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Gazzetta del Sud CRONACHE DAL PARADISO ROSSO, 8

Centro Studi per Amendolara



La Gazzetta del Sud non aveva mai pubblicato un'inchiesta a puntate così lunga.

Titolo dell'inchiesta: Cronache dal "paradiso rosso"
Autore: Rocco Turi

Gazzetta del Sud, Anno XLI, Venerdì 19 giugno 1992, p. 20.
INTERNO


Cronache dal "paradiso rosso" /
La vita del colonnello Giuseppe Pietropaolo, di origine calabrese
Da clandestino, per la libertà della Cecoslovacchia
Di Rocco Turi

8) FINE
Le precedenti puntate sono state pubblicate
il 7-8-11-12-13-14 e 15 giugno 1992.


SEMBRAVA impossibile che un italiano potesse raggiungere gli alti vertici della gerarchia militare in un Paese dell'Est europeo. Eppure un cittadino cecoslovacco di origine italiana, calabrese, Giuseppe Pietropaolo, oltre ad essere stato l'unico occidentale ad aver percorso una brillante carriera all'interno di un esercito del Patto di Varsavia, ha fatto di più: raggiunto il grado di colonnello, ha insegnato come docente di sociologia della politica nella più importante Accademia Militare ed ha affrontato faccia a faccia gli ufficiali sovietici invasori della Cecoslovacchia nel 1968. Schieratosi con Alexander Dubcek, infatti, è stato il militare che a Brno, la più importante città industriale cecoslovacca occupata dai sovietici, ha opposto una strenua resistenza ideologica che si è conclusa con la denuncia di controrivoluzionario, con il suo allontanamento dall'esercito e l'umiliante riduzione a scaricatore in un grande supermercato dello Stato.
Giuseppe Pietropaolo ha però continuato clandestinamente la sua lotta per la democrazia e oggi, all'età di 65 anni, è stato finalmente riabilitato ed ha ricevuto formali scuse dal suo Paese di adozione.
Come mai un militare di origine italiana al di là della cortina di ferro? Perché in un esercito del Patto di Varsavia che in tempi di guerra fredda era anche impegnato ad addestrare i suoi soldati su quale fosse la strategia migliore per invadere il nostro Paese?
Tutto incomincia nel corso della prima guerra mondiale allorché il padre di Giuseppe Pietropaolo, Vincenzo, soldato di stanza a Genova, viene trasferito al fronte. La paura e le precarie condizioni logistiche lo inducono ad attraversare le trincee e si rifugia prima in Ungheria, dopo in Cecoslovacchia. Si rifiuta, poi, di ritornare in patria per evitare sia l'arresto per diserzione, sia l'obbedienza al regime fascista. Richiama dall'Italia la moglie ed i figli; altri nasceranno in Cecoslovacchia.
Così il giovane Giuseppe Pietropaolo compie con notevole successo a Brno tutti gli studi medi, le scuole militari e viene inviato poi sul campo operativo di Praga e di Trencin.

Prima del '68.

Dopo aver ottenuto lusinghieri encomi, Giuseppe Pietropaolo ritorna a Brno e nel 1965 viene promosso al grado di colonnello dell'esercito cecoslovacco. I superiori, però, non sono a conoscenza della sua attività politica clandestina che ormai ha già una vasta e organizzata rete.
Come colonnello dell'esercito, Pietropaolo ottiene la docenza presso la più importante scuola di formazione militare della Cecoslovacchia. E' anche membro del Comitato Accademico del Partito Comunista e del Presidium di questo Comitato: l'appartenenza a tali consessi è obbligatoria. Ma data la sua opposizione ideologica, in seno all'Accademia Pietropaolo svolge in segreto anche una impegnata attività politica.
Agli occhi di tutto il mondo la situazione cecoslovacca esplode nel 1968. "Ma i fermenti politici di opposizione in questo Paese erano già vivi nel 1964-65, dice Giuseppe Pietropaolo, allorché alcuni dei comunisti di Brno avevamo pensato al futuro della Cecoslovacchia elaborando tesi sul motivo per cui il partito non rispondeva più alle esigenze della società. Teorizzavamo che il futuro dovesse inizialmente tendere ad un socialismo democratico".
Racconta Pietropaolo: "Dopo aver studiato su varie ipotesi, pensavamo di seguire la via del Partito Comunista Italiano e le nostre tesi fondavano le radici sul suo programma. Non tutto il Comitato Accademico, però, era favorevole ad una nuova politica del Partito Comunista Cecoslovacco. Solo poche persone avevano lavorato con noi per un nuovo partito nella regione della Moravia ma gli stessi fermenti erano latenti in tutto il Paese".
Nel gennaio 1968 nel Comitato Centrale inizia una viva discussione e Dubcek, come primo segretario del Comitato, è d'accordo sulle nuove prospettive. Ma non è solo Dubcek ad avere le stesse idee, anche se ancora solo in pochi hanno il coraggio di manifestarle.
Così continua Pietropaolo: "Da tutte le organizzazioni locali facemmo una dura pressione nei confronti del Comitato Centrale e ben presto questo finì per accettare le nostre tesi. Anche i rappresentanti dei gruppi regionali divennero sempre più numerosi e si accostarono ad un Comitato Centrale che si rinnovava sempre di più".
Ma tutto questo rinnovamento non era gradito dai sovietici né dai comunisti della Germania Orientale e della Polonia, i quali con Breznev presero posizioni nei confronti del Comitato Centrale del partito cecoslovacco. Breznev giunse appositamente a Praga nel febbraio 1968, dopo che già Dubcek era stato invitato a Mosca.
I sovietici fecero pressione presso il Comitato Centrale osservando che in Cecoslovacchia era in atto una vera e propria controrivoluzione, che questo non era più socialismo e che tutto si muoveva verso il capitalismo.
"In realtà - dice Pietropaolo - noi avevamo fatto dei passi molto lenti verso il rinnovamento, ma tutto ciò non era ugualmente gradito e cercarono di avvertirci".

L'invasione sovietica.

Ecco come l'ex colonnello dell'esercito cecoslovacco Giuseppe Pietropaolo rievoca l'invasione del suo paese:
"La notte del 21 agosto 1968 mi telefonò a casa la segretaria dell'Accademia Militare, signora Jirina Dockalova. Con voce concitata mi disse: "Signor Pietropaolo i russi sono arrivati da noi... sono già qui a Praga". Risposi non è vero, cosa dice? Io dormo e lei mi disturba?".
""No, no..." -insistette. Mentre piangeva al telefono mi invitò ad accendere la radio. Ascoltai cosa stava accadendo"
"Mio fratello era ospite in casa mia a Brno. Avevamo due automobili parcheggiate sotto casa e in breve tempo partimmo per due destinazioni diverse. Lui verso Praga; io mi precipitai subito in Accademia. Era ancora notte fonda"
"Il Comandante dell'Accademia era in vacanza e perciò non era ancora giunto in sede. Non era giunto neanche il secondo Comandante. Io che ero il terzo in ordine gerarchico, arrivai per primo e subito dopo giunse il Comandante in seconda, Generale Dockal. Poi arrivò anche il Primo Comandante, Generale Drnek. Con loro ci riunimmo subito. Cosa fare? Da Praga, dal Ministero della Difesa, nel frattempo, arrivò una telefonata con un ordine superiore perentorio: "non opporre resistenza, non reagire. Stare tranquilli!...""
"Più tardi, di mattina molto presto anche i sovietici giunsero qui a Brno. Volevano entrare in Accademia. La guardia che stava davanti al palazzo non era ancora al corrente di cosa stava accadendo e non voleva concedere alcun accesso. I sovietici, invece, spararono alle pareti per intimorirlo, riuscirono ad entrare, e tagliarono subito i fili del telefono. Il ragazzo di guardia, che non aveva ancora capito nulla, insisteva: "chi siete? avete un'autorizzazione? andate via...". Inutile... Gli spararono nuovamente ma senza colpirlo. Era il 21 agosto, di mattina molto presto: un giorno che cambiò la vita di tutti noi"
"Intanto gli altri ufficiali cecoslovacchi giunsero in Accademia e poi arrivarono anche gli ufficiali superiori sovietici"
"Con questi, chiusi in una camera, discutemmo a lungo domandando loro: perché... perché siete venuti?...".
"Da voi c'è la controrivoluzione, risposero, voi non sapete...".
"Noi non sappiamo niente dei vostri pensieri distorti. Da noi non c'è la controrivoluzione, dissi a questi sovietici. Voi lo sapete meglio di noi? Mostrateci dove sono, chi sono questi controrivoluzionari? Discutevamo con grande rabbia in corpo. E loro: "Da voi c'è la controrivoluzione ... voi siete pazzi, voi non siete informati..."".
"Reagimmo: "no, non è vero!...". Continuarono con tante stupidaggini...".

Dopo il '68.

Ormai sono passati 22 anni. Giuseppe Pietropaolo sembra tranquillo, sereno, non mostra alcun rancore. Continua il suo racconto: "Nel 1969, appena furono scoperti tutti coloro che ostacolarono ideologicamente l'invasione sovietica, anch'io fui licenziato. Per prima fui cacciato bruscamente dal partito. Come tale non potevo lavorare in Accademia e neanche fare il soldato con il grado di colonnello. Non era possibile. Dovevo solo andar via"
"Mi degradarono insieme a molti altri colleghi, professori, docenti, tutta la intellighenzia dell'Accademia di quella bellissima epoca di rinnovamento".
"Ci dissero che non potevamo lavorare in nessun luogo. Il nostro futuro doveva essere solo quello della rieducazione come operaio. Non mi vergognai, ma tanti di noi ebbero anche delle gravi crisi psicologiche di identità. Sembrava assurdo che una persona che aveva studiato e che aveva dato tanto al lavoro intellettuale e al proprio Paese potesse essere cacciato così, con i modi più crudeli e assurdi. Solo la segretaria, la signora Dockalova, che pure lottò all'interno della cellula del Partito Comunista in Accademia rimase al suo posto".
"Fummo destinati al Comitato della città dove una commissione costituita apposta per noi doveva trovarci un lavoro. Incontrai un funzionario che io conoscevo bene. Mi ignorò dicendo: "Tu hai offeso la classe operaia, tu non meriti di appartenere alla classe operaia". Si vendicò con rancore per l'invidia che serbava nei miei confronti perché nel passato avevo avuto un ruolo di prestigio nella società cecoslovacca. Mi indicò con disprezzo un negozio di alimentari dove avrei dovuto lavorare come facchino"
"Lavorai così per un anno intero guadagnando 1.600 corone mensili contro le 5.000 corone al mese percepite come colonnello. Ero diventato molto povero. Niente cultura, niente libri. Il tenore di vita cambiò per tutta la mia famiglia: dovevo solo reagire con il coraggio e la mia volontà"
"Dopo un anno, però, attraverso una inserzione sul giornale cambiai lavoro per fare il ragioniere presso un ente statale per le costruzioni. Feci questo per 16 anni, divenendo capo dell'ufficio ragioneria con un gruppo di 10 ragionieri che lavoravano sotto la mia direzione. Incominciai a guadagnare 1corone al mese senza lo straordinario del sabato e con un aumento graduale fino a 3.100 corone dopo 17 anni di lavoro". "Una lunga e luminosa carriera" dice Pietropaolo con ironia e sarcasmo
Dopo la pensione - ben misera - Pietropaolo trova lavoro come custode presso l'ospedale di Brno. E' infatti possibile in Cecoslovacchia svolgere una seconda attività retribuita oltre a percepire una pensione. Pietropaolo può così migliorare il suo tenore di vita e dedicarsi alle memorie ed alla guida dei giovani verso una democrazia matura.

Rocco Turi
8) FINE
Le precedenti puntate sono
State pubblicate il 7-8-11-12-13-
14 e 15 giugno 1992.


La storia di Giuseppe Pietropaolo sarebbe la trama di un film di successo… (RT2013).

Leggi il lungo testo in Archivio:
www.gazzettadelsud.it

Articolo in 5 colonne con una fotografia di Giuseppe Pietropaolo (al centro) in divisa di colonnello cecoslovacco, in una manifestazione ufficiale.


Per un utile approfondimento leggi il seguente libro, pubblicato dodici anni più tardi:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Collana Gli specchi
Editore Marsilio, Venezia
2004

(Libro esaurito ma consultabile in centinaia di biblioteche in Italia e all'estero).



www.amendolara.eu
gennaio 2013


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