere che Le scrivo ancora per sollecitare un Suo intervento presso il museo di Amendolara, nei termini che ho sottoposto alla Sua attenzione con raccomandata del 21 gennaio 2002.
Comprendo che i Suoi impegni non Le consentono di dedicare del tempo a questo caso ma Le chiedo un piccolo sacrificio, affinché i visitatori estivi possano ritrovare il museo di Amendolara depurato dei reperti "estranei" ed apocrifi. Confermo la mia assoluta disponibilità. Cordialissimi saluti. Prof. Rocco Turi.

www.amendolara.eu
febbraio 2016


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