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AMENDOLARA LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 2. (1996)

Centro Studi per Amendolara



AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 2. (1996)

Rocco Turi:
Via quei sassi dal Museo Archeologico!


IL TIRACCIO, anno XXII, n.7, ottobre-novembre 1996, p.7.

Non avendo ottenuto risposta alla precedente lettera personale del 2 ottobre 1996, il 16 dicembre 1996 questo articolo - sul medesimo argomento - fu inviato anche alle Soprintendenti
Elena Lattanzi e Silvana Luppino.

Non fu data risposta neppure in questa occasione.



Ho appena visitato il Museo statale archeologico di Amendolara. E' piccolo - certo - e non particolarmente ricco, ma può servire per accrescere quella sensibilità culturale ormai perduta in questo piccolo comune dell'Alto jonio calabrese. Appare, a una prima valutazione, che il Museo continui ad essere un elemento "estraneo" alla cultura autoctona. Mi auguro, tuttavia, che questa tendenza possa modificarsi e che il Museo entri a far parte di un continuum culturale fra storia locale e sviluppo.
La visita del Museo archeologico di Amendolara - tuttavia - non mi ha soddisfatto perlomeno in due particolari aspetti.
Nel Museo, infatti, sono esposti con immediata evidenza alcuni sassi, identificati come manufatti dell'uomo, i quali dimostrerebbero la presenza ad Amendolara di un insediamento di epoca neolitica. Al contrario, quei sassi - esposti con le seguenti didascalie: "quattro pestelli in pietra", "punteruolo?", "testa di mazza ricavata da ciottolo", "ciottoli forati", "due punte di freccia in pietra", "strumenti in selce", "strumenti in ossidiana", "raschiatoio in selce" - costituiscono il prodotto di una reazione naturale e spontanea.
In particolare: per il "raschiatoio" e il "punteruolo?" si tratta di schegge che abbondano in quantità sul territorio; i "pestelli" e le "frecce in pietra" costituiscono uno scherzo della natura, essendo diffusi ovunque nel territorio amendolarese una moltitudine di pietre che simboleggiano le forme più disparate; i "ciottoli forati" e la "testa di mazza" rappresentano il risultato di una reazione naturale - avvenuta nel mare o sulla spiaggia - ancora non meglio spiegata, alla cui ricerca sono impegnato, ormai da molti anni.
Inoltre, i vari "strumenti" in selce o in ossidiana presentati in mostra non sono altro che semplici schegge interpretate fantasiosamente, di cui può trovarsi traccia anche presso i negozi che trattano questa materia, sia in Italia che all'estero.
Soltanto il manufatto indicato come "ascia in pietra levigata" sembrerebbe a prima vista un'opera dell'uomo, ma sarebbe azzardato individuarla come "ascia" e come "oggetto di epoca neolitica". E' facile trovare nel territorio amendolarese sassi di quel tipo e quel colore ed facile modellare quella forma. A una osservazione di assieme potrebbe trattarsi di un autentico falso. Consigliabile una analisi più approfondita.
Allo stesso modo, il cosiddetto "rasoio bitagliente da Agliastroso (XIII-XI sec. a.C.)", in metallo, sembrerebbe un rischioso azzardo senza una analisi scientifica adeguata e del tutto opportuna.
Basta una superficiale visita in contrada Agliastroso e nei suoi pressi per comprendere che, a causa della presenza di una copiosa quantità di fossili, alcuni milioni di anni or sono quel sito era occupato dal mare.
Per dimostrare che i "manufatti" forati e non forati, esposti nel Museo rappresentano, al contrario, alcuni volgari sassi modellati dalla natura, attraverso un procedimento ancora non chiaro, basta passeggiare lungo alcuni tratti della spiaggia di Amendolara o in qualsiasi area da cui risultino presenze di fossili.
Appassionato della ricerca di sassi bucati dal mare (a causa di un procedimento - ripeto - non ancora noto) ritrovati personalmente, possiedo alcune centinaia di cosiddetti "ciottoli forati" o "pestelli in pietra" o "teste di mazza ricavate da ciottoli" ecc., così come vengono indicati frettolosamente nelle vetrinette del Museo di Amendolara, che a volte offro in regalo agli amici che vengono a farmi visita. Quei sassi ritrovati costituiscono frequentemente oggetto di appassionate discussioni fra amici sulle cause scientifiche di formazione e sulla caratteristica del loro aspetto. Possiedo, inoltre, numerose altre forme in pietra, ritrovate qua e là lungo la spiaggia di Amendolara e sulla terra, che appaiono modellate dall'uomo soltanto a una visione grossolana. Fanno parte della mia collezione di sassi provenienti da vari luoghi del nostro Pianeta.
I cosiddetti "oggetti di epoca neolitica", esposti in Museo, solo apparentemente modellati dall'uomo, ritrovati ad Amendolara, in realtà, sono da attribuire al caso o a particolari procedimenti fisico chimici ambientali.
Quei sassi collocati in mostra, con particolare evidenza, per spiegarne la presenza di un insediamento di epoca neolitica ad Amendolara andrebbero, pertanto, immediatamente rimossi dal Museo. Andrebbe anche cancellato dal testo esposto la seguente frase:
"Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico", scritta anche in lingua inglese. Diversamente si correrebbe ancora una volta il rischio di ridimensionare la scientificità della ricerca archeologica. Del resto il dr. Vincenzo Laviola, autore indiretto del ritrovamento, ha sempre dichiarato di essere un dilettante dell'archeologia e la sua ipotesi di insediamento neolitico può essere spiegata con l'eccessivo - e ben noto - attaccamento alla sua terra.
Il dr. Laviola fu proprietario di una casa in contrada Agliastroso di Amendolara. Probabilmente ha creduto per tutta la sua vita di vivere in un luogo "fantastico".
Per la stessa ragione è opportuno dubitare di altre deduzioni elaborate dal dr. Laviola, stimatissimo e illuminato professionista, nonché mio parente e medico di famiglia in tutta la sua vita.
Una seconda ipotesi verbale del dr. Laviola, per il quale il territorio di Amendolara sarebbe da identificare con l'antica Lagaria, non trova riscontri obiettivi. Vero è che la frase indicante Lagaria, scritta su uno dei pannelli esplicativi del Museo, fu completata all'ultimo istante con un eloquente punto di domanda (?). Non a caso, negli ultimi tempi anche gli abitanti di Amendolara hanno nutrito fondati dubbi a seguito di un mio intervento sul tema, pubblicato recentemente a cura del Centro Studi Per Amendolara (CSA), il quale si propone di ristabilire alcune "verità" scientifiche fino ad ora travisate.
Sarebbe opportuno e scientificamente corretto eliminare dai pannelli espositivi del Museo di Amendolara qualsiasi riferimento - seppure dubbio - alla città di Lagaria. In particolare andrebbe del tutto cancellata l'espressione:
"Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di S. Nicola con Lagaria, città fra Sibari-Thurio ed Erakleia secondo il racconto di Strabone".
Come Lei ben sa, attraverso pubblicazioni scientifiche particolarmente accreditate (Consiglio Nazionale delle Ricerche, ecc.), fior di studiosi ipotizzano altrove il sito di quella antica città. Nessuno ha mai scoperto elementi rigorosi per una pubblicazione scientifica che dimostri l'ubicazione (seppure dubbia) di Lagaria in territorio di Amendolara. Neppure un piccolo e serio indizio può giustificare l'ipotesi dell'espressione "Lagaria ?", apparsa sui pannelli espositivi del Museo. L'affermazione di Strabone è talmente vaga per la quale solo una interpretazione utilitaristica favorisce il sito amendolarese. Del resto è ben nota l'inattendibilità di tanti autori antichi e di tante cartine d'epoca.
In qualità di sociologo ho avuto modo di studiare il fenomeno dello "sciovinismo" ad Amendolara come espressione paradigmatica di un sentimento piuttosto diffuso. In questo territorio, infatti, gli abitanti ritenuti colti tendono periodicamente a "rivelare" siti, riti e natali apocrifi. Uno dei numerosi esempi è offerto dalla convinzione che Amendolara avrebbe dato i natali a Pomponio Leto, umanista del quattrocento e fondatore dell'Accademia Romana. E' ben noto, al contrario, che il Leto ebbe altrove i suoi natali.
La storia di questo paesino è piena di evidenti falsi: alcuni testi affermano, addirittura, che Amendolara sarebbe da identificare con l'antica Eracleopoli (sic!). Altri testi contengono una lunga serie di inesattezze e stupidaggini. Ogni testo è intriso da un viscerale amore per il paese, che supera abbondantemente le esigenze del rigore scientifico.
Se anche io fossi stato colpito da "sciovinismo acuto", tipico del carattere degli amendolaresi, potrei tranquillamente imbastire un qualche "strano" ritrovamento, effettuato ad Amendolara, anche per la collezione di sassi raccolti durante i miei viaggi all'estero, nel corso dei quali una tappa fondamentale è rappresentata dalla visita nei Musei Nazionali più importanti e prestigiosi.
Quanto ho scritto in periodo di vacanza trascorsa in Amendolara venga interpretato con lo spirito di chi ama profondamente il proprio paese di nascita ma che non vive ad Amendolara e si impegna quasi quotidianamente nella ricerca della storia patria con l'identica energia critica che applica nella pratica professionale di autore in sociologia.
Nel territorio amendolarese è diffusa una sorta di accidia culturale da cui scaturisce un'assenza di studi e di sacrifici intellettuali e una carenza di riflessione, di confronto e comparazione interdisciplinare, nonché il desiderio di fare per forza di Amendolara una Pompei o una capitale mittleuropea. Da ci può essere facilmente associata agli abitanti e studiosi di questo paesino la colorita espressione: "Prendere lucciole per lanterne".
In Amendolara, purtroppo, il disimpegno culturale ha raggiunto punte estremamente preoccupanti - a ogni livello - ed investe anche il settore archeologico, usato quasi unicamente come arma di potere locale. La "questione neolitica" è soltanto un esempio - fra la moltitudine di inesattezze e non competenze - riportata alla ribalta dall'attualità del nuovo Museo. Me ne dispiace.
Sarò ben lieto di incontrarLa, se lo riterrà opportuno, per ulteriori chiarimenti su aspetti sociali/storici/urbanistici e archeologici globali - non valutati fino a ora ad Amendolara - e per mostrarLe una divertente collezione di "asce" in pietra o "teste di mazza", "ciottoli forati", "materiali" e altri sassi modellati naturalmente, che - tuttavia - smentiscono la teoria secondo la quale i sassi esposti nel Museo di Amendolara sarebbero manufatti opera dell'uomo neolitico.

Rocco Turi


Nota

In realtà, l'articolo principale della pagina pubblicata su "IL TIRACCIO" era "Allarme ad Amendolara!" perché, in quel momento storico, il contenuto del pezzo veniva considerato ancora più importante dal punto di vista etico, civile e sociale, a causa di un problema molto interessante, ma dibattuto - purtroppo - solo fra pochi cittadini. Stava per essere realizzata una centralina elettrica proprio accanto alla scuola materna, in pieno centro abitato di Amendolara Marina. Condividendo la problematica - e prima di pubblicare questo articolo - il 23 ottobre 1996, con lettera privata, fu informato il Sindaco senza ottenere alcuna risposta. Insomma, l'attività culturale - costruttiva ed educativa - di Rocco Turi e del "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio" dava - forse - decisamente fastidio e, oltre alle polemiche pretestuose e senza fondamenta, regnava un imperdonabile silenzio. D'altra parte, la questione sollevata sull'inquinamento elettromagnetico era già stata risolta favorevolmente e con successo del "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio".

Si trattava di portare a termine con successo anche la "Questione archeologica"...

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febbraio 2016


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