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Amendolara. Storie segrete


Amendolara. Storie segrete

Nella parte occidentale dell'abitato medievale di Amendolara si erge poderoso un antico maniero che domina il torrente Straface. La costruzione risalente al periodo della dominazione normanna è circondata da un lato da un profondo fossato, un tempo pieno d'acqua, e dall'altro da possente mura alle cui estremità si ergono alte torri. Nel periodo svevo fu dimora dell'imperatore Federico II, che vi soggiornò per trascorrervi periodi di riposo, assumendo la dignità di domus imperialis.
Il castello dopo la conquista da parte del Principe Sanseverino passò agli Angioini, divenendo successivamente dominio dei vari feudari dai Della Marra ai Pignatelli di Bellosguardo. Nel 1428 tra le sue mura venne alla luce da una giovane fanciulla, di nome Polla, appartenente alla servitù del castello, il grande umanista del rinascimento, Giulio Pomponio Leto, fondatore dell'accademia romana. Si racconta che la poveretta, dopo aver partorito fu trasportata di nascosto, su una lettiga, insieme al neonato, nella casa su cui oggi una targa ricorda i natali di Leto. Tanta segretezza era dovuta al fatto che padre del neonato non era altro che lo stesso signore del castello, il conte Giovanni Sanseverino. Tra le mura dell'antico maniero il figlio naturale del conte Sanseverino trascorse gli anni della sua giovinezza fino a quando nel 1450 si trasferì a Roma per seguire le lezioni dell'umanista Lorenzo Valla. Ma a scandire la vita del castello non furono solo i lieti eventi; tra le sue mura infatti si consumarono anche delle vere e proprie tragedie.
Nelle sue prigioni sul finire del 600' vi fu rinchiuso Giulio II Acquaviva Aragona, Duca di Noci e Nardò e Conte di Conversano, la cui vita fu tutta un romanzo, contrassegnato da audacia ma anche da prepotenze e delitti. Contemporaneamente nello stesso castello vi moriva di veleni il fratello di quest'ultimo, Giangirolamo III Acquaviva Aragona le cui spoglie riposano nel convento dei domenicani di Amendolara. Nel settecento il castello subì un vistoso rifacimento che si può notare tuttoggi. Per finire in epoca borbonica fu acquistato dal Marchese Gaetano Gallerano, ministro del tesoro della Corte Borbonica.

Santino Soda


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