AMENDOLARA.EU - Foto, Video, Cultura, Tradizioni ed Eventi

Cerca

Vai ai contenuti

Gazzetta del Sud CRONACHE DAL PARADISO ROSSO, 5

Centro Studi per Amendolara



La Gazzetta del Sud non aveva mai pubblicato un'inchiesta a puntate così lunga.

Titolo dell'inchiesta: Cronache dal "paradiso rosso"
Autore: Rocco Turi

Gazzetta del Sud, Anno XLI, Sabato 13 giugno 1992, p. 18.
INTERNO


Cronache dal "paradiso rosso" / Antonio Borsi in Cecoslovacchia
Vivere da rifugiato, sognando l'Italia
Di Rocco Turi

Diffidenza, speranze e delusioni di un partigiano.
Clandestino per tre anni in Jugoslavia.
Punti oscuri e argomenti tabù.

5) Continua

Dal 1957, per Sergio Bellini l'attività culturale e intellettuale a Praga diventa l'impegno principale:
"Andai all'Accademia delle Belle Arti per finire i miei studi e per specializzarmi. Del resto, dagli italiani ero tenuto in disparte perché mi ero ribellato immediatamente al predominio di Tolomelli e Moranino. Fui trattato sempre come un anarchico perché avevo detto subito che non avrei avuto bisogno di alcuno".
Dopo il suo matrimonio, Sergio Bellini vive ancora più lontano dal gruppo dei suoi compatrioti ma segue le loro vicende anche perché egli rimane pur sempre un fuoriuscito con gli stessi problemi che derivano dalla impossibilità di un ritorno in patria:
"Passano gli anni e numerosi nostri connazionali ritornano in Italia perché scagionati dalle infamanti accuse di assassinio. Altri, con l'impegno del PCI vengono graziati dai nostri Presidenti della Repubblica. I personaggi più importanti vengono graziati per primi e così rientrano in patria. Moranino fu uno dei primi a ritornare in Italia a seguito della grazia che nel 1964 ottenne da parte del nuovo Presidente della Repubblica Giuseppe Saragar. Egli fu oggetto di trattativa fra i comunisti ed i socialdemocratici per la elezione di Saragat. Rientrò in Italia anche Tolomelli ed entrambi vennero eletti al Parlamento e al Senato.
Dopo la partenza di Moranino e Tolomelli, ormai l'organizzazione degli italiani non la controllava più nessuno perché ognuno aveva trovato la sua integrazione ed era già un periodo dove tutti si sentivano abbastanza liberi e tranquilli delle loro azioni, senza rispondere a nessuno che potesse invitarlo di rimanere all'interno della disciplina del partito".
Però non vengono abbandonati dal partito, il quale si prodiga per la concessione della grazia in loro favore. Ma, rispetto alle prospettive dei primi anni cinquanta, restare in Cecoslovacchia costituisce una rassegnazione profonda.
Molti italiani ritornano in patria, ma tanti altri sono costretti a rimanere ancora in Cecoslovacchia.
Continua Sergio Bellini: "Rimasero per lo più a causa di problemi famigliari. Tanti si erano sposati ed avevano avuto dei figli. Ad esempio, uno di noi emigrò prima in Jugoslavia, poi rientrò clandestinamente, poi dall'Italia fu mandato dal partito in Cecoslovacchia. Fece il minatore e fu un eroe del lavoro, dopo essere stato colpito dalla silicosi della pietra e del carbone. Fu curato con tutti i mezzi possibili che allora, forse, in Italia non avrebbe mai potuto ricevere. E' rimasto in Cecoslovacchia con la moglie e due figli"
"Un altro vecchio compagno garibaldino, morto recentemente, rifiutò di ritornare in Italia per una ragione politica ben precisa che lasciò nel suo testamento. Scrisse: "Malgrado abbia dato tutta la mia giovinezza per l'Italia rifiuto di rientrare perché questo Paese mi ha rifiutato". Conservo ancora una copia del suo manoscritto".
"Altri sono rimasti in Cecoslovacchia a causa dei notevoli problemi finanziari dovuti alla non convertibilità della moneta; altri si sono fatti una posizione economica invidiabile in quel Paese. Altri - i meno influenti politicamente, come Antonio Borsi - vennero graziati per ultimi, nel 1978 ed anche nel 1982".
"Io fui graziato da Saragat nel 1966. Ebbi il passaporto per ritornare in Italia ma qui non avrei avuto il diritto di voto perché avrei dovuto scontare ancora altri 2 anni in casa di correzione. Per evitare questo ulteriore carcere rimasi a Praga. Reale, allora Ministro Guardasigilli, intervenne in mio favore ma ugualmente non ritornai in Italia. Infatti, era il periodo in cui i miei due bambini erano ancora piccoli ed io lavoravo ancora ed ero perfettamente integrato".
"Nel 1982, però, decisi di rientrare in Italia perché il figlio maggiore doveva svolgere il servizio militare e anche perché in Italia mi fu offerto un lavoro".

* * *


Antonio Borsi nasce nel 1925 in provincia di Bologna, in un'area geografica che nel corso della seconda guerra mondiale è a forte concentrazione partigiana e antifascista; ben presto diviene anch'egli un partigiano. La sua storia è fra le più avventurose.
Combatte con tale impeto che alla fine della guerra, dopo il 25 aprile 1925 continua a vendicarsi personalmente contro i nemici fascisti, commettendo atti di criminalità inaudita. Egli giustifica il suo operato con l'affermazione che non aveva ancora saputo che la guerra era finita. Ormai ricercato per omicidio decide di fuggire e di disertare anche gli obblighi militari. Infatti avrebbe dovuto rispondere agli obblighi di leva nell'ottobre 1945, ma nei primi giorni del 1946 A.B. pensa bene di allontanarsi dall'Italia ormai ricercato anche per diserzione. Si giustifica affermando ancora che egli si considerava esonerato dagli obblighi di leva avendo combattuto da partigiano nella guerra di Liberazione.
Nel 1946 Antonio Borsi - appena noto l'accordo fra i partiti comunisti dei due Paesi - si reca in Jugoslavia attraverso la città di Trieste, passando nottetempo con lievi stratagemmi dalla zona A alla zona B e proseguendo poi con una piccola barca.
Naturalmente non possiede alcun documento italiano e la sua presenza in terra straniera è assolutamente clandestina.
Si ferma per tre anni in Jugoslavia adattandosi a vivere molto umilmente ma anche attendendo le opportunità favorevoli e necessarie per una sistemazione più serena. Insieme con un compagno, appena conosciuto in Jugoslavia e che è nella sua identica situazione di fuoriuscito, Antonio Borsi viene aiutato dall'Ambasciata di Romania da cui riceve un passaporto per recarsi in quel Paese. Qui gli viene subito offerto un lavoro in una officina militare.
In pochi mesi Antonio Borsi impara la lingua e si integra facilmente nella comunità locale. Ormai egli dovrà pensare di sistemarsi definitivamente lontano dall'Italia per molti anni ancora.
Intanto conosce un romeno di origine italiana, il quale gli consiglia di cercare una maggiore tranquillità in Cecoslovacchia dove è concentrato un gran numero di partigiani nelle sue stesse condizioni di precarietà, ma psicologicamente più caricati.
Ben sapendo, allora, che in Cecoslovacchia vi è già la più grande comunità di fuoriusciti antifascisti italiani decide di trasferirsi a Praga.
Con lo stesso passaporto della Romania e con un visto di transito attraverso l'Ungheria, si reca a Praga dove consegna all'Ambasciata romena il documento ottenuto in Jugoslavia. Lascia così a quelle autorità ogni traccia del suo passaggio dalla Romania da cui aveva ottenuto gli aiuti necessari a sfuggire alle leggi italiane.
In Cecoslovacchia Antonio Borsi ottiene un permesso di soggiorno. L'essere un antifascista italiano in cerca di scampo, un partigiano e comunista di ferro, aiuta Antonio Borsi ad avere tutta l'ospitalità necessaria presso le autorità locali, del resto già programmata in passato per coloro che vi erano giunti direttamente dall'Italia. L'accordo fra i partiti-fratelli funziona perfettamente.
Dal 1951 Antonio Borsi si stabilisce in Cecoslovacchia ottenendo un lavoro come operaio nelle aziende statali e dai primi anni settanta vive in una città della Moravia meridionale.
Dal suo arrivo in Cecoslovacchia, ottenuta la sicurezza del vivere quotidiano contro le inutili ricerche delle forze dell'ordine del nostro Paese, Antonio Borsi incomincia ad avvertire la nostalgia dell'Italia ma sa anche che ritornare in patria sarebbe per lui molto pericoloso. Si adegua così alle condizioni sociali ed ai ritmi di questo Paese. Nel 1957 sposa una donna di Praga e da quel matrimonio nasceranno tre figli.
Non tutti i nostri connazionali riescono a vivere lontani dalla propria casa e i disturbi psichici, le nevrosi, i problemi esistenziali per coloro che avrebbero desiderato ritornare a vivere in Italia sono davvero numerosi, tanto che alcuni - rischiando - decidono ben presto di ritornare in Italia per scontare le pene e riacquistare la serenità dell'anima e dello spirito. Antonio Borsi sente sempre più il desiderio dell'Italia, ma non ha alcuna voglia di ritornare in patria perché sa che a causa delle sue azioni verrebbe condannato almeno alla pena dell'ergastolo.
Così si reca periodicamente in vacanza in Jugoslavia, forse sognando ad occhi aperti quell'Italia lontana oltre l'orizzonte, ma anche vicina. Intanto non partecipa al funerale della vecchia madre a Bologna per evitare una sicura cattura da parte della Polizia. Non va in Italia e non rischia neanche un pò pur di vedere per l'ultima volta la mamma ormai morente. Dal 1974 al 1977 si reca al mare adriatico di Jugoslavia che non vede ormai chissà da quando.
Sa, tuttavia, che se in passato con i governi italiani guidati da De Gasperi e da Scelba non era possibile parlare di occasioni di rientro per centinaia di italiani nelle sue stesse condizioni, con l'avvento del Presidente della Repubblica Saragat prima e con Pertini per ultimo la possibilità di un suo ritorno in Italia si fa più concreta e vicina: Saragat accetta una trattativa con i comunisti per la concessione della grazia a questi personaggi.
Purtroppo si verificano, evidentemente, alcuni contrattempi e perciò Saragat non concede a tutti la grazia, la quale viene poi rilasciata per scaglioni, in tempi successivi, fino a Sandro Pertini. Antonio Borsi, che forse aveva commesso davvero gravi reati, è proprio tra gli ultimi ad ottenerla: è il 1978.
Così Antonio Borsi richiede per lettera alla nostra Ambasciata di Praga il suo primo vero passaporto italiano. L'ottiene dopo 3 mesi e nel novembre 1978 si reca in Italia in visita ai suoi genitori ormai defunti, che dal 1946 non aveva mai più rivisto.
Il padre era morto nel 1947 di crepacuore, la madre nel 1969.
Ottenuta la grazia, dal 1978 i suoi viaggi e le vacanze annuali in Italia sono numerosi. Vorrebbe trasferirsi ma la sua vita ormai è qui.
Ottiene dallo Stato una casa, un terreno che coltiva e si integra totalmente da accettare e difendere tutto il sistema cecoslovacco.
In realtà egli andrebbe volentieri in Italia, sa che il tenore di vita cecoslovacco è ben superato ma le circostanze non glielo permettono. Non ultimo il rimorso di aver compiuto atti non puniti nella sua patria.
Solo dal 1978 Antonio Borsi può rivedere l'Italia pur vivendo ancora in Cecoslovacchia con i suoi figli e la moglie che non hanno mai imparato a parlare correttamente in italiano.
Egli è ormai integrato nel tessuto socio economico della Cecoslovacchia e sa che in Italia non vivrebbe serenamente, anche perché i rimorsi per non aver pagato un debito con la giustizia lo assalirebbero con maggiore vigore.
Antonio Borsi è tuttavia reticente. Vi sono molti punti oscuri nel suo racconto che riguardano soprattutto le vicende iniziali legate agli atti commessi in Italia. Ma fa intendere che le cose di cui egli è a conoscenza sono frutto di racconti. Dice spesso "mi è stato riferito". In realtà conosce bene molte vicende ambigue che hanno riguardato "quegli anni di paura e di criminalità".
Conosce bene la storia di quasi tutti i rifugiati politici italiani in terra cecoslovacca ma si trincera in numerosi "non so" e "non ricordo". Eppure il piccolo gruppo ormai rimasto in Cecoslovacchia ha i suoi ritrovi periodici. A Brno, ad esempio, essi si incontrano ogni domenica alle dieci del mattino presso l'Hotel Slovan per parlare in Italiano e sognare ad occhi aperti la terra lontana.
Antonio Borsi parla delle storie partigiane in prima persona per aver vissuto gran parte delle vicende ad esse legate. Tuttavia tende a sottolineare la sua estraneità ripetendo con insistenza: "le storie che conosco, mi sono state raccontate da altri". Nel corso del colloquio nega sempre di essere stato lui stesso un partigiano in fuga dall'Italia, ma che ha preferito i Paesi dell'est perché avendo voglia di studiare e di imparare un mestiere riteneva che certamente vi sarebbe riuscito più che in Italia, un Paese allora stretto ancora nella morsa della crisi del dopoguerra. Ma perché fuggire senza un passaporto?. Le incongruenza e le contraddizioni di Antonio Borsi sono tante.
Antonio Borsi ha ancora paura di parlare liberamente delle sue vicende e si adegua allo stile comportamentale dei cittadini del Paese che lo ospita. Lascia capire, tuttavia, il sospetto che il suo interlocutore potrebbe essere una persona interessata a conoscere la sua storia per poi ritorcerla contro la sua stessa persona. Non crede, infatti, soltanto ad un approccio di carattere sociologico e giornalistico e avverte che se l'incontro fosse stato preceduto da una lettera di raccomandazione del Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano o dall'Associazione Nazionale dei Partigiani d'Italia di Modena egli sarebbe stato certamente più loquace e aperto. Afferma, infatti, che molte altre cose è possibile ancora conoscere nelle vicende dei partigiani italiani in Cecoslovacchia. E' opportuno, però, lasciarsi "precedere da una lettera" che tranquillizzi tutti gli ex transfughi italiani ed egli stesso della natura esclusivamente sociologica di questa inchiesta.
Ma uno studio sulla presenza dei partigiani italiani in Cecoslovacchia è ancora un argomento tabù pure per le nostre autorità diplomatiche.
Anche il Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, trincerandosi dietro la sua veste ufficiale di solo addetto culturale, evita con cortesia qualsiasi domanda riferita al tema trattato.

Rocco Turi
5) Continua


Leggi il lungo testo in Archivio:
www.gazzettadelsud.it

Articolo in 5 colonne con due fotografie:
Mario Scelba e Alcide De Gasperi con la moglie.


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato dodici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004

(Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero).



www.amendolara.eu
gennaio 2013


Home | Presentazione | News | Galleria Fotografica | Monumenti | Feste e Tradizioni | Video | Contatti | Download | Links | Guestbook | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu