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La Croce del Beato Angelo ad Amendolara

Centro Studi per Amendolara



IL BEATO ANGELO, anno LXVII, n. 5, maggio 1991, p. 6.
CALABRIA LETTERARIA, anno XXXIX, n. 7-8-9, luglio agosto settembre 1991, p. 16.
La Croce del Beato Angelo ad Amendolara.
Di Rocco Turi


Un'antica croce di legno che da alcuni secoli era stata custodita e particolarmente venerata nella chiesa parrocchiale di Amendolara, dedicata a S. Margherita, nel 1934 fu trasferita nella vicina cappelletta di Sant'Antonio Abate, dopo che questa fu ricostruita per volontà popolare. Su iniziativa del vecchio parroco Don Giovanni Graziano, il trasferimento della Croce fu fatto a causa di una duplice esigenza: da un lato la necessità di dover sgomberare momentaneamente la chiesa principale per essere restaurata; dall'altro l'esigenza di dover arredare la nuova chiesetta, appena restaurata, con oggetti sacri di esclusiva venerazione popolare. Si dice che la Croce trasferita nella nuova cappella di Sant'Antonio fosse stata portata in Amendolara dal Beato Angelo di Acri e lasciata qui dopo il suo viaggio di predicazione, di cui - però - non si ha traccia nei documenti ufficiali e nelle numerose pubblicazioni realizzate fino ad ora.
Frate Angelo Falcone, il religioso nato nel 1669 e ascritto nell'albo dei Beati nel 1825 dal Pontefice Leone XII, dopo 86 anni dalla sua morte, svolse le sue predicazioni per 37 anni, fra il 1702 ed il 1739.
Egli si allontanava da Acri in novembre e vi ritornava in giugno, dopo aver percorso numerosi paesi della Calabria. Svolgeva opera di predicazione in tutti i luoghi grandi e piccoli della provincia di Cosenza e di quelle vicine di Catanzaro e Reggio Calabria. Si spinse anche nelle contigue Diocesi della Lucania e giunse fino a Napoli e Montecassino.
Il Beato Angelo girava a piedi in assoluta povertà: portava con sè la sola Bibbia, una tazza di creta e pochi indumenti. Per le sue fatiche non accettava compenso e rifiutava gli inviti rivoltigli dai signori dei paesi che visitava. Preferiva alloggiare in case religiose o presso l'abitazione del parroco.
In mezzo a un forte entusiasmo il Frate passava di paese in paese, sempre acclamato, desiderato e atteso. Ma veniva anche deriso e preso in giro.
Una volta la folla lo accerchiò tagliuzzandogli buona parte della tonaca: alcuni per procurargli un dispetto, altri per farne delle venerate reliquie. I modi rozzi di presentarsi e il dialetto del suo luogo di origine usato nelle predicazioni, a volte inducevano i fedeli a delle opinioni non molto lusinghieri sulla sua persona. Anche a causa della sua origine povera, nel corso dei suoi viaggi veniva più volte maltrattato, deriso, scacciato e chiamato "ignorante e povero zoticone" o "figlio di capraro". Questa fama dovette certamente precederlo anche ad Amendolara dove vi sarebbe giunto per le predicazioni nel corso del suo viaggio nel nord della Calabria, nel territorio che fu di pertinenza della Diocesi di Tursi.
Anche ad Amendolara sarebbe stato preso in giro. Secondo il racconto popolare sembra che Frate Angelo Falcone ritornasse da Roseto con sulle spalle una gran Croce di legno, appunto quella ancora conservata nella cappelletta di Sant'Antonio Abate.
Doveva probabilmente correre l'anno 1707 oppure il 1709, ovvero gli anni delle Missioni compiute a Tursi, nella Basilicata. Il suo viaggio in questa lontana Diocesi, che comprendeva anche Amendolara, fu definito trionfale dai più importanti personaggi del luogo. Si parlò anche di miracoli: moltiplicazione del vino, dell'olio e guarigione da mali incurabili. E' il caso di Marc'Antonio Sidereo, prevòsto della Cattedrale di Tursi, il quale, affetto da tumore sotto l'ascella sinistra, fu guarito dall'intercessione di Padre Angelo: "...dopo due mesi di cura di medici chirurghi non possetti guarire. Il detto P. Angelo mi ci fece applicare tre o quattro volte acquavite e restai libero immediatamente dal mio male".
Al suo ritorno dal viaggio a Tursi, la popolazione di Amendolara - non sempre benevola di fronte alle rappresentazioni sacre - vedendo passare "questo rozzo frate" con la Croce sulle spalle se ne sarebbe fatta una gran beffa. In particolare, un gruppo di giovani lo avrebbero preso in giro e fischiato tra la generale ilarità. Egli li avrebbe richiamati con molta umiltà, senza inveire e senza ritenersi superiore e avrebbe concluso il dialogo pronunciando una espressione che colpì profondamente i ragazzi: "Allora finirà il mondo quando finirà questa Croce".
Le sue predicazioni umili ma infervoranti e piene di amore venivano seguite dovunque con particolare attenzione. Anche ad Amendolara - nonostante l'episodio iniziale non tanto piacevole che si sarebbe verificato con i giovani - il Beato Angelo avrebbe raccolto grandi consensi. La sua presenza avrebbe costituito un crescendo di attenzione da parte dei cittadini.
E' possibile che tutto ciò sia vero perché i racconti orali, che fra gli anziani di Amendolara sono sempre vivi, coincidono con l'opera terrena di Frate Angelo di Acri descritta dai suoi biografi.
In tutti i luoghi di predicazioni, che raggiungeva sempre a piedi, il Frate era solito lasciare come ricordo comune l'erezione del Calvario: tre Croci su di un colle o un poggio il più vicino possibile all'abitato. Rappresentavano il ricordo del suo passaggio e un monito per i peccatori. La Croce centrale, sempre la più pesante, la trasportava Egli stesso; le altre le portavano due sacerdoti o i fedeli in gara di commovente pietà.
In Amendolara il Beato Angelo avrebbe scelto il Timpone del Prato perché da quel luogo era possibile osservare tutto il territorio circostante. Avrebbe lasciato una impressione talmente indelebile che i fedeli decisero di conservare una delle Croci a perenne ricordo della sua visita. La trasportarono, così, nella chiesa parrocchiale e cioè in luogo chiuso per essere meglio conservata nei secoli futuri. Le altre due Croci restarono sul Timpone del Prato fino alla loro distruzione naturale, causata dal tempo.
Altri racconti orali degli amendolaresi rievocano il Beato Angelo di Acri maltrattato, offeso, deriso dai giovani e costretto ad andar via. Egli avrebbe così lasciato la Croce, che trasportava sulle spalle, sul greto del vicino torrente Strafàce e avrebbe maledetto il paese per non averlo voluto ospitare. Ma la fama di taumaturgo e di predicatore incisivo del Beato Angelo ben presto avrebbe raggiunto Amendolara. Così la gente del luogo avrebbe raccolto la Croce dalla fiumara per riportarla in paese e venerarla devotamente.
Ancora altri, invece, raccontano che il Frate avrebbe lasciato la sua Croce in prossimità dell'ulivo della monaca, sulla via del Timpone del Prato dove, appunto, fu realizzato il Calvario.
Il ricordo del Frate, conservato nel tempo, negli anni ottanta spinse un gruppo di fedeli a ripristinare il Calvario sull'antico Timpone del Prato con la costruzione di una imponente Croce in cemento - senz'altro meno suggestiva - che possa durare ancora nei secoli futuri a perenne ricordo del vecchio Beato. Così, secondo la memoria popolare, da circa trecento anni la vecchia Croce del Beato Angelo di Acri viene custodita in Amendolara.
La chiesetta di Sant'Antonio Abate ha perciò il privilegio di esibirla ai fedeli, anche se le giovani generazioni tendono a dimenticare quel simbolo che per tanti secoli ogni amendolarese ha tramandato nella memoria collettiva.
Purtroppo, ostacoli burocratici o forse anche di altra natura ritardano l'elevazione del Frate agli Altari. Si spera che non passino ancora altri 86 anni, quanti sono stati necessari per proclamarlo Beato della Chiesa.


In IL BEATO ANGELO e in CALABRIA LETTERARIA fu pubblicata la foto della Croce del Beato Angelo di Acri, custodita nella chiesetta di Sant'Antonio Abate in Amendolara. Inoltre, in IL BEATO ANGELO furono pubblicate due foto della chiesetta dell'Annunziata di Amendolara. Tutte le foto sono custodite nell'Archivio storico del CSA - Centro Studi Per Amendolara e l'Alto Jonio.

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marzo 2012





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