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Gazzetta del Sud CRONACHE DAL PARADISO ROSSO, 2

Centro Studi per Amendolara



La Gazzetta del Sud non aveva mai pubblicato un'inchiesta a puntate così lunga.


Titolo dell'inchiesta: Cronache dal "paradiso rosso"
Autore: Rocco Turi

Gazzetta del Sud, Anno XLI, Lunedì 8 giugno 1992, p. 18.
IN PRIMO PIANO

Cronache dal "paradiso rosso" / il Pci offrì copertura agli antifascisti che si erano macchiati di delitti comuni durante la guerra di liberazione
Solo dopo l'attentato a Togliatti la fuga
dei partigiani in Cecoslovacchia
Di Rocco Turi

2) Continua

Finita la seconda guerra mondiale, numerosi partigiani che dopo il 25 aprile 1945 si erano resi colpevoli di vari reati contro i fascisti vennero perseguiti legalmente. "Qualcuno non aveva saputo che la guerra era finita ed aveva continuato a fare il partigiano" dice ironicamente e con freddezza Rinaldo Berlotti, un italiano che vive in Cecoslovacchia ormai da 40 anni.
Alcuni di loro - accusati di reati ben precisi, gravissimi - sul punto di essere individuati e giudicati riuscirono a sottrarsi. "Li soccorre il Partito comunista italiano - dice Francesco Campolonghi, anch'egli in Cecoslovacchia in conseguenza degli accordi economici fra i due Paesi - il quale stringendo un accordo con il partito fratello cecoslovacco, riesce ad inviarli attraverso tortuose e clandestine vie in Boemia".
Il piano-emigrazione scatta nel 1948 nel momento in cui gli eventi cecoslovacchi favoriscono efficacemente e senza rischi la protezione dei nostri connazionali. Di recente si è instaurato il nuovo regime e l'imprimatur dei comunisti russi favoriscono l'operazione.
La segretezza a questo punto diviene impenetrabile né si può pensare allora che Togliatti avesse affrontato l'argomento. Il suo discorso del 24 settembre 1946 e i suoi moniti "bisognava prevedere", "controllare", hanno un riferimento alla criminalità di quegli anni ma non al clima di protezione offerta ai partigiani i quali iniziano la fuga in Cecoslovacchia solo nel 1948; solo dopo l'attentato compiuto ai danni di Togliatti, ma quel che più conta solo dopo l'instaurazione del nuovo regime avvenuto nel febbraio di quell'anno. Anzi nei discorsi di Togliatti a Praga in occasione del IX Congresso del Partito comunista cecoslovacco non vi è un accenno a situazioni che possano rivelare pubblicamente la presenza clandestina degli italiani. Quello sarebbe stato davvero il momento di parlarne. Invece il discorso di Togliatti del giugno 1949 a Praga si presenta come una esaltazione della recente rivoluzione in quel Paese e critica aspramente la situazione italiana.
Alla presenza di oltre centomila persone Palmiro Togliatti pronuncia un applauditissimo discorso: "
Sappiamo che questo Congresso, il quale ha luogo dopo gli avvenimenti del febbraio '48 e tira le somme di un periodo lungo di lavoro e di lotta - dice Togliatti - è un Congresso di vittoria per il vostro partito e per il popolo ceco (Applausi). Desidero voi sappiate che lo consideriamo un Congresso di vittoria anche per noi, per i comunisti italiani, e per tutto il popolo italiano".
"
Noi non abbiamo nulla da temere, come italiani - continua Togliatti - da questa vostra avanzata poiché sappiamo che il destino storico dell'Italia è di collaborare con i popoli slavi e con gli altri popoli dell'oriente europeo per creare un'Europa nuova, giovane, libera, pacifica, felice" (Applausi vivissimi). E poi: "Sappiate che la grande maggioranza del popolo italiano vuole una politica di amicizia e di fraterna collaborazione in tutti i campi coi Paesi del Socialismo e di nuova democrazia" (Applausi prolungati).
Togliatti prosegue: "
Non impressionatevi troppo se oggi dei reazionari sono alla testa del governo del nostro Paese e costringono il popolo italiano a vivere nella miseria e nella oppressione e a condurre una dura lotta per la difesa delle sue libertà, della sua esistenza, dei suoi diritti". "Non impressionatevi: gli uomini che oggi governano l'Italia sono marionette miserevoli e ancora possono muoversi sulla scena della storia solo perché stanno dietro di loro e li fanno muovere i briganti dell'imperialismo. Ma io sono sicuro, e voi con me dovete essere sicuri che non passeranno molti anni e il popolo italiano scuoterà per sempre il giogo del regime attuale e l'Italia intera, un grande popolo di cinquanta milioni di uomini, si unirà a voi, si unirà ai popoli liberi...".
Il commento del "Giornale dei lavoratori italiani in Cecoslovacchia" Democrazia Popolare del primo giugno 1949 parla di un "Viaggio trionfale" di Togliatti, accolto dagli emigrati italiani a Praga intonando Bandiera Rossa. A seguito dell'invito rivolto a Togliatti da parte degli operai italiani, il giornale continua: "
A causa del troppo lavoro egli non ha potuto compiere queste visite. Ha però inviato il compagno Caprara suo segretario e la deputatessa Jotti al circolo di Democrazia Popolare di Praga, dove alla presenza di numerosi operai assieme al compagno Vidali del Partito comunista triestino hanno illuminato i nostri operai sulla situazione attuale in Italia e a Trieste".
Approfittando, così, dell'accoglienza da parte dei comunisti cecoslovacchi, centinaia di partigiani lasciano l'Italia con amarezza e delusione. Il distacco con le proprie famiglie è doloroso e comunque è pure necessario ritrovare una nuova identità per evitare gravi conseguenze e forse il carcere.
"Coloro che nel 1948 decidono di rifugiarsi in Cecoslovacchia, dall'Italia raggiungono clandestinamente una precisa località di Vienna - dice Antonio Campolonghi - dove sono tenuti nascosti per alcuni giorni affinché fosse verificato il buon esito della prima parte del viaggio, il quale dovrà rimanere assolutamente riservato". Altri itinerari fanno riferimento alla Jugoslavia, alla Romania ed all'Ungheria ma alla fine quasi tutti giungono in Cecoslovacchia. L'itinerario attraverso l'Austria è comunque quello preferito.
Dai comunisti austriaci vengono poi accompagnati in frontiera dove sono prelevati dalla polizia segreta cecoslovacca e tenuti ancora sotto stretta sorveglianza per accertare la loro vera identità e ripararsi da qualsiasi sorpresa. "
A Mikulov venne a prelevarmi una donna - racconta uno di loro. Avevo una fame da lupo. Quella signora mi offrì un panino e mi accompagnò in una casa dove rimasi chiuso fino a quando, dopo le necessarie verifiche, non furono certi della mia posizione di antifascista italiano e mi inviarono a Koumutov per lavorare nelle miniere".
Ottenuto l'asilo, tutti gli italiani, circa cinquecento, vengono disseminati in numerose località della Boemia, non prima che ognuno di loro trasformi la propria identità. E' una necessaria garanzia di segretezza. Scelgono un nuovo nome italiano perché a causa della non conoscenza della lingua ceca sarebbe più rischioso avere un nome autoctono. Anche i vecchi nomi di battaglia partigiani sono cancellati dalla memoria. Non lasciano alcuna traccia di sé, perdono i contatti pure con la propria famiglia per stabilirsi forse per sempre in Cecoslovacchia, se in futuro non si sarebbero verificate cose nuove o clemenze. Negano la propria storia - magari di avere già una famiglia in Italia - e, attratti dalla loro bellezza ed anche dalla loro ospitalità, numerosi connazionali si legano o sposano molto volentieri le donne ceche: "Sono soprattutto operai ma vi sono anche personaggi di primo piano nella gerarchia dell'antifascismo italiano".
I fatti del 1948 accaduti in Cecoslovacchia costituiscono la loro salvezza e sono garanzia di sicuro rifugio. Per di più l' espulsione di migliaia di tedeschi ad opera dei russi è occasione per la ricerca da parte dei Boemi di una innumerevole forza lavoro per le acciaierie e per le miniere di carbone cecoslovacche. La presenza degli italiani è quindi anche gradita e va ad aggiungersi ad una già operante presenza economica frutto degli accordi governativi ufficiali del 1946 che avevano portato in Cecoslovacchia circa duemila operai.

* * *


La copertura offerta dal partito comunista cecoslovacco ai partigiani italiani fuggiti nel paese centro europeo è una importante occasione per riorganizzarsi e riprendere le fila dell'impegno politico - dopo le rocambolesche vicissitudini - che i nostri connazionali non si lasciano sfuggire. In fondo, in Italia si parlava di rivoluzione imminente e, a quanto pare, sarebbe stata ancora necessaria una opportuna campagna presso l'opinione pubblica per sensibilizzare tutti alla bontà ed alla grandezza del comunismo.
Un giornale che potesse raccontare agli italiani i successi del comunismo cecoslovacco - da poco salito al potere - fu considerato una importante via per il conseguimento dello scopo. Era anche un modo per non disperdere quel capitale umano di irriducibili comunisti, disseminato attraverso l'Europa dell'est, che avevano combattuto per la lotta di Liberazione Nazionale, che si erano macchiati di sangue, che erano fuggiti e che all'occorrenza sarebbero stati anche sicuri punti di riferimento dopo la auspicata vittoria verso cui tutti loro avevano una fiducia cieca e ottusa.
Già nel 1948 viene allora fondata una rivista che avrebbe portato in Italia una controinformazione comunista per difendersi dalle accuse di mangiapreti e mangiabambini che la stampa capitalistica rivolgeva ai comunisti.
Il giornale
Democrazia Popolare fondato subito dopo la rivoluzione del '48, è perciò il centro di difesa ideologico dall'interno di una società comunista sulle ali della vittoria. Come dire: "Noi che viviamo all'interno di una società comunista vi possiamo garantire che l'uomo è rispettato nella pienezza del suo essere e della sua intelligenza; non è sottoposto ad alcuno sfruttamento e non è un mezzo ad uso e consumo del capitalismo".
Il giornale si preoccupa di presentare in un clima soft e distaccato, con calma e senza rabbia in corpo una società felice, una società armoniosa verso cui tutti i popoli della terra dovrebbero tendere: "Noi che da alcuni anni viviamo in un paese dove la classe operaia ha sconfitto la borghesia, abbiamo avuto modo di constatare quali differenze esistano fra il mondo capitalista, dove gli uomini sono soggetti allo sfruttamento continuo da parte di pochi individui, posti all'arbitrio dei più disonesti, e il mondo nuovo che si è creato in Cecoslovacchia dove i lavoratori non solo non sono più sfruttati ma circondati da ogni rispetto e onore. I lavoratori italiani in Cecoslovacchia garantiscono che godono di tutti i diritti materiali e morali dei loro compagni cecoslovacchi ed è in virtù di questi diritti che i nostri operai non provano la sensazione di essere stranieri come purtroppo accade agli italiani in Francia e in Belgio".
Il giornale continua: "Noi operai italiani in Cecoslovacchia, siamo consci del nostro dovere e contribuiamo con tutte le nostre forze per la realizzazione del Piano Quinquennale che porterà la Cecoslovacchia verso il Socialismo. In tutta la Repubblica dove vi sono nostri operai sono state costruite brigate volontarie del lavoro che hanno offerto gratuitamente migliaia di ore. In Cecoslovacchia dove lo spettro della fame ha cessato di assillare i lavoratori, si lavora con uno spirito nuovo perché ognuno viene largamente ricompensato del proprio lavoro.
Democrazia Popolare è, tuttavia, il centro di una politica enfatica la quale vede nel comunismo la giustizia e la perfezione dei rapporti sociali. Ma è un giornale che dimentica la storia degli ultimi anni. Dimentica le migliaia di uccisioni verificatesi anche dopo il 25 aprile ad opera dei partigiani comunisti. Non una riga viene spesa.
Non dimentica invece gli attacchi e gli omicidi dei fascisti ai loro danni. Anzi dà spazio e racconta in proposito fatti, storie e particolari da cui poi scaturiranno dure vendette.
Ecco la storia "dell'eroe comunista ligure Franco Ghiglia". E' il caso di un partigiano che ogni giorni compiva azioni spettacolari: "Entrava fra i reticolati, disarmava le sentinelle, faceva saltare i ponti, attaccava da solo le pattuglie nemiche".
"Ma tutto questo non lo faceva perché era una testa matta come qualcuno voleva definirlo, ma perché era un comunista e perché capiva che in quel momento bisognava provocare tutti i danni possibili all'invasore. Un giorno, mentre dormiva, i tedeschi lo arrestarono. I nostri informatori in seno alle SS ci dicevano che era sottoposto alle torture più terribili, perché i tedeschi volevano sapere da lui importanti informazioni, ma ci assicuravano che non parlava. Non avevamo bisogno di queste assicurazioni, sapevamo che dalla sua bocca non avrebbero strappato nulla. Era un comunista cosciente, lo era sempre stato, non era mai stato altro che un comunista, e non sapeva tradirci; anche se le torture erano insopportabili, anche se gli avrebbero arsi i piedi e la lingua, come usavano i tedeschi per far parlare i prigionieri. No, non poteva tradirci, sarebbe stato troppo penoso per lui… Una sera venne da noi una donna piangendo e disse:
"Lo hanno ucciso, impiccato alla cava rossa… Gli hanno detto che sarebbe stato bene per lui decidersi a parlare… ma lui non ha detto nulla. Ha sputato in viso al maresciallo tedesco ed ha aspettato che la facessero finita. Ora è appeso. Ha la lingua fuori… hanno avvisato il padre, verrà lui a prenderselo".
"Un giorno, molto tempo dopo, a un processo di criminali fascisti, essendosi i giudici dimostrati troppo clementi, il padre tirò fuori un pezzo di corda e disse: con questa è stato ucciso mio figlio, perché ora non punite chi ne ha provocato la morte? Ma forse aveva capito che quegli imputati non erano che dei comuni delinquenti, che avevano commesso assassinii per poche lire, messe loro in mano da coloro che in ogni luogo e in ogni tempo hanno cercato di schiacciare il proletariato. Ed è per questo che ancora adesso conserva quel pezzo di corda. Ora i veri colpevoli, coloro che hanno fatto spargere fiumi di sangue hanno ripreso la loro vita agiata e propugnano nuove guerra. Ma verrà il giorno, e non sarà lontano, verrà il giorno in cui il pezzo di corda, che il padre dell'eroe comunista Franco Ghiglia custodisce gelosamente, cadrà al collo dei nemici del popolo". Ecco che poi ci saranno le vendette. Ecco perché "Democrazia Popolare" è enfasi. Solo enfasi.

Rocco Turi
2) Continua


Leggi il lungo testo in Archivio:
www.gazzettadelsud.it

Articolo in 6 colonne è corredato da una fotografia priva di didascalia


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato dodici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004


(Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero).



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gennaio 2013


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