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Commemorazione del Prof. Francesco Battisti

Centro Studi per Amendolara



Roma, Palazzo del Campidoglio, 2 febbraio 2008.
Commemorazione del Prof. Francesco Maria Battisti.
Di Rocco Turi
In rappresentanza dei collaboratori


Dagli anni ottanta il Prof. Francesco Battisti ha frequentato Amendolara numerose volte, anche in compagnia della sua famiglia. Insieme abbiamo svolto analisi, studi e in particolare: una ricerca con documentazione rigorosa, interviste e immagini professionali su ogni festa e ogni angolo del paese negli anni ottanta, curata con il Centro Universitario Televisivo. Francesco Battisti ha dato un importante contributo accademico a questo paese. (RT)

In memoria del Prof. Francesco Maria Battisti (14-4-1949 / 30-1-2008)

Un mese fa, a casa sua, appena alzati, scherzavamo sulla morte, in occasione dell’uscita di un libro su questo argomento. Lui aveva in mano un suo libro che non mi aveva ancora regalato e all’improvviso prese la penna per farmi una dedica. Non sempre scriveva le dediche sui suoi libri che mi regalava e forse non aveva l’intenzione neppure quella mattina; ma all’improvviso prese la penna e scrisse “Boia chi muore!”. Io guardai la dedica e gli dissi “Francè sei sempre il solito geniale…!”.
Lui sorrideva sornione e poi ci recammo al Palazzo delle Esposizioni per visitare la mostra di un famoso fotografo americano. Anzi doveva venire con noi anche Giuseppe, ma lui disse “Facciamolo dormire Giuseppe, che oggi è domenica…”.
Mentre eravamo lì, iniziò a parlare della vita quotidiana negli Stati Uniti ai tempi del soggiorno in America, da ragazzo con i suoi genitori. Lo faceva con una certa tensione. Infatti le fotografie rappresentavano scene di vita che lui conosceva bene e mi parlò anche di un suo vecchio libro sulla storia della sociologia americana. Fu per me la sua ultima lezione personale di sociologia.
Io aggiunsi “Francè non è tempo di guardare indietro, ancora abbiamo un futuro davanti a noi…” e lui mi rispose “Certo!!!”, ma continuò a parlare e poi, improvvisamente, disse: “Rocco vado a casa..”. Riuscii a trattenerlo solo 5 minuti ma poi insistette e io lo raggiunsi più tardi. Non disse altro, ma si leggeva nei suoi occhi tanta stanchezza, anche perché anch’io avevo sofferto nel passato e capivo bene quello che stava passando.
Lo guardavo mentre, stanco, con il taxi si allontanava e pensai a 30anni prima, quando eravamo in un bar che ormai non esiste più della campagna calabrese, unici avventori della notte, ad Arcavacata di Rende. In quella Università infatti si entrava e si usciva ad ogni ora del notte e noi stavamo fino a tardi. Nel bar, in quella campagna, mi parlava della crisi internazionale e del primo contingente militare italiano che si recava per la prima volta all’estero, in Libano; mi parlava delle cose delle quali si occupava all’epoca: di salvaguardia ambientale, di protezione civile e di come i calabresi dovessero reagire alle calamità naturali e al terremoto. Quelle furono per me le sue prime lezioni di sociologia. E ricordo quando andammo a vedere una corsa di asini e lui sciorinò tutta una serie di statistiche sugli asini che circolavano in Italia e su quelli a disposizione dell’esercito italiano. Lo faceva fra il serio e l’ironico…

In questi 30anni Francesco è stato un crescendo di intuizioni geniali, ma era tanto tanto umano: poche ore prima che morisse mi telefonò con la moglie in Ungheria solo per chiedermi come stavo e cosa stavo facendo.

Della genialità e della sua umanità, Eugenia, Giuseppe e Ivan possono essere fieri e orgogliosi.

A nome dei collaboratori di Cassino: Rocco Turi.

Roma, Palazzo del Campidoglio, 2 febbraio 2008

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Giugno 2012


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