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La Festa di San Vincenzo

Centro Studi per Amendolara



CALABRIA, anno XVIII, n. 58, marzo 1990, p. 90.

Dove anche i Santi patiscono la sete.
La Festa di San Vincenzo.
Di Rocco Turi


La festa di San Vincenzo ad Amendolara è caratterizzata dall'accensione per tre giorni consecutivi di numerosissimi falò in ogni crocevia principale del centro antico.
La tradizione vuole che i fuochi siano stati accesi per la prima volta nel secolo scorso, in un periodo di grande siccità, allorché la statua di San Vincenzo, in un clima di collettiva commozione fu portata in processione su un'altura che domina i pianori del territorio di Amendolara affinché osservasse le aridi seminagioni e propiziasse la pioggia per favorire un buon raccolto.
Secondo una tradizione orale dell'ottocento, molto in voga all'inizio di questo secolo, sul pianoro San Marco la statua di San Vincenzo fu simbolicamente "violentata". Infatti, gli fu legata sulla bocca una salatissima alosa (salacca) affinché avvertisse una grande sete e capisse come fosse necessaria l'acqua per soddisfare la sua esigenza ma anche quella dei contadini per una buona raccolta di grano.
Si dice che piovve tanto per tre giorni e tre notti che la processione del Santo fu interrotta e la Statua riparata nel cortile di un vicino palazzo nobiliare. Solo alla fine della lunga pioggia la processione ritornò nella Chiesa parrocchiale del paese.
La popolazione di Amendolara, povera ma felice per l'evento, pensò di ringraziare il Santo con una festa in suo onore. Non avendo altro da offrire si decise, allora, di ricordare ogni anno l'episodio dedicando a San Vincenzo Ferreri grossi falò preparati con il contributo di tutta la popolazione, la quale sin dai giorni precedenti va in cerca dell'albero più bello e più alto da tagliare e da installare nel proprio vicinato, pronto per essere incendiato.
La siccità ad Amendolara è un fenomeno che si è ciclicamente verificato nel corso dei secoli. Anche le statistiche recenti rilevano come l'assenza di pioggia regolare, utile per le seminagioni, fosse un problema costante da risolvere da parte dei contadini, non potendo affidarsi né alla pioggia artificiale, che solo ora si cerca di realizzare, né ad una razionale irrigazione. L'unica forma di intervento rimane la fede divina e quindi il ricorso al Santo prediletto e festeggiato in un periodo nel quale il grano sarebbe dovuto essere già ad un buon livello di sviluppo.
Anche negli anni trenta si verificò un lungo periodo di siccità per cui il Santo fu nuovamente implorato dai contadini e portato in processione sul solito pianoro San Marco. I contadini strapparono devotamente le piccole piantine di grano e le deposero ai piedi della Statua con la speranza che San Vincenzo potesse assecondare le loro richieste.
Questi episodi dimostrano quanto grande fosse la fede degli amendolaresi, ma riporta pure alla mente una situazione di siccità dai contorni preoccupanti che si è verificata ciclicamente ogni mezzo secolo circa.
Dagli anni settanta il territorio amendolarese risulta nuovamente attanagliato da un'altra siccità alquanto dannosa. Forse oggi, a causa di una crescente laicità della popolazione, non si pensa di riportare in processione il Santo venerato - come è stato già fatto nella città di Cagliari - perché si spera, piuttosto, in una razionale irrigazione o nella pioggia artificiale già sperimentata in altre Regioni, ma alcuni anziani del paese sarebbero pur sempre tentati di rivolgersi a San Vincenzo - e di riportarlo in processione al solito posto - sicuri che dopo pioverà.
E' vero che le tradizioni popolari sono parte integrante della storia e della cultura di un popolo ma è anche vero che esse sono soggette nel tempo ad adattamenti necessari dettati dalle nuove condizioni sociali ed economiche. Quasi tutte le feste popolari hanno in sé una parte riveduta e corretta del loro svolgimento che tuttavia non snaturano il proprio valore culturale.
Per alcuni cittadini sembra ingiusto perciò procedere ancora alla sistematica distruzione degli alberi per il solo piacere di rinverdire una tradizione che in realtà ha già travisato le sue originarie motivazioni.
E' anche perfettamente comprensibile da parte di tutta l'opinione pubblica, non solo locale, che la salvaguardia del proprio ambiente naturale deve ormai costituire una priorità assoluta se si vuole che la vita di tutti si svolga sempre nel giusto, necessario equilibrio socio-ambientale specie quando tutto ciò è già gravemente danneggiato.
E' perciò un vero dispiacere continuare a sottrarre al territorio una risorsa assolutamente necessaria per il normale equilibrio ecologico.
I boschi che ormai non esistono più per colpa del mare che avanza o per colpa degli uomini incuranti del loro ambiente o per colpa delle istituzioni, dovrebbero poter essere aiutati a ricrescere lentamente e i cittadini dovrebbero pure dare il loro essenziale contributo nel difendere un patrimonio dello Stato per la tutela e l'interesse della collettività.
E' da sperare quindi che gli amendolaresi evitino di celebrare così, ancora una volta, quella festa se non si ha addirittura la forza di rinunciarvi del tutto evitando di respirare i fumi prodotti dai falò che provocherebbero pure danni notevoli alla salute collettiva.
Già 15 anni fa, infatti, gli Stati Uniti si erano accorti quanto siano dannosi quei semplici, apparentemente innocui falò da giardino.
In Italia la città di Firenze, sulla scorta dei risultati ottenuti dalle ricerche del prof. Dolara dell'Università Statale ha recentemente vietato l'accensione dei piccoli falò di foglie nei giardini perché lo studioso ha potuto dimostrare la nocività dei fumi prodotti. Il provvedimento, che in Italia non ha precedenti, si riallaccia al regolamento di polizia municipale che vieta i fumi nocivi.
Perché non agire in tale direzione pure in Calabria?


CALABRIA è il mensile di notizie e commenti del Consiglio Regionale, diretto da Salvatore G. Santagata.


www.amendolara.eu
aprile 2012


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