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Gazzetta del Sud CRONACHE DAL PARADISO ROSSO, 3

Centro Studi per Amendolara



La Gazzetta del Sud non aveva mai pubblicato un'inchiesta a puntate così lunga.


Titolo dell'inchiesta: Cronache dal "paradiso rosso"
Autore: Rocco Turi

Gazzetta del Sud, Anno XLI, Giovedì 11 giugno 1992, p. 20.
IN PRIMO PIANO


Cronache dal "paradiso rosso" /
La fuga dei partigiani italiani attraverso la Jugoslavia
"Bionde" americane in cambio di cipolle
Di Rocco Turi

"Ero pagato come un ministro ma non riuscivo a comprare nulla"

3) Continua


PRIMA ancora che fosse possibile una "confluenza" ed una organizzazione della collettività politica italiana in Cecoslovacchia - allorché gli eventi del 1948 lo favorirono - i partigiani italiani affrontarono in segreto avventurosi viaggi attraverso molti Paesi europei. Dopo il 1946 tanti nostri connazionali vissero clandestinamente e in disagiate condizioni in Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Germania Orientale, Russia.
Il sociologo Rocco Turi ha dialogato con numerosi di questi personaggi, i quali hanno accettato di parlare, a condizione che fosse garantito il loro anonimato attraverso uno pseudonimo. Raccontano episodi ancora oggi inediti.

"Dopo la liberazione del 25 aprile 1945 l'Italia era rimasto probabilmente l'unico Paese a non condurre una vera epurazione, non nel senso di liquidare le persone ma di rinnovare gli organismi istituzionali". Così dice Sergio Bellini, uno dei primi comandanti partigiani italiani costretti a fuggire oltre cortina, nei Paesi comunisti.
Tutti rimasero al loro posto e provocarono anche il disagio tra le forze che avevano fatto la resistenza. In Emilia, in particolare, anche questa situazione fu occasione per suscitare reazioni fra i partigiani, tra i quali fu deciso di ricorrere ad una "epurazione di parte" e anche a vendette personali nei confronti dei fascisti. Questi, in passato, ben godevano della situazione di favore e con il loro comportamento sprezzante fomentarono l'odio dei comunisti per molto tempo ancora.
Migliaia di partigiani, perciò, continuarono a vivere quasi nella clandestinità. Altri furono ammessi nella polizia, in collaborazione con le diverse Prefetture dell'alta Italia. Quasi tutti, comunque, ben presto - non sempre giustamente - furono accusati di gravi reati, sopratutto assassinii, nei confronti dei fascisti. Di solito si attribuiva il delitto a coloro che avevano una certa notorietà anche se non erano i veri colpevoli. Ecco perché molte accuse risultarono false.
Vi erano stati pure dei casi in cui i partigiani liquidarono l'avversario per vendicarsi personalmente e poi attribuire il reato ai fascisti; in altri episodi avveniva il contrario.
Ci furono anche degli ufficiali dei Carabinieri che si distinsero per le torture fatte ai partigiani durante gli interrogatori; vi furono scontri di classe e anche delle vittime. In tal caso i vecchi partigiani oggi spiegano che questi atti dovevano essere attribuiti più che altro agli sfoghi dei contadini verso i padroni: era il momento caldo della lotta per la terra.
Si verificò un tale guazzabuglio fra accusa e difesa, fra partigiani e fascisti, fra reticenti e falsi accusatori o falsi difensori, per cui fu difficile risalire ai veri colpevoli di tanti assassinii. Iniziò, allora, quella che i partigiani più ortodossi della Emilia Romagna chiamano tuttora la "repressione contro le forze che avevano fatto la resistenza".
Per alcuni c'era una linea ben distinta: cercare di decapitare il Movimento di Liberazione e cercare di diminuire l'importanza politica e storica dei Comitati di Liberazione. La regione Emilia Romagna fu una di quelle che in negli anni pagò il più alto prezzo.
Appena finita la seconda guerra mondiale, numerosi partigiani che dopo il 25 aprile 1945 si erano resi colpevoli di vari reati contro i fascisti vennero perseguiti legalmente. "Qualcuno non aveva saputo che la guerra era finita ed aveva continuato a fare il partigiano" dice ironicamente Antonio Borsi, un italiano che vive in Cecoslovacchia ormai da 40 anni.
Alcuni di loro - accusati di reati ben precisi, gravissimi - sul punto di essere individuati e giudicati riuscirono a sottrarsi. "Li soccorse il Partito Comunista Italiano" dice Antonio Campolunghi, ormai residente in Cecoslovacchia da oltre 45 anni in conseguenza degli accordi economici fra i due Paesi. "Il PCI, continua Campolunghi, stringendo un accordo con il partito fratello cecoslovacco, riuscì ad inviarli come meta finale in Boemia attraverso tortuose e clandestine vie". "Visto il clima dell'epoca, l'unica soluzione praticabile era di scappare dal nostro Paese" afferma Sergio Bellini, fuggito per prima nell'ottobre del 1946.

* * *


L'obiettivo dei primi fuggiaschi italiani è di raggiungere la Jugoslavia il cui Partito Comunista, d'accordo perfettamente con il Partito Comunista Italiano, è già al corrente che bisogna soccorrere efficacemente i fuoriusciti che in breve tempo avrebbero raggiunto quel Paese attraversando clandestinamente Trieste e poi la frontiera. La convenzione non riguarda momentaneamente i comunisti cecoslovacchi, anche se i comunisti russi sono al corrente di tutta l'operazione. L'accordo fra i partiti comunisti jugoslavo e italiano è apparentemente ben solido; però dura pochi mesi, fino al marzo 1947, poi definitivamente invalidato.
In realtà il patto fra i due partiti è molto sofferto e mostra quanto fosse mal sopportata da parte degli jugoslavi la volontà dei sovietici affinché tutto si verifichi secondo i piani prestabiliti. E' evidente, però, quanto il PCI desideri questa operazione che in principio viene trattata direttamente con il PC sovietico. L'accoglienza dei nostri fuggiaschi in Jugoslavia è molto fredda o appena tollerata. Vi sono ancora tanti problemi fra Italia e Jugoslavia e la conflittualità nazionalistica giuliana è sempre evidente.
Tuttavia nel 1946, subito dopo l'accordo, parte in gran segreto il primo contingente di esuli per la Jugoslavia. Sono in sette. A capo della spedizione vi è Sergio Bellini:
"Poiché io ero l'unico intellettuale del gruppo, una volta giunti in Jugoslavia fui isolato completamente dagli altri e utilizzato subito presso il Ministero dei Lavori Pubblici nella città di Sarajevo. Era il periodo in cui iniziava la ricostruzione e poiché sapevo disegnare - avendo frequentato l'Accademia di Belle Arti - ebbi anche una buona occupazione negli studi di architettura.
Avevo un ufficio nel reparto dei disegnatori tecnici e dovevo pure insegnare a disegnare ad un gruppetto di musulmani presenti. Nel giro di pochi mesi riuscii anche ad imparare la lingua. Gli altri 6 compagni rimasero a Fiume e fecero gli scaricatori di porto o i manovali. In pratica, tutti avevamo ottenuto un'occupazione: per noi, in quel momento, il bisogno essenziale era soltanto di sopravvivere.
Io mi trovavo in una situazione economica paradossalmente molto difficile. Ero pagato quasi come un Ministro nei confronti degli jugoslavi: guadagnavo 4 mila dinari al mese ma non riuscivo a spenderne più di 3 mila. Sul mercato non si trovava nulla e alla mensa si mangiava in modo pessimo. Fiorello La Guardia, allora sindaco di New York, spediva pacchetti di aiuto da parte degli americani: le sigaretta Chesterfield, una saponetta, un pò di caffè Nestlè e qualche biscotto. Era tutto. Poiché non fumavo, potevo scambiare le sigarette con qualche cipolla, oppure con dei vestiti.
Infatti arrivai a Sarajevo con i vestiti di mezza stagione, quindi molto leggeri, e in quella città l' inverno fra il '46 e il '47 fu molto duro: la temperatura arrivò fino ai 30 gradi sotto zero".
Nel 1948, prima delle elezioni, essendo quasi certo per la vittoria del fronte popolare, Sergio Bellini rientra clandestinamente in Italia: "Per me, che conoscevo la strada, era molto facile attraversare la frontiera". Però possiede anche un permesso speciale della Jugoslavia rilasciato dal Ministro degli Interni della Repubblica della Bosnia.
Sergio Bellini continua:
"Avevamo deciso di partire in 3 per l'Italia. Due di noi vollero partire prima e furono arrestati a Gorizia, mentre io riuscii ad arrivare a Bologna. Fui rimproverato ferocemente dal partito per aver lasciato andare gli altri due che erano stati fermati. Le elezioni non furono favorevoli per noi e ritornai indietro anche se non avevo un gran desiderio di andare in Jugoslavia perché avevo già ricevuto un negativo sentore.
<<Infatti avevo incontrato Arturo Colombi ed altri del partito, che vennero in delegazione ufficiale in Jugoslavia, i quali mi avevano già accennato cose non troppo piacevoli sul rapporto fra Italia e Jugoslavia. Colombi, che in Jugoslavia era anche il presidente dei circoli culturali italiani, venne a trovarmi e mi illustrò il conflitto politico che già covava. Mi disse: "stai attento!". Noi avevamo già fatto dei tentativi per andare in Grecia e lui invece mi ripetè ancora: "tu sai molto bene che bisogna conoscere prima di tutto il terreno dove ci si muove", e noi quella via non la conoscevamo bene.
Intanto le frontiere jugoslave con i greci erano già chiuse: uno dei nostri compagni che tentò di passare fu ucciso dagli jugoslavi proprio sulla frontiera>> (Dal racconto di Sergio Bellini).
Ritornai però in Jugoslavia perché, oltre ad essermi stato ordinato dal partito, avevo anche un impegno morale verso i compagni, presenti ormai numerosi in quel Paese. Avrei tuttavia preferito partire per la Cecoslovacchia perché sapevo già che questo era possibile.
Gli episodi del '48 sono determinanti per questo flusso migratorio verso la Cecoslovacchia. Se la storia politica di quegli anni non avesse avuto lo sbocco che ha portato all'accordo fra i partiti, il numeroso gruppo di antifascisti in fuga non avrebbe avuto alternative all'arresto. Si giunge ben presto al trasferimento di migliaia di italiani in Cecoslovacchia perché con i partiti comunisti dell'est già forti e in grado di disegnare la politica dei loro Paesi - l'accordo iniziale di una collaborazione solida e concreta fra i partiti comunisti dell'est e dell'Italia era già entrato nella tradizione, anche se quello concluso in passato risultava già fallito. Questi emigrati si aggiungono così al residuo della emigrazione economica giunta dall'Italia nel 1947. L'accordo fra i partiti comunisti fratelli italiano e cecoslovacco viene raggiunto nel marzo del 1948 e cioè circa due anni dopo la prima fuga dei partigiani italiani verso la Jugoslavia.
L'accordo fra i partiti comunisti italiano e jugoslavo era già stato annullato e io andai a Fiume proprio perché chiamato dai compagni che erano rimasti in quella città. Non vi trovai solo quei pochi che fuggirono insieme a me nell'ormai lontano 1946 ma ve n'erano già molti altri: erano passati ormai circa due anni e vi trovai anche diversi friulani e monfalconesi. Ci riunimmo, tenemmo diverse riunioni per trovare il modo come uscire dalla Jugoslavia e come avere un contatto più reale e continuo con il partito in Italia. Ma dall'Italia non arrivava alcuna risposta.
Noi volevamo andare via dalla Jugoslavia perché gli jugoslavi ci misero di fronte all'aut-aut. Dissero: chi non è con noi è contro di noi. Siccome questa vecchia frase la conoscevamo dal periodo fascista, noi non potevamo moralmente accettarla dal momento che avevamo dichiarato di essere membri disciplinati da un partito, dal nostro partito comunista, e di non accettare le loro teorie, anche perché non coincidevano con i nostri ideali.
"Avevamo già visto i risultati delle repressioni che loro avevano fatto verso i compagni partigiani del 1941. Avevamo già visto direttori di aziende e ufficiali militari umiliati a fare gli scopini in mezzo alle strade per renderli ridicoli".
"Si decanta molto il presidente Tito come un simbolo di democrazia. Non è vero niente! Quando siamo entrati in altri Paesi, confrontandoli con la Jugoslavia abbiamo potuto notare che Tito era uno stalinista che aveva portato lo stalinismo alla nona potenza: un bizantino nel vero senso della parola! Noi non lo accettavamo e ci eravamo ribellati di fronte a questa forma di stalinismo" (Dal racconto di Sergio Bellini).
Non potendo ancora rientrare in Italia, noi volevamo sfruttare il nuovo accordo con la Cecoslovacchia. Ma ufficialmente gli jugoslavi ci impedivano di uscire dal Paese attraverso un'infinità di pressioni fisiche e morali: ci aiutarono però a creare un'organizzazione per uscirne fuori. Così sono riuscito a far partire quattro dei nostri compagni per mezzo di un aereo giunto a Belgrado in occasione della conferenza danubiana. Li portò in Romania. Da lì poi si recarono in Cecoslovacchia.
Essendo capo del gruppo mi adoperai molto per far fuggire tutti i miei compagni: altri li ho fatti giungere per vie clandestine fino alla frontiera bulgara. Dalla Bulgaria andarono poi in Cecoslovacchia" (Dal racconto di Sergio Bellini).
I partiti comunisti bulgari e romeni, però, non partecipano agli accordi stipulati dal Partito Comunista Italiano, i quali sono portati a termine esclusivamente con la Jugoslavia prima e con la Cecoslovacchia dopo. Il tutto sotto l'egida sovietica.
I bulgari ed i romeni lasciano libero soltanto il passaggio attraverso il loro territorio. In tal modo contribuiscono alla solidarietà fra i partiti comunisti fratelli. Antonio Borsi, uno degli antifascisti italiani in fuga, è aiutato direttamente dall'Ambasciata di Romania.
Altri rientrano clandestinamente in Italia ma con grave rischio personale. Nel frattempo rientra ancora, ma per breve periodo, anche Sergio Bellini: "Il partito, però, decise di farmi trovare immediatamente la strada per andare in Cecoslovacchia".
Attraverso la Jugoslavia e l'Ungheria Sergio Bellini giunge in Cecoslovacchia nel febbraio del 1957: "Ma già nel 1956 ero fuori dalla Jugoslavia perché con l'aiuto del Partito Comunista Italiano riuscii a ripararmi in Ungheria con un
passavan dove ho pure conosciuto da vicino tutti i movimenti di Budapest".

* * *


Il soggiorno jugoslavo non è facile per i fuggiaschi italiani e neanche per il capo spedizione Sergio Bellini:
"Nel 1949 fui arrestato per la prima volta insieme ad alcuni compagni, poi rilasciato nel 1950 e arrestato ancora. Io ero molto ben controllato ma, se avessi voluto, sarei potuto anche fuggire; però avrei certamente lasciato in difficoltà tutti gli altri amici. Allora feci il "capitano della nave"".
Eravamo in 13. L'accusa per l'arresto fu: nemici del popolo, tentativo di abbattere la Repubblica con la forza, propaganda clandestina. Erano capi di accusa già sufficienti per chiederne la pena capitale.
Ma furono tutte accuse inventate perché, realmente, noi non avevamo nemmeno un temperino per combattere. Fra di noi c'era anche il nostro giuda ma abbiamo diviso insieme l'ultimo pezzo di pane perché i più maturi sapevamo che non tutti potevamo resistere alle torture. Infatti, chi non resisteva era da noi considerato solo un debole ma non un giuda, non un traditore. Era perciò da perdonare e toccava a noi difenderci. Ecco perché quando ci siamo trovati in cella tutti insieme abbiamo diviso il nostro destino anche con il nostro eventuale giuda. Fra di noi si instaurò una forte solidarietà.
Fummo condannati. Io fui condannato a 14 anni di carcere duro: due anni in più come primo imputato a causa del mio comportamento ostile tenuto in Tribunale. Ma poi facemmo soltanto pochi anni di carcere, con i primi 2 anni nel carcere di Fiume in cella di isolamento. Fui trasferito ancora. Feci altri due anni in cella di isolamento completo senza uscire mai all'aria: era un isolamento assoluto. Fui anche torturato. Rimasi per tre mesi con le mani legate con il fil di ferro dietro la schiena. Subii interrogatori di giorno e di notte. Ricevevo il caffè al mattino, poi alla sera ottenevo solamente un pò di brodaglia e poi saltavo il caffè del mattino successivo; poi solamente il pranzo e il giorno dopo saltavo ancora qualche pasto. Fummo ridotti davvero al lumicino".
Sergio Bellini esce dal carcere nel 1956:
"Uscii dal carcere quando i due partiti ripresero gli accordi, allorché venne a Belgrado la delegazione guidata da Luigi Longo. In realtà prima venne Palmiro Togliatti ma egli non discusse la condizione di farci uscire dal carcere: sapeva che eravamo quasi tutti membri di partito, ma lui vedeva la politica in un'altra maniera. Invece quando passò da Trieste la delegazione guidata da Longo, Vidali la fermò e gli dette un ordine perentorio: "Non rientrare senza che non siano stati liberati i nostri compagni in carcere". Longo fece iniziare i colloqui ufficiali solo dopo aver posto come condizione essenziale la liberazione di tutti i prigionieri politici"
"Vidali era un uomo che la guerra l'aveva fatta sul serio e quindi capiva la nostra condizione. Era stato in Spagna ed era una figura che aveva un rapporto più umano con l'uomo e con il prossimo. Fummo realmente liberati"
"Volevamo passare in Ungheria ma il governo jugoslavo non lo permetteva e non ci rilasciò neanche il foglio di via. Ci avevano dato 15 giorni di tempo per andar via dal Paese, con la minaccia che presto ci avrebbero consegnati alla polizia italiana"
Dicevano: "Vi abbiamo rilasciati, ma cercate di andarvene come volete". Noi rispondevamo: "dateci almeno il foglio di via per l'Ungheria!". "E loro invece volevano farci ritornare in Italia. Allora scrissi nuovamente a Longo e pure a D'Onofrio. Longo parlò con un deputato del comitato popolare di Fiume. Neanche lui ci aiutò. Ma finalmente, dopo un'infinità di proteste, ci diedero il foglio di via per andare in Ungheria e poi in Cecoslovacchia. Il viaggio non finiva mai".

Rocco Turi
3) Continua


Leggi il lungo testo in Archivio:
www.gazzettadelsud.it

Articolo in 4 colonne corredato da una fotografia con la seguente didascalia:
I dirigenti comunisti Palmiro Togliatti, Giancarlo Pajetta e Luigi Longo nel periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale.


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato dodici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004


(Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero).



www.amendolara.eu
gennaio 2013


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