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IL NATALE NELLA TRADIZIONE DI AMENDOLARA

Centro Studi per Amendolara



CALABRIA LETTERARIA
Anno XXXVIII, n. 10-11-12, ottobre novembre dicembre 1990, p.17.
IL TIRACCIO, anno XX, n.8, ottobre-novembre 1994, p.8

Il Natale nella tradizione dell'Alto Jonio calabrese.
Il caso di Amendolara (1900 - 1960).

Di Rocco Turi



Il Natale di Amendolara ha un fascino talmente radicato nella cultura indigena che la tradizione popolare dà origine alla fase di preparazione alla festa sin dai primi giorni del dicembre di ogni anno.
L'otto dicembre, infatti, festa dell'Immacolata Concezione, andando a Messa, gli amendolaresi sfoggiano i primi vestiti nuovi che ogni famiglia - nonostante le ristrettezze economiche - riesce pur con tanti sacrifici ad acquistare presso il sarto del paese.
E' anche il periodo in cui la tradizione dedica maggiore attenzione alla preparazione di dolci e piatti tipici.
E' il caso della cuccìa, la quale viene preparata la sera del 12 dicembre, alla vigilia della ricorrenza di Santa Lucia.
La cuccìa è, in pratica, grano cotto in pentola al fuoco del caminetto che, secondo la tradizione, la Santa benedice nel corso della notte passando di casa in casa e lasciandovi la propria orma.
In realtà il grano bollito, conservato in vasi di terracotta per il giorno successivo, raffreddandosi, forma una piccola depressione. Le mamme, tuttavia, per educarli alla religiosità (religiosità popolare) e non sapendo dare alcuna interpretazione scientifica, spiegano ai propri figli che quell'incavo era voluto da Santa Lucia.
Spesso avviene, però, che la depressione, a causa di una particolare condizione ambientale, non sempre si forma in modo evidente ed i bambini, a volte, restano delusi perché la Santa durante la notte non sarebbe passata dalla loro abitazione: evidentemente nel corso dell'anno erano stati biricchini e disubbidienti. La cuccìa viene poi mangiata allegramente da tutta la famiglia, condita con miele o zucchero, oppure con vino cotto.
Questi sono pure i giorni in cui i maiali, allevati con cura dalle famiglie, vengono uccisi per preparare le provviste utili per tutto l'anno: salsicce, soppressate, prosciutti, ecc..
Sono momenti di piena gioia e armonia familiare in quanto la lavorazione della carne dura anche per alcuni giorni. Per i bambini è una festa molto attesa. Essi, infatti, vengono invitati a collaborare ai lavori nel tenere la coda dell'animale al momento dell'uccisione.
Tutto ciò che proviene dal maiale è utilizzato con garbo, parsimonia e impegno certosino: sangue, grasso, carne, ossa, pelle. Con la pelle fine dell'animale viene infatti realizzato uno strumento musicale utile per allietare le serate del Natale fino alle feste carnascialesche: il cupo-cupo
Il cupo-cupo è uno strumento facile da realizzare: basta una canna liscia legata per una estremità al centro della pelle. Questa viene stesa e poi fissata con una corda sul lato aperto di una misura o di uno stoppello (sono due unità di capacità) o sul lato di un barattolo aperto.
Basta scorrere su e giù la canna, afferrata con la mano bagnata preventivamente con la saliva, tale da provocare un suono cupo caratteristico per accompagnare motivetti da serenata insieme ad altri strumenti musicali in voga: l'organetto ed anche diversi altri oggetti di uso quotidiano trasformati in strumenti musicali dalla fantasia popolare, efficaci tuttavia per creare un suono caratteristico. Fra questi, il più usato è una bottiglia di vetro sulla quale viene fatta ritmicamente scorrere una antica e grossa chiave costruita dai fabbri del luogo.
Quando mancano pochi giorni al Natale ci si preoccupa di preparare dolci fritti molto gustosi. Il miele è il principale condimento: vi sono infatti ad Amendolara molti allevamenti di api ed è quindi facile procurarsi questo prodotto.
Naturalmente il fuoco a legna è l'unica fonte di energia disponibile ed anche l'allestimento del caminetto è un rito simbolico molto significativo.
La disposizione della legna e l'accensione del fuoco spettano al capo famiglia il quale colloca nel caminetto i tronchetti di ulivo e, quando possibile, anche la legna di biancospino, comunemente chiamata spina i tiirr (spina di terra). I rami di questa pianta, infatti, essendo serviti per cingere di spine la testa di Gesù durante la sua agonia, nel bruciare, simbolicamente suggeriscono la distruzione della pianta affinché non provochi altro male agli uomini.
Il capofamiglia dà inizio alla festa mettendo personalmente sul fuoco acceso il tegame,con l'olio di oliva prodotto personalmente o barattato o, in ultima analisi, acquistato presso amici, parenti o compaesani.
E', così, tutto pronto per "friggere" con la pasta preventivamente lavorata dalle donne della casa.
Da questo momento in poi, la tradizione vuole che durante la frittura nessuno possa bere dell'acqua all'interno della cucina per evitare che l'olio si essicchi rapidamente. I crispi e i cannariculi sono i dolci di più antica preparazione.
Il primo crispo preparato viene appeso all'angolo del caminetto e tenuto così per tutto l'anno, fino al successivo Natale con l'augurio che anche allora si possa "friggere" con la stessa allegria.
Le 'ncasatelle, le rosette e la giurgiuleja sono dolci di più recente tradizione ed anche maggiormente elaborati: richiedono infatti un tempo di preparazione più lungo e sono, per le economie del dopoguerra, anche più costose da preparare.
Il Natale è anche occasione di scambio di regali o consolidare gli amori e gli affetti.
Significativo è lo scambio dei regali fra le famiglie dei promessi sposi. Alla vigilia del Natale, infatti, la mamma della sposa prepara un grande cesto con zucchero e caffè (tipico abbinamento negli scambi dei doni fra gli amendolaresi), con i dolci appena preparati, con bottiglie di liquore fatto in casa, con una camicia per il consuocero e un taglio di vestito per la consuocera.
Il cesto così preparato, coperto con un copri tavola di pizzo ricamato a mano, insieme con un tacchino abbellito da un fiocco colorato posto sotto l'ala, vengono inviati al domicilio del destinatario tramite le lavandaie - che costituiscono una delle classi sociali inferiori del paese. Queste, tenendo in mano il tacchino, trasportano il cesto collocandolo opportunamente sulla propria testa e fermandosi di volta in volta quando, passando davanti alle case, le donne del paese chiedono di vedere quali regali fossero stati inviati. Dal contenuto del cesto e dalla qualità dei prodotti si può, così, nell'immaginazione popolare, risalire al vero status sociale ed economico dei cittadini ed al grado di rapporto affettivo fra i consuoceri.
Il cesto viene poi restituito con altri prodotti della gastronomia natalizia, ma - questa volta - è "d'obbligo" ricambiare la camicia ed il vestito ricevuti con adeguati oggetti d'oro esclusivamente da offrire alla promessa sposa quando questa il giorno successivo andrà a far visita ai suoceri per porgere loro gli auguri di Buon Natale.
La preparazione del tavolo natalizio è un'altra incombenza piacevolmente attesa dalle famiglie amendolaresi.
Regnando una latente povertà è importante pensare per tempo all'allestimento del cenone della vigilia e del pranzo di Natale.
Anche una cipolla - avuta giorni e giorni prima - è utile per l'imminenza della festa!, le cipolline selvatiche raccolte durante l'aratura con buoi o asini nel corso dell'autunno, i fichi secchi lavorati a forma di crocette imbottite con mandorle, le mele rosate provenienti dal bosco di Straface, conservate in reti appese al balcone, sono anche questi cibo povero ma raccolto con amore ed entusiasmo pensando al Natale. Ecco perché non è azzardato ipotizzare che nei primi anni di questo secolo si pensava al Natale sin dall'estate precedente, non già dai primi di dicembre.
La vigilia del Natale è giorno di digiuno e astinenza: non si mangia alcun tipo di carne. Si è così pronti a partecipare ad un cenone - ricco di pietanze cucinate, però, nella povera ed essenziale tradizione contadina - unico nel corso di tutto l'arco dell'anno.
Nel corso della serata, poi, molte donne che avevano fatto voto per grazia ricevuta - coperte con uno scialle per rendersi irriconoscibili - vanno in giro per il proprio vicinato, bussando di porta in porta senza farsi riconoscere, per chiedere l'elemosina di un pezzo di pane per il Bambino Gesù: "A limosina allu Santu Bammino".
Il pane ricevuto viene così baciato e riposto nel grembiule appositamente ripiegato. In realtà pochi conservano l'usanza dell'elemosina per lo scioglimento di un voto fatto. Spesso si bussa alla porte dei vicini per la effettiva necessità di ottenere del pane per sfamare la propria famiglia.
Secondo un'antica tradizione il cenone è composto da ben 13 piatti o prodotti tipici amendolaresi ed è necessario mangiarli tutti, almeno assaggiarli. Solo negli anni settanta il numero delle portate viene ridotto a 9.
Infatti, dal punto di vista economico è oggi più agevole organizzare pranzi ricchi e succulenti e ci si accontenta, così, anche di variare solo leggermente i già ricchi banchetti quotidiani.
Il capo famiglia allestisce il caminetto per la notte di Natale con un grosso ceppo di olivo - zippone, preparato per l'occasione già nei giorni precedenti affinché arda e faccia molta brace per tutta la notte - e viene simbolicamente aiutato da tutti i propri congiunti, i quali con una mano devono toccare il legno pronto per bruciare e consumare poi lentamente come rito malevolo nello scacciare le forze del male.
Le donne della casa intanto preparano il tavolo ed espongono così le tredici semplici portate, riunite anche a costo di notevoli sacrifici, che, con poche variazioni sul tema, sono le seguenti: pasta con alici o con baccalà; broccoli in umido; broccoli fritti; cipolline selvatiche fritte in assoluto; cipolline intere prima bollite e poi schiacciate e fritte con mollica, aglio e peperoncino piccante prodotto nel proprio orto; peperoni rossi secchi fritti e preventivamente bagnati in uova con farina; fichi secchi imbottiti con mandorle a forma di croce, chiamate appunto crucette, crocette; pane fatto in casa; dolci di Natale appena preparati; mandorle; noci; mele di Straface; arance.
Fra le due guerre mondiali vengono aggiunti al pranzo i cavolfiori fritti e in insalata, pesce e cozze di Taranto, finocchio, sedano, noccioline. Meno diffusa è l'usanza di allestire la tavola con una grossa cullura, ciambella, ben in vista al centro.
Dopo lo scambio degli auguri si è pronti per mangiare.
La mamma, vicino al padre e intorno al tavolo con tutti i figli si apprestano a consumare allegramente la lunga cena.
Senza sparecchiare la tavola imbandita a festa o pulire per terra, ci si riunisce poi intorno al caminetto raccontando storielle ai bambini e mangiando fave e ceci arrostiti fra la cenere in attesa di partecipare alla Messa della notte di Natale, andandovi a piedi fra vicoli e stradine buie con l'ausilio di una lanterna o anche di un tizzone ardente.
Anche molti fidanzamenti coincidono con le feste natalizie: lo stare insieme la prima volta, per le due famiglie dei promessi sposi è occasione di letizia ma anche momento per accordarsi sulla dote dei propri figli e sui loro programmi futuri attraverso "i patti", da rispettare rigorosamente da ambo le parti, pena lo scioglimento del fidanzamento.
La Messa della notte di Natale è pure occasione dei primi approcci fra fidanzati.
La Chiesa infatti è il luogo in cui la distanza fisica fra i ragazzi e le ragazze da marito diminuisce notevolmente, pur occupando ognuno spazi ben distinti e separati fra gli uomini e le donne. Le ragazze siedono davanti, su sedie portate appositamente dai genitori ed i ragazzi trovano una posizione strategica ai lati della Chiesa o in fondo al tempio per meglio osservare la ragazza desiderata ed essere discretamente osservati quando possibile e, magari, scambiarsi un fugace e simbolico gesto affettuoso. Lo stare insieme fra uomini e donne in Chiesa è del tutto bandito dalle usanze popolari amendolaresi.
In tale scenografia è in uso la melomachia, ovvero il lancio di arance da parte dei giovani alle ragazze amate per segnalare loro la propria presenza.
Naturalmente non sempre il bersaglio viene colpito, anzi spesso è il sacerdote a pagarne le spese ed a reagire violentemente.
Le ragazze, da parte loro, ben protette intorno dalle teste di amici e parenti vicini, cercano di non farsi colpire - almeno apparentemente - per evitare che i presenti alla funzione sappiano del nascente amore e per evitare che da lì a poco tutta la popolazione del paese ne sia al corrente.
La Messa di Natale - essendo la più frequentata - è perciò occasione collettiva di approccio amoroso e la funzione religiosa avviene così in mezzo ad una vera e propria battaglia delle arance, con il sacerdote (che celebra volgendo le spalle ai fedeli, essendo ancora lontano il Concilio Vaticano II che apporta le note modifiche) più volte costretto a richiamare all'ordine ed all'educazione i giovani responsabili.
Da parte loro le ragazze hanno tutto l'interesse di evitare che anche i genitori vengano a conoscenza del loro rapporto ed evitare così richiami verbali ed anche percosse una volta giunte in casa. Infatti l'unico sistema accettato dalla cultura amendolarese per avallare il rapporto amoroso della propria figlia è l'investitura ufficiale del masciataro, dell'ambasciatore dello sposo ovvero di un comune amico delle rispettive famiglie affinché venga proposto il fidanzamento ai genitori della sposa. Se il ragazzo viene accettato come futuro marito della propria figlia, ecco che si arriva al fidanzamento ufficiale vero e proprio.
Il giorno di Natale ci si incontra per il paese scambiandosi gli auguri e poi tutti nuovamente a pranzo davanti ad un bel piatto di maccheroni fatti in casa, ad un bel tacchino - tradizionalmente cucinato in questo giorno - e mangiando ancora tutto ciò che era rimasto dal cenone precedente.
Solo negli anni successivi al secondo dopoguerra si comincia ad allestire un albero di Natale - con caramelle e fiocchi di cotone appesi come unico ed essenziale abbellimento - e poi un presepe, simboleggiato da una semplice grotta con statuine ancora rudimentali.
Il consumismo comincia a prendere un latente sopravvento e a sostituire lentamente dalla memoria le tradizioni ed i riti paesani e contadini con nuovi usi e costumi. I mass media provvedono infatti a livellare la cultura e ad uniformare le abitudini.
Queste raggiungono livelli di sviluppo più accentuati quando i primi emigrati amendolaresi verso il nord della penisola e poi verso la Svizzera e la Germania, avvinti dalla nostalgia, ritornano in paese in occasione delle feste per riabbracciare i familiari e gli amici rimasti, portando con sé un benessere economico che può essere evidenziato attraverso i nuovi consumi voluttuari, attraverso le usanze più moderne, attraverso i panettoni, i pan di spagna e gli altri dolciumi, gli spumanti portati dal nord, i costosi addobbi per l'albero e per il presepe, i regali per i bambini, le prime auto, gli elettrodomestici e le case sempre più accoglienti e comode.


CALABRIA LETTERARIA è la rivista mensile di cultura e arte diretta da Emilio Frangella.
Rocco Turi è fra i collaboratori ufficiali della prestigiosa rivista.



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dicembre 2012




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