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Il Quotidiano Via quei sassi dal Museo Archeologico! (1997)

Centro Studi per Amendolara



Il Quotidiano / Rocco Turi, Via quei sassi dal Museo Archeologico! (1997)

AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 3. (1997)



Rocco Turi:
Quei sassi di Amendolara.


Il Quotidiano, anno 3, n. 155, Società e cultura, mercoledì 28 luglio 1997, p. 7, in:
Rubrica "L'intervento".


Non avendo ottenuto risposta neppure dalla Soprintendente Lattanzi, un nuovo articolo fu pubblicato nel giornale "il Quotidiano della Calabria"


LA CALABRIA si è arricchita di un nuovo Museo statale archeologico: quello di Amendolara. Si tratta di un piccolo luogo espositivo e, seppure non particolarmente ricco, può servire per accrescere quella sensibilità per la cultura della memoria, ormai sempre più tenue e confusa nella civiltà dell'immagine. Appare, a una prima valutazione, che il Museo continui ad essere un elemento "estraneo" alla cultura autoctona.
C'è da augurarsi, tuttavia, che questa tendenza possa modificarsi e che il Museo entri a far parte di un continuum culturale fra storia locale e sviluppo. La visita del Museo archeologico di Amendolara - tuttavia - non soddisfa perlomeno in due particolari aspetti.
Nel Museo, infatti, sono esposti con immediata evidenza alcuni sassi, identificati come manufatti dell'uomo, i quali dimostrerebbero la presenza ad Amendolara di un insediamento di epoca neolitica. Al contrario, quei sassi - esposti con le seguenti didascalie: "quattro pestelli in pietra", "punteruolo?", "testa di mazza ricavata da ciottolo", "ciottoli forati", "due punte di freccia in pietra", "strumenti in selce", "strumenti in ossidiana", "raschiatoio in selce" - costituiscono il prodotto di una reazione naturale e spontanea.
In particolare per il "raschiatoio" e il "punteruolo?", si tratta di schegge che abbondano in quantità sul territorio; i "pestelli" e le "frecce in pietra" costituiscono uno scherzo della natura, essendo diffusi ovunque nel territorio amendolarese una moltitudine di pietre che simboleggiano le forme più disparate; i "ciottoli forati" e la "testa di mazza" rappresentano il risultato di una reazione naturale, avvenuta nel mare o sulla spiaggia. Inoltre, i vari "strumenti" in selce o in ossidiana presentati in mostra non sono che semplici schegge interpretate fantasiosamente, di cui può trovarsi traccia anche presso i negozi che trattano questa materia, sia in Italia che all'estero.
Soltanto il manufatto indicato come "ascia in pietra levigata" sembrerebbe a prima vista un'opera dell'uomo, ma sarebbe azzardato individuarla come "ascia" e come "oggetto di epoca neolitica". E' facile trovare nel territorio amendolarese dei sassi di quel tipo e quel colore ed è facile modellare quella forma. A una osservazione di assieme potrebbe trattarsi di un falso. Consigliabile una analisi più approfondita. Allo stesso modo, il cosiddetto "raschiatoio bitagliente da Agliastroso (XIII-XI sec. A. C.)", in metallo, sembrerebbe un rischioso azzardo senza una analisi scientifica adeguata e del tutto opportuna. Basta una superficiale visita in contrada Agliastroso e nei suoi pressi per comprendere che, a causa della presenza di una copiosa quantità di fossili, alcuni milioni di anni or sono quel sito era occupato dal mare.
Per dimostrare che i "manufatti" forati e non forati, esposti nel Museo rappresentano, al contrario, alcuni volgari sassi modellati dalla natura, attraverso un procedimento ancora non chiaro (nel frattempo, le fasi attraverso le quali i sassi vengono forati dalla natura sono state del tutto chiarite e pubblicate negli anni scorsi in un sito online - nota del gennaio 2016), basta passeggiare lungo alcuni tratti della spiaggia di Amendolara o in qualsiasi area da cui risultino presenze di fossili. I cosiddetti "oggetti di epoca neolitica", esposti in Museo, solo apparentemente modellati dall'uomo, ritrovati ad Amendolara, in realtà, sono da attribuire al caso o a particolari procedimenti fisico chimici ambientali. Quei sassi collocati in mostra, con particolare evidenza, per spiegarne la presenza di un insediamento di epoca neolitica ad Amendolara andrebbero, pertanto, immediatamente rimossi dal Museo. Andrebbe anche cancellato dal testo esposto la seguente frase: "Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico", scritta anche in lingua inglese. Diversamente si correrebbe ancora una volta il rischio di ridimensionare la scientificità della ricerca archeologica.
Del resto il dottor Vincenzo Laviola, autore indiretto del ritrovamento, ha sempre dichiarato di essere un dilettante dell'archeologia e la sua ipotesi di insediamento neolitico può essere spiegata con l'eccessivo - e ben noto - attaccamento alla sua terra. Una seconda ipotesi verbale del dottor Laviola, per il quale il territorio di Amendolara sarebbe da identificare con l'antica Lagaria, non trova riscontri obiettivi. Vero è che la frase indicante Lagaria, scritta su uno dei pannelli esplicativi del museo, fu completata con un eloquente punto di domanda (?). Non a caso, negli ultimi tempi anche gli abitanti di Amendolara hanno nutrito fondati dubbi.
Sarebbe opportuno e scientificamente corretto eliminare dai pannelli espositivi del Museo di Amendolara qualsiasi riferimento alla città di Lagaria. In particolare andrebbe del tutto cancellata l'espressione: "Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di San Nicola con Lagaria, città fra Sibari-Thurio ed Erakleia secondo il racconto di Strabone".
Come è ben noto, attraverso pubblicazioni scientifiche particolarmente accreditate (Consiglio Nazionale delle Ricerche, ecc.), fior di studiosi ipotizzano altrove il sito di quella antica città. Nessuno ha mai scoperto elementi rigorosi per una pubblicazione scientifica che dimostri l'ubicazione di Lagaria in territorio di Amendolara.
Neppure un piccolo e serio indizio può giustificare l'ipotesi dell'espressione "Lagaria?", apparsa sui pannelli espositivi del Museo. L'affermazione di Strabone è talmente vaga per la quale solo una interpretazione utilitaristica favorisce il sito amendolarese. Del resto è ben nota l'inattendibilità di tanti autori antichi e di tante cartine d'epoca.
Sarebbe dunque utile, secondo me, che la sovrintendenza archeologica per la Calabria intervenga per correggere l'allestimento del Museo di Amendolara.

Rocco Turi

www.amendolara.eu
febbraio 2016


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