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Il Quotidiano Ma sono tutti veri i reperti del Museo di Amendolara (1997)

Centro Studi per Amendolara



Il Quotidiano / Ma sono tutti veri i reperti del Museo di Amendolara? (1997)

AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 6. (1997)


Rocco Turi:
Ma sono tutti veri i reperti del museo di Amendolara?


"Dubbi sull'ossidiana e gli strumenti in selce"

Il Quotidiano, anno 3, n. 272, Società e cultura, mercoledì 5 novembre 1997, p. 9.


A oltre un anno dalla sua apertura si scopre che il Museo di Amendolara sarebbe stato allestito con numerosi falsi archeologici.
Dopo la denuncia di questo giornale con sollecita tempestività fu disposto la rimozione dei "quattro pestelli in pietra", "punteruolo", "testa di mazza ricavata da ciottolo", "ciottoli forati", "due punte di freccia in pietra", "raschiatoio in selce".
Il Museo di Amendolara, tuttavia, non è stato ancora "normalizzato" per fronteggiare una verifica a prova di rigorosa contestazione. Vi sono alcuni aspetti che andrebbero immediatamente riesaminati e discussi.

I. La vetrina, già svuotata per disposizione delle autorità archeologiche, conserva ancora alcuni "strumenti in selce" e "strumenti in ossidiana" inseriti in un contesto di oggetti in terracotta. Tali cosiddetti "strumenti" non sono altro, a mio giudizio, che schegge fantasiosamente interpretate.
Impossibile che le schegge di ossidiana possano essere state trovate nel sito archeologico di Amendolara e possano rappresentare l'antica memoria della gente autoctona. Quelle schegge di origine vulcanica, nere a struttura vetrosa, presentano, al contrario, la lucentezza tipica della roccia fresca di recente spaccatura e le caratteristiche del souvenir acquistato in gita. Una scheggia o, come dir si voglia, uno "strumento in ossidiana" è simile a tanti pezzi posseduti dai collezionisti, ritrovato nell'isola di Lipari, o venduti sulle bancarelle dai ragazzi dell'arcipelago. Non vi sono logiche di approccio culturale che giustifichino, pertanto, la presenza di quelle schegge di ossidiana nel museo statale archeologico di Amendolara.
Lo stesso dicasi per i supposti arnesi in selce, anch'essi esposti in museo come "strumenti" del neolitico, da cui è stato già eliminato il cosiddetto "raschiatoio in selce". Non si comprende perché, unitamente al raschiatoio in selce, non debbano essere rimossi i cosiddetti "strumenti" in selce.
Quelle selci, così fatte, sono inconfondibilmente schegge che la natura ha ben levigato da confondere chi non è esperto conoscitore del territorio e dell'ambiente. Ben altra cosa sono le 14 selci scheggiate del Paleolitico medio, provenienti da Cirella ed esposte nel Museo civico di Cosenza, di cui si ha traccia nella sua Guida. Da esse traspare sì il segno della memoria e, quanto meno, la patina del tempo trascorso, nonché l'indubbio valore scientifico dei reperti.

II. L' "ascia in pietra levigata": vi sono buone ragioni che la sua provenienza sia estranea al contesto archeologico e culturale di Amendolara.
Inoltre, nessuno può dichiarare che un pezzo siffatto non possa essere realizzato - oggi - nel territorio amendolarese. Vi sono nel territorio circostante sassi dalle medesime caratteristiche e colore da cui può ricavarsi molto facilmente l'arnese che qui viene contestato. Chi non ricorda le famose teste di Modigliani "ritrovate" nel fiumiciattolo di Viareggio, realizzate da bontemponi che vollero prendersi gioco di "esperti" storici dell'arte?

III. Non c'è motivo perché debba ancora presentarsi al pubblico una didascalia al di fuori dal contesto culturale del Museo. Andrebbe pertanto escluso dal testo esposto la seguente espressione: "Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico". La permanenza ulteriore di questo testo spurio può confondere le idee del visitatore e - ancora più importante - ridurrebbe il rigore scientifico della esposizione.

IV. Sarebbe quanto meno necessario eliminare dal museo archeologico di Amendolara ogni riferimento alla città di Lagaria. In particolare andrebbe esclusa la seguente citazione: "Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di San Nicola con Lagaria, città fra Sibari-Thurio ed Erakleia secondo il racconto di Strabone".
Mai Strabone indicò l'attuale Amendolara come sito dell'antica Lagaria.
D'altra parte è noto in quali condizioni venivano compiute le descrizioni dei viaggiatori. I ricordi venivano facilmente travisati. Le descrizioni completamente stravolte. Basti osservare le cartine geografiche d'epoca sull'alto jonio per convincersi dei frequenti grossolani errori di trascrizione dei ricordi, dei racconti e delle cose osservate. Accantonato Strabone e le sue inesattezze, nessuno ha mai scoperto elementi rigorosi per una pubblicazione scientifica che dimostri l'ubicazione di Lagaria in territorio di Amendolara. Se la ricerca archeologica si fa con gli scavi e non restando unicamente a tavolino è possibile osservare che neppure un piccolo indizio può giustificare l'ulteriore espressione dubitativa "Lagaria?" apparsa sui pannelli espositivi del museo archeologico statale.

V. Uno studio scientifico rigoroso e documentato sui siti dell'antichità venne eseguito e pubblicato con il contributo del Cnr, Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall' "Unione Accademica Nazionale" e dall' "Istituto di topografia antica" dell'Università di Roma. In esso non esiste la certezza ma il ragionamento logico dello scienziato e del ricercatore che opera sui documenti e su scavi, il quale indica in Nocara o nei pressi del Monte Coppolo il sito dell'antica Lagaria. Nessuno ha mai contestato questa ricca ed esauriente pubblicazione scientifica, forse opportunamente non divulgata in ambienti non scientifici calabresi. (L'opera fa parte della raccolta documentaria del CSA, Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio - nota del gennaio 2016).

Il volume del Cnr - ben circostanziato - non tralascia altre ipotesi, seppure meno verosimili riferite a località a sud di Amendolara, di cui lo scrivente si è già occupato in passato. Basta leggere il libro di Lorenzo Quilici sulla "Magna Grecia", pubblicato dalla De Luca Editore e comprendere quanto sia soltanto utilitaristica e sciovinistica la citazione di Amendolara, la quale si basa su una presunta affermazione (mai fatta) dello Strabone. L'autore di questa ipotesi offerta ad una studiosa francese (si tratta della J. De La Geniere) fu un medico, dilettante archeologo (il dr. Vincenzo Laviola), eccessivamente abbagliato dall'amore per la propria terra.
Un altro appassionato medico-archeologo di Francavilla Marittima individua Lagaria nel paese di sua residenza in una pubblicazione precedente all' "annuncio" fatto per Amendolara. Una considerazione divertente è che sui reperti che i pazienti contadini mostravano ai loro medici appassionati archeologi, per entrare nelle loro simpatie e grazie, si fosse aperto un conflitto campanilistico fra i due per il primato ed il prestigio locale, escludendone il rigore della ricerca scientifica.

VI. Com'è possibile che un Museo archeologico dello Stato possa essere così contestato sin dall'inizio nella sua scientificità e allestimento?
Una dotta precisazione della dr. Elena Lattanzi, Soprintendente archeologico per la Calabria, ha infatti ampiamente chiarito e ben spiegato:

"Abbiamo ricevuto insistenti telefonate da Roma per aprire il Museo"

e poi:

"Ci siamo appoggiati talvolta anche a studiosi locali ed a ditte locali e purtroppo la professionalità non è stata adeguata".

Quale maggiore chiarezza?
Basta visitare il nuovo Museo di Sibari e il suo scientifico allestimento per comprendere che nessuna responsabilità possa essere attribuita ai rappresentanti calabresi dell'archeologia istituzionale. Il Museo di Amendolara non andava aperto perché sarebbe stato ancora necessario compiere una serie di studi e valutazioni.
Non a caso - giustamente - il Museo di Amendolara non fu inserito ufficialmente negli itinerari calabresi nell'ambito delle manifestazioni culturali dello scorso anno, in occasione della Mostra "I Greci in Occidente" svoltasi a Venezia nei rinnovati saloni di Palazzo Grassi, aperti su Canal Grande. Sarebbe stato più logico attendere ancora un pò, non avere fretta, non "spingere" ed "insistere", affinché fosse possibile installare lentamente un Museo a prova di rigore scientifico. Sarebbe stato possibile, inoltre, raccogliere i frutti del lavoro svolto con un lancio più efficace del Museo e di Amendolara attraverso l'intervento dei mass media nazionali.

Rocco Turi


NOTA

A seguito di questo intervento su "Il Quotidiano", la Soprintendente Lattanzi risponde con un suo articolo sullo stesso giornale. Se fosse stato possibile il contatto diretto, oltre alla telefonata, come suggerito dalla stessa Soprintendente, la "Questione Archeologica" di Amendolara, sollevata ormai oltre un anno prima dal "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", sarebbe stata risolta senza ulteriori polemiche. Il mancato contatto è stato spiegato per gli impegni che in quel periodo la dottoressa Lattanzi aveva in giro per l'intera regione calabrese.

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febbraio 2016


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