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Gazzetta del Sud CRONACHE DAL PARADISO ROSSO, 4

Centro Studi per Amendolara



La Gazzetta del Sud non aveva mai pubblicato un'inchiesta a puntate così lunga.

Titolo dell'inchiesta: Cronache dal "paradiso rosso"
Autore: Rocco Turi

Gazzetta del Sud, Anno XLI, Venerdì 12 giugno 1992, p. 18.
IN PRIMO PIANO

Cronache dal "paradiso rosso" /
I ricordi di Sergio Bellini quando, nel 1957, arriva in Cecoslovacchia
Isolato a Praga negli ambienti intellettuali
Di Rocco Turi


4) Continua


Dopo lunghi ed estenuanti viaggi attraverso l'Europa, i partigiani italiani che giungono in Cecoslovacchia trovano una consolidata ed efficientissima catena di solidarietà. Alcuni, tuttavia, iniziano una radicale autocritica e abbandonano il gruppo dei comunisti italiani di Praga rinnegando la loro più recente storia. Sergio Bellini, capo partigiani indiscusso, si dedica allo studio e all'arte e non intende più accettare le imposizioni e la "guida" dei comunisti italiani in terra boema, guidati da Francesco Moranino. Altri partigiani affrontano anche gravi problemi psicologici a causa del loro desiderio represso di voler ritornare in patria. Antonio Borsi riesce a superare tutte le sue crisi, rimane sempre un partigiani di ferro e ancora oggi - come se nulla fosse accaduto in questi anni - è rigido sulle consegne ricevute nel dopoguerra. Ma parla e si contraddice. Racconta di essere stato aiutato a fuggire con falsi passaporti dei servizi segreti della Romania e - una volta giunto a destinazione - di aver dovuto cancellarne ogni traccia. Non fa meraviglia, allora, che anche nel 1974 siano stati inviati a Mosca personaggi in grado di imparare la tecnica della falsificazione dei documenti. Su tali sistemi esisterebbe nei Paesi dell'Est, infatti, una tradizione ed una continuità ininterrotta sin dal dopoguerra. Il sociologo Rocco Turi ha ricostruito queste vicende, di cui per la prima volta si ha una testimonianza diretta.

Nel 1957, dall'Ungheria S.B. giunge finalmente in Cecoslovacchia. Questi i suoi ricordi:
"Il 21 febbraio del 1957 arrivai direttamente a Praga, sapendo che avrei ritrovato gli amici che dalla Jugoslavia andarono prima in Bulgaria e dopo in Romania".
"Giunsero prima di me in Cecoslovacchia dopo che in Bulgaria e Romania ottennero tutto l'aiuto necessario a seguito di una documentazione che i partiti avevano loro rilasciato. Questi, infatti, erano in collegamento reciproco attraverso i loro uffici di informazione. Il partito italiano era a conoscenza di tutti gli itinerari di coloro che erano potuti uscire dalla Jugoslavia e ben informati dei movimenti dei fuggiaschi, i quali nei vari Paesi attraversati furono aiutati a passare in Cecoslovacchia. Era anche molto facile perché le frontiere rigide non esistevano ancora" (Dal racconto di Sergio Bellini).
Coloro che andarono in Romania, pur potendo restare in quel Paese scelsero di andare in Cecoslovacchia perché seppero che l'emigrazione italiana nel Paese centro europeo aveva già una sua efficiente organizzazione: gli accordi che si erano avuti fra i partiti avevano creato le condizioni affinché gli italiani in Cecoslovacchia stessero meglio e più uniti e organizzati fra di loro.
"Ma non incontrai tutti i compagni perché nella capitale cecoslovacca vi era ormai rimasto solamente un piccolo nucleo e subito capii che fra gli italiani vi era già stato un travaglio non indifferente. Erano guidati dai senatori comunisti Moranino e Tolomelli".
"Tolomelli vive tutt'ora a Bologna e sta cercando di giustificare se stesso descrivendo in un libro i suoi ricordi cecoslovacchi" (Dal racconto di Sergio Bellini).
"Arrivai a Praga in compagnia con altri amici alle 2 di notte e fummo alloggiati all'hotel Palace. Non avevamo un soldo in tasca. Avevo i capelli tagliati a zero e dai vestiti sentivo ancora l'odore di muffa per la qualità precaria della vita che avevo condotto prima. Nell'hotel eravamo in pochissime persone, fra le quali il corrispondente dell'Unità Evangelisti e Curzio Malaparte di ritorno dal suo viaggio in Cina".
"Nel 1957, quando io giunsi a Praga, la vita in Cecoslovacchia era discreta. Il cecoslovacco in realtà non ha mai vissuto una vita economica dura. Probabilmente i primi anni, subito dopo la guerra, erano stati molto difficili ma era come in tutta l'Europa. Dopo la guerra anche in Italia si viveva con le riserve degli americani e non è che nel 1954 - 1955, prima che iniziasse il boom economico, nel nostro Paese fosse tutto roseo. In Cecoslovacchia fu lo stesso. Fino al 1948 avevano avuto una loro industria abbastanza forte: le stoffe e le scarpe erano prodotti ed esportati in grandi quantità. Non a caso la Cecoslovacchia è la patria della famiglia Bata, che poi divenne una famosa multinazionale delle calzature. Ma in Cecoslovacchia vi erano ancora altre grosse ed efficienti industrie che funzionavano a gran regime. Nel 1957 la loro agricoltura era autosufficiente e sviluppata"
In Cecoslovacchia gli italiani avevano creato dei gruppi di impegno politico che venivano gestiti indipendentemente gli uni dagli altri, attraverso una disciplina molto rigida e sotto il diretto controllo di Moranino e Tolomelli. Loro rappresentavano il PCI italiano in quel Paese e quando giungeva qualcuno dal Comitato Centrale del partito italiano costituivano un punto di riferimento obbligato. Erano solo loro che tenevano i contatti diretti con il partito cecoslovacco; erano loro che informavano il partito italiano di ciò che avveniva in Cecoslovacchia e di come sarebbe stato necessario organizzarsi.
Per questo motivo riuscirono a far trasferire e isolare in diverse località della Cecoslovacchia gran parte degli italiani. La città di Brno divenne la più popolata di nostri connazionali.
Anche in Moravia i gruppi di studio e di impegno politico erano autonomi e autogestiti. Pur se disseminati per tutta la Cecoslovacchia, nel 1957 i nuclei più numerosi di italiani risultarono a Litomerice, Praga e Brno. A Praga vi era il gruppo degli intellettuali che lavorava intorno a Radio Praga e vi era pure la scuola politica dell'Associazione degli studenti internazionali che fu meta di numerosi giovani leader della futura sinistra politica italiana. A Brno vi era un circolo di lavoratori denominato Democrazia Popolare e vi si formarono anche dei gruppi nei gruppi e altri schieramenti.
"Infatti si erano un pò aperte le frontiere al commercio e rimanendo in collettivo era facile che il più fortunato o il più intraprendente riuscisse a realizzare maggiori guadagni. Ecco che a causa delle inevitabili invidie e gelosie si formarono clan, gruppi e schieramenti contrapposti" (Dal racconto di Sergio Bellini).
Al suo arrivo a Praga Sergio Bellini così descrive il clima che regnava nell'ambiente italiano:
"La grande fortuna che ebbi a Praga la prima sera che uscii per Piazza Venceslao fu di incontrare un piccolo gruppo di italiani dai quali ero conosciuto"
"Rividi anche Antonio Borsi il quale arrivò in Cecoslovacchia attraverso la Romania. Egli apparteneva al gruppo che io aiutai a fuggire dalla Jugoslavia" (Dal racconto di Sergio Bellini).
"Mi informarono immediatamente degli attriti, dell'odio e dell'invidia che serpeggiava fra gli italiani: erano già arrivati al duello con le accette. Il gruppo dirigente guidato da Moranino e Tolomelli credeva che io fossi abbastanza informato di quanto si verificava e che, per disciplina di partito, mi lasciassi comandare da loro. Così fui inviato ad una riunione a Brno come elemento che avrebbe dovuto riconciliare le fazioni perché ero conosciuto come una figura di combattente che veniva da un carcere ed apparivo molto più riflessivo e conciliante. Invece a Moranino e Tolomelli risposi: i vostri panni sporchi ve li lavate fra di voi!. Anche i miei compagni mi consigliarono di stare in guardia dalle manipolazioni anche psicologiche di Moranino e Tolomelli e mi resi conto che ormai tutti dipendevano psicologicamente e politicamente da quei due. Io mi distaccai perché non volevo assolutamente svolgere alcuna attività politica e decisi di non partecipare alle loro riunioni"
"Dal 1957 rimasi, quindi, politicamente abbastanza isolato nella città di Praga. Fui perciò anche fisicamente tagliato fuori e quando si verificavano degli incontri con i dirigenti comunisti che giungevano dall'Italia - ad esempio quando arrivava Luigi Longo o arrivavano gli altri della direzione del partito - venivano invitati solo i propri amici: quelli della radio e quei 3 o 4 italiani da loro plagiati. Sapevo che il gruppo era ben controllato anche da un abile accentratore come Tolomelli ed io lo conoscevo molto bene sin dal 1944. Già da allora eravamo ai ferri corti per quella sua maniera di voler fare il generale, di voler comandare troppo e di essere un individualista e ambizioso, per cui combinò anche dei grossi guai durante il periodo della resistenza: era uno scompiglione, un uomo che voleva essere ovunque senza badare che anche nella lotta c'erano delle vite umane a repentaglio. A lui questo non importava"
"Con ciò non voglio entrare troppo nei dettagli perché sono cose che fanno male a tutti anche ora. Pensi che ci sono delle vite umane in mezzo. Vi è gente che è stata uccisa e che, magari, non c'entrava per nulla nella lotta. Dato il carattere dei comandanti, gli italiani di Cecoslovacchia sotto il controllo di Moranino e Tolomelli non ebbero una vita facile e vissero al centro di una perenne conflittualità e clima poliziesco" (Dal racconto di Sergio Bellini).
"Mi ero accorto, infatti, che noi eravamo stati prima adoperati e poi abbandonati a Praga"
"Il desiderio di chi ci aveva costretti a rifugiarci in Jugoslavia era che non ci lasciassero più uscire fuori dal Paese e invece noi abbiamo resistito. Anzi la mia ribellione iniziò quasi subito perché in Jugoslavia ci avrebbero volentieri mandati all'isola "nuda" dove "sparivi" senza processo. Invece io feci 5 scioperi della fame per farci processare. Con l'aiuto di un ladro, un criminale comune - di quelli che all'epoca facevano tutto il possibile per aiutare i prigionieri politici - misi anche al corrente non solo i miei famigliari e i miei compagni che erano a Bologna. Feci arrivare numerose lettere in Italia e avvisammo anche l'Ambasciata italiana. Infatti fu annunciato anche sui giornali che ci avevano arrestati. Obbligai perciò il governo jugoslavo a processarci anche se loro non erano d'accordo. Dicevano: "farete un mese o due, poi sarete liberati". Ma io poiché conoscevo già il metodo che adoperavano li obbligai a processarci. Quindi capii bene che l'intenzione era che ci avevano buttati nel gioco come pedine per dire che anche loro, che anche l'Italia, aveva partecipato alla lotta contro il titoismo. Così, poi, quando i partiti avrebbero riallacciato i rapporti sarebbe stato meglio per gli italiani che noi fossimo spariti. Era un vecchio gioco fatto già in Spagna" (Dal racconto di Sergio Bellini).
"Feci perciò solo attività culturale e quando incontravo gli italiani discutevamo prevalentemente di questo. Non andavo oltre neppure quando venivo invitato a passare delle serate assieme a loro per il fine anno allorché, tradizionalmente, ci incontravamo tutti. La mia personale vita sociale fu allora molto differente da tutti gli altri fuoriusciti, anche perché io avevo diversi interessi e frequentavo l'ambiente intellettuale praghese".

Rocco Turi
4) Continua


Leggi il lungo testo in Archivio:
www.gazzettadelsud.it

Articolo in 6 colonne.


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato dodici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004

(Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero).



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gennaio 2013


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