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Intervista al Presidente Giulio Andreotti (1996)

Centro Studi per Amendolara



1996
Intervista al Presidente Giulio Andreotti
Di Rocco Turi

Il contenuto dell'intervista a Giulio Andreotti - nella sua cadenza linguistica originale - è riportato, fra l'altro, a p. 152 e alla nota n. 8 di p. 172, nel volume:

Rocco Turi
GLADIO ROSSA
UNA CATENA DI COMPLOTTI E DELITTI DAL DOPOGUERRA AL CASO MORO
MARSILIO EDITORE, VENEZIA, 2004.

Il libro risulta esaurito e fuori commercio
ma può essere consultato in centinaia di archivi e biblioteche
pubbliche e private italiane e straniere.
L'intervista integrale all'onorevole Andreotti verrà riproposta in questo sito.

L'intervista all'On. Giulio Andreotti fu realizzata la mattina del 12 febbraio 1996 nel salotto
del suo studio privato, al Palazzo Giustiniani di Roma.

Palazzo Giustiniani fa parte del complesso del Senato della Repubblica. Nel Palazzo hanno sede, oltre all'appartamento di rappresentanza del Presidente del Senato, gli uffici dei senatori di diritto e a vita e degli ex Presidenti del Senato.

L'incontro durò circa due ore e fu cordialissimo. Oggetto del colloquio per il quale avevo richiesto l'incontro era il "caso Moro". La lunga conversazione sull'argomento pre definito si allargò alla Seconda guerra mondiale e all'attività dei soldati italiani dell'Armir - Armata Italiana in Russia, che ufficialmente non risultano morti né risultano dispersi. Infatti, rivelai all'Onorevole Andreotti i risultati della mia lunga ricerca che nessuno studioso aveva mai compiuto in passato. Fra i soldati dell'Armir centinaia di giovani preferirono rimanere in Russia e non diedero più alcuna notizia di sé. Mostrai ad Andreotti uno dei miei saggi pubblicati, che l'onorevole mi chiese di poterlo trattenere. Si tratta di: Quei soldati italiani che preferirono restare in URSS. I soldati dell'Armir non dichiarati morti e non dichiarati dispersi, in "Studi Sociali", Mensile di problemi sociali e politici, Edizioni Dehoniane, n.10, 1993, pp.67-72. L'articolo verrà ripubblicato in questo sito.

La mia scoperta sui soldati dell'Armir fu ripresa dai telegiornali e dalle trasmissioni della Rai, nonché da libri e giornali italiani, di cui - per ora - qui si dà conto solo del "Corriere della Sera" e del volume di Pino Scaccia, giornalista inviato del Tg1.

La completa documentazione sulla guerra, della quale mi occupai negli anni settanta, ottanta e novanta, verrà riproposta interamente in questo sito dedicato all'Archivio CSA.

Il problema dei soldati, relativo a tutte le guerre, considerati ufficialmente dispersi, è rappresentato in una maniera etica, politicamente corretta, di indicare coloro di cui mai si trovò il corpo. In realtà tutto ciò è possibile solo in qualche caso. Nell'ampia realtà, un gran numero di soldati italiani, compresi quelli della Prima guerra mondiale, si consegnò al nemico e, anche a guerra finita, allettato dalle proposte, scelse di rimanervi.
Dall'Impero austro-ungarico in poi essi trascorsero liberi - e forse in condizioni più soddisfacenti - gli anni della loro vita. In questo ambito esiste una lunga bibliografia accademica. Ecco perché i freddi dati degli archivi ministeriali non sono in grado di offrire una conoscenza definitiva; non sono in grado di offrire un'analisi a posteriori dei fatti.
E' necessario che gli archivi vengano studiati attraverso un utile bagaglio intellettuale e accademico.
Nei primi anni novanta ebbi la possibilità di seguire queste tracce attraverso lo studio dei dati custoditi gelosamente negli archivi diplomatici, ma anche attraverso la conoscenza diretta di coloro che avevano fatto la scelta di disertare (sia per la Prima che per la Seconda guerra mondiale) e quindi di non comunicare ai familiari, anche per paura di conseguenze, la loro esistenza in vita. E' il caso, a esempio, fra i tanti, di coloro (Prima guerra mondiale) che incontrai in Cecoslovacchia negli anni ottanta, alcuni dei quali furono utilizzati contro il nostro Paese. I documenti dimostrano inequivocabilmente l'esistenza in vita di soldati della Prima Guerra mondiale in molti Paesi dell'est e medio est europeo.
Alla fine di una guerra i conti non tornano mai e alle varie lapidi commemorative realizzate sull'onda dell'emotività del primo momento si potrebbero aggiungere tanti altri nomi di "dispersi". Infatti, nessuno può conoscere quanti furono realmente i dispersi e quanti, pur dichiarati dispersi, rimasero in vita in territorio "nemico". Paradossalmente, alcuni furono dichiarati dispersi con documenti apparentemente ineccepibili ma controversi e invece erano già ritornati nei loro paesi di origine; altri soldati, specialmente della Prima guerra mondiale, si consegnarono al nemico e nulla fu spiegato.
Per tale ragione tutti i monumenti ai caduti di ogni guerra presentano elenchi incompleti e sempre possibili di aggiornamenti. Ma ogni fatto della storia va analizzato e contestualizzato oltre i freddi documenti ufficiali dell'epoca, solo di origine militare. Attraverso l'incrocio dei documenti fu possibile scoprire il fenomeno relativo ai "non tornati" e "non dispersi" (anche se dichiarati "dispersi") che la storiografia ufficiale e lo Stato hanno ignorato per tutte le Guerre.
Al contrario, lo Stato italiano considerò ogni soldato "disperso" come "morto in guerra" allo scopo di concedere un vitalizio ai familiari. Solo nei casi in cui, dopo le guerre e a seguito di Commissioni di indagini governative, giungevano notizie di soldati incontrati fuori dal territorio italiano, lo Stato non concesse il vitalizio ai loro familiari.
Anche ad Amendolara ci furono uno o due casi analoghi. Gli anziani amendolaresi, compreso mia madre, raccontano che due figli del signor Italiano morirono in guerra e che il padre dei due giovani spiegava di aver rifiutato il previsto vitalizio dello Stato; egli raccontava che il dolore per la morte dei suoi due figli non poteva essere alleviato dal denaro derivante dalla pensione. Questo caso, nei racconti popolari fu sempre portato a esempio in Amendolara come effetto dell'amore verso i figli.
La verità era che il vitalizio non fu mai assegnato al signor Italiano perché vi erano sospetti che i figli fossero rimasti consapevolmente fuori dal nostro Paese e considerati come disertori.


www.amendolara.eu
aprile 2013


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