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Il Tiraccio Falsi archeologici nel Museo Statale di Amendolara. (1998)

Centro Studi per Amendolara



Il Tiraccio / Falsi archeologici nel Museo Statale di Amendolara. (1998)

AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 16. (1998)


Rocco Turi
Falsi archeologici nel Museo Statale di Amendolara


IL TIRACCIO, anno XXIV, n.3, aprile-giugno 1998, p.12.

Non avendo ottenuto risposta, con questo articolo fu ripresa la notizia dei falsi reperti del museo di Amendolara il quale, sebbene già modificato in alcuni settori per merito della denuncia del "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", dovrebbe ancora essere modificato in altre parti. Soprattutto, per essere valorizzato sarebbe necessario che le monete prelevate dal museo senza che l'Amministrazione comunale reagisse,
fossero riportate a casa.



Infortunio senza precedenti in un museo archeologico. Ad oltre un anno dalla sua apertura si scopre che il museo di Amendolara fu inavvertitamente allestito con numerosi falsi archeologici. Inaugurato con fretta, il museo venne ben presto contestato a seguito della scoperta, compiuta dal CSA - Centro Studi per Amendolara e l'Alto Jonio, di eloquenti falsi archeologici dovuti ad inesattezze e superficialità nella sua esposizione. Il Centro Studi per Amendolara ha anche provveduto di escludere dalla eventuale polemica la professionalità dell'archeologia istituzionale e di coloro che hanno lavorato per il museo con impegno, sempre ben aperti e disponibili a possibili critiche. La denuncia, infatti, non passò inosservata.
La soprintendenza archeologica per la Calabria, ha riconosciuto la "svista" e dal museo, infatti, furono rimossi la maggior parte dei falsi reperti esposti. Quanto basta per essere soddisfatti della validità e utilità della osservazione scientifica effettuata dal Centro Studi per Amendolara.
E' stato ancora sottolineato che la nuova struttura statale, inaugurata solo di recente, sia ancora "da perfezionare".
Le difese extra-istituzionali, pertanto, debbono essere interpretate come fulgido soccorso d'ufficio. Infatti, nel passato furono numerose le pressioni esterne, affinché si accelerassero i tempi per giungere ben presto all'apertura del museo.
Quale maggiore chiarezza? L'arcano può ora essere svelato.
Due sarebbero stati gli errori commessi, che la Comunità culturale non può ignorare.
Primo: la fretta di coloro che hanno desiderato ardentemente che proprio nel 1996 fosse inaugurato il museo archeologico, atteso da tanti anni ad Amendolara, per farsene un vanto e ricevere meriti impropri, nonché richiedere l'intervento dei mass media e apparire con orgoglio sulla stampa in prima fila.
Secondo: la superficialità di chi si occupa di archeologia locale e paesana e, magari, ne fa un proprio strumento di potere. Chiaro ed evidente da chi partirono le segnalazioni e da chi richieste le "insistenti telefonate" per inaugurare a tamburo battente il museo statale di Amendolara e farsene un vanto.
L'archeologia istituzionale calabrese, tuttavia, non avrebbe desiderato inaugurare un museo che andava ancora meglio studiato.
Che senso avrebbe - del resto - aprire un museo archeologico nazionale se poi ci si debba trincerare dietro un laconico "errare humanum est"?
Persone interessate ad iniziative individuali e utilitaristiche, ma non competenti sul piano della professione archeologica, hanno cercato di incanalare su binari convenienti ogni fase che portasse in breve tempo all'inaugurazione del museo. Museo - così fatto - assolutamente non garantito dai responsabili e non utile ai cittadini e visitatori. Il Centro Studi per Amendolara avrebbe - forse - dovuto ignorare la "svista"? A vantaggio di chi, di cosa? Forse qualcuno pretende di preservare nell'ignoranza il paese per pescare più facilmente i pesci del suo mare?
Le autorità archeologiche purtroppo non conoscono a sufficienza, perché non vivono ad Amendolara, né le persone libere che si impegnano a favore del paese senza lucrare vantaggi (economici o politici o libri-acquisto) né coloro che svolgono costante opera di deleterio populismo e disinformazione.
Pertanto, se hanno cambiato idea dopo il noto colloquio telefonico intercorso è unicamente un loro problema. Chi scrive sarebbe stato, comunque, a disposizione. E comunque resta a disposizione per valorizzare un possibile aspetto archeologico e culturale che purtroppo - ad eccezione del Centro Studi per Amendolara - nel paese nessuno conosce, ma dovrebbe.
Ciò nondimeno, le difese extra-istituzionali risultano poco convincenti allorquando le affermazioni di disaccordo fatte sulle obiezioni del CSA non sono supportate da chiare prove.
Gli studiosi di archeologica ben sanno che l'ossidiana non è un prodotto autoctono e che le schegge della roccia vulcanica esposte nel museo sono schiettamente materiali apocrifi. I commerci (antichi) con le isole Eolie - seppure se ne voglia discutere - sono ben altra cosa.
Gli "strumenti" (cosiddetti) in ossidiana esposti nel museo non sono altro che schegge fantasiosamente interpretate, di cui può aversi traccia in negozi specializzati ed in luoghi di vacanza. Basta fare, ad esempio, un viaggio nelle isole Eolie. I ragazzi li offrono volentieri per poche lire ai turisti in transito, in cerca di suggestivi ricordi da portare a casa. Una scheggia o, come dir si voglia, uno "strumento in ossidiana" ritrovato in terra avrebbe quanto meno presentato una patina di "corrosione" e quel velo di opacità tipica del pezzo antico, da cui traspare la storia del luogo e la memoria del tempo.
Quegli "strumenti in ossidiana" esposti ad Amendolara sono simili (ugualmente lucenti ed ugualmente "volgari") a tanti pezzi posseduti dai collezionisti, ritrovati nell'isola di Lipari, o venduti sulla bancarelle dai ragazzi dell'arcipelago. Se non da Lipari, la provenienza dell'ossidiana, esposta con enfasi nel museo archeologico di Amendolara, potrebbe essere da negozi specializzati e non certo da un sito archeologico, da cui gli oggetti assumono quella patina inconfondibile del tempo trascorso. Patina che sull'ossidiana contestata di Amendolara, "vedono" forse coloro che non sono avvezzi alla materia o non hanno familiarità con il materiale.
L'"ascia in pietra levigata", altro pezzo contestato, rimasto esposto in vetrina, può ritenersi autentico solo apparentemente. Nessuno ha la certezza che questo pezzo unico sia stato ritrovato nel luogo dichiarato. Vi sono buone ragioni perché la sua provenienza sia estranea al contesto archeologico e culturale di Amendolara e che, addirittura, l'oggetto non sia autentico. Quanto alla non autenticità dell'ascia in pietra, per di più "levigata", pertanto, non basta ritenerla non plausibile senza alcuna spiegazione.
Chi conosce il territorio antropologico, la storia locale depurata dalla faziosità e dall'arroganza e conosce i rapporti sociali stratificati nel tempo, ha elementi sufficienti per confermare che la ritenuta ascia del neolitico sia estranea al contesto archeologico e culturale di Amendolara. Ma vi sono altre ragioni probanti.
Tuttavia, se il dibattito non viene alimentato con analisi e riflessioni adeguate, le motivazioni addotte fino ad ora dal Centro Studi per Amendolara e l'Alto Jonio sono ben sufficienti a reggere opportunamente la discussione.
Su Lagaria… beh, non vi sono dubbi! Non basta non essere d'accordo e neppure motivare il disaccordo confermando il "prestigio" di chi - forse dietro la spinta di eruditi locali - avrebbe individuato nel territorio di Amendolara l'antica Lagaria. Sarebbe stato necessario quanto meno dare una spiegazione più complessa per chiudere la controversia o stimolare l'ulteriore chiarimento altrui. D'altra parte, alcuni recenti articoli che riguardano Amendolara, apparsi sulla stampa, non esibiscono più il sito di Lagaria come fiore all'occhiello del paesino. Buon segno e buon senso.
Le autorità archeologiche - inconsciamente, forse - hanno voluto cogliere nella polemica anche un improbabile e paradossale aspetto campanilistico, che gli intellettuali - di norma - evitano accuratamente. Ebbene, il campanilista è esattamente colui che è pervaso da un attaccamento eccessivo al paese o alla città d'origine, che induce alla faziosità. Fazioso è colui che si comporta con scoperta parzialità venendo così meno ai propri doveri di equità e di obiettività. Nella denuncia dei falsi archeologici, fatta dal Centro Studi per Amendolara e dell'Alto Jonio, veniva proprio spiegato ampiamente tutto ciò. Da cui le innegabili "sviste" apparse nel museo di Amendolara.
Nessuna "polemica campanilistica", quindi. Piuttosto: un comportamento sciovinistico che conduce inevitabilmente alla faziosità e quindi al cosiddetto "scambio di lucciole per lanterne", ovvero di comuni sassi per opere dell'uomo neolitico.
Chi viaggia per lavoro in giro per il mondo e studia e apprende e si arricchisce culturalmente, ma è legato alle proprie radici, al contrario, impara ad essere un uomo libero - un uomo libero - e auspica alquanto eliminare la crosta del campanile e dello sciovinismo e desidera che le cose fatte nel proprio paese vengano ben fatte. Certo, in questo modo viene messo in crisi anche il sistema archeologico istituzionale e il conformismo dilagante di quei consigli comunali che nulla fanno di concreto se non compilare false liste di proscrizione ed arbitrari elenchi di buoni e cattivi cittadini, piuttosto che pensare ai problemi seri della comunità.
La verità è che altre note strettamente legate all'archeologia sono possibili per Amendolara. Esse tuttavia escludono la scienza ufficiale. Ma queste vengono rimandate, eventualmente, ad altra sede e ad altro tempo. Con la speranza che gli studiosi e le scolaresche e i visitatori locali, cui si fa cenno, vengano educati anche alla osservazione critica e non alla passiva accettazione di dubbiose proposte. Sarebbe utile, al contrario, una adeguata e non procrastinabile "revisionem" delle collaborazioni archeologiche le quali, incuranti delle critiche esposte, continuano con pervicacia a presumere l'originalità neolitica dei pezzi già esclusi dalle vetrine e continuano - ancora oggi - ad affermare assurdità sulla storia archeologica di Amendolara.
La critica - come è ben noto a quasi tutti e ben sanno gli archeologi - non è una cattiva parola né una insana pratica: è esame, giudizio, valutazione interdisciplinare.
L'interdisciplinarità - infatti - è pratica conosciuta anche nel campo archeologico allorquando - ad esempio - viene analizzato il caso del museo di Sibari. In questo sito, in particolare, sono state compiute anche delle analisi sociologiche. Si presume, pertanto, che a Sibari siano state pure utilizzate opportune e necessarie competenze sociologiche. E' da augurarsi che sia stato così.
Interdisciplinarità, allora, come necessario esercizio per ampliare l'approccio alla Conoscenza, per crescere culturalmente e maturare - se possibile - ad ogni tempo ed età.
E' appena il caso di ricordare a tutti l'espressione di un grande antropologo francese, Pierre Clastres: "lo sviluppo della scienza sta nell'errore, nella critica". La critica stimola l'impegno ad approfondire lo studio in qualsiasi campo della Conoscenza. Senza la critica, la Conoscenza acquisita si arresta e si rischia di proporre cognizioni non verificate scientificamente, oppure del tutto errate. Su questo tema si potrebbero affrontare ancora altri discorsi legati al progresso nella ricerca e ai lavori interdisciplinari recentemente prodotti dal Club di Budapest e dai suoi scienziati e Premi Nobel.
Solo questa semplice opera di critica costruttiva è stata compiuta ad Amedolara!
L'esclusione dei falsi archeologici - ed eventualmente altri rilievi compiuti dal Centro Studi CSA, ma non ancora resi noti - trasformerà il museo di Amendolara, al contrario, in opera ben gradevole e pronta per il pubblico competente. Con soddisfazione del CSA per l'opera compiuta e per i suoi ospiti invitati ad Amendolara.
E' noto che, senza questo ragionamento, gli archeologi avrebbero potuto dedicare il loro prezioso tempo a ben altro.
Senza questo, tuttavia, il museo di Amendolara sarebbe rimasto un'opera incompiuta ed invece è un'opera "da perfezionare". La soprintendenza lo ha chiaramente confermato. Non poteva non prenderne atto. Merita un ringraziamento.
Allora, non se la prendano più di tanto né gli archeologi, né gli amministratori comunali - tirati in ballo direttamente dalla soprintendenza - intervenuti, come hanno dichiarato, senza possedere alcuna competenza specifica. E' meglio effettuare un serio dibattito, piuttosto che parlare a vanvera, a più voci e senza tentativi di boicottaggio e speculazioni nei confronti di chi scrive, il quale - se interviene - è in grado di difendere tesi e conclusioni ad ogni livello qualitativo di dibattito.
Fermo restante che gli indubbi falsi archeologico ancora presenti nel museo e già comunicati vengano presto rimossi. L'intervento risolutivo della soprintendenza si rende necessario perché nell'esposizione di Amendolara sono urgenti, ancora, ulteriori correzioni nel suo allestimento. "Errare humanum est".
Il Centro Studi per Amendolara utilizzerà poi tutta la propria competenza scientifica interdisciplinare per lanciare in grande stile il museo e recuperare il tempo, finora perduto il polemiche deleterie. Sarebbe un peccato che il museo fosse ulteriormente declassato a causa dell'imperdonabile disimpegno.
Caso unico in Italia.

Nota
Sul rapporto fra errore, critica e conoscenza, l'autore ha dedicato le sue lezioni al corso di "Metodi di ricerca nelle scienze sociali", Università degli Studi di Cassino.

www.amendolara.eu
febbraio 2016


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