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Le poesie di Paolina Carli

Centro Studi per Amendolara



IL TIRACCIO, anno XXXII, n.6, agosto 2006, p.5.

Le poesie di Paolina Carli.
Di Rocco Turi


Recensione dell'opera: Grazie luna, di Paolina Carli
(Libroitaliano, Editrice Letteraria Internazionale, Premio Selezione "Poesia 2003", 2004)


E' stato recentemente presentato a Roma <<Grazie luna>> opera prima di poesie - Premio Selezione "Poesia 2003" - di Paolina Carli. E' doverosa una precisazione sull'autrice di questo volume. Paolina è stata in vacanza da queste parti sin dagli anni ottanta; conosce questi luoghi anche attraverso lunghi dialoghi e cene fatte insieme alla sua famiglia; è abbastanza conosciuta da un gran numero di cittadini altojonici. Ecco perché è del tutto naturale recensire sul Tiraccio dell'Alto Jonio un'amica come Paolina Carli, poetessa che vive e opera a Roma e che ama l'Alto Jonio.

E' sempre complicato recensire l'opera di una persona amica. Il rischio è che ogni cosa che si scriva possa essere interpretata come un gioco delle parti.
Ho preso le contromisure immaginando di "rimuovere" la persona conosciuta e riflettendo solo sull'Artista e su una parte del mondo che le appartiene, di cui ho una certa pratica. Facendo così ho evitato di scomodare la teoria freudiana alla quale si pensa frequentemente e che, come psicologi, Fusco e Tomassoni hanno opportunamente evocato nella prefazione del volume. Certo, ognuno di noi porta il "segno" della propria infanzia e sarebbe quindi ovvio - specialmente dopo aver letto un libro come questo - collegare il messaggio al vissuto remoto dell'Autore.
Ebbene, se "non" conosco la persona, conosco l'Autore Carli e so che all'esperienza infantile essa ha aggiunto una pratica sul campo che poi ha "modellato" quella precedente. Tanto per iniziare, Carli è passata con successo attraverso l'arte visiva e la realizzazione di pregevoli opere in ceramica, che ho avuto il piacere di ammirare nella sua collezione privata. Ma Carli vive da molti anni nel rione Vittorio di Roma e chi conosce questo luogo sa bene che esso è anche punto di raccolta e di attività multietnica fra i più densi in Europa. E' il luogo in cui convivono anche le ingiustizie, le sofferenze, le oppressioni, la violenza che si annida nel mondo dell'immigrazione. Carli è stata permeata emotivamente da questa realtà anche a causa del suo impegno politico; ha pure lavorato in uffici ministeriali in cui forse ha osservato altri tipi di conflitti, più subdoli e da "colletti bianchi"; gode anche della pace del villaggio nella campagna reatina nella quale - apparentemente - i conflitti della città sembrano attenuati. Ritorna così alla ribalta l'antica realtà sociale abruzzese dalla quale in un tempo lontano Carli si era allontanata. Il cerchio si chiude così, in un personale rapporto città-campagna che oggi offre all'Autore l'opportunità di riflettere sul suo mondo e di comunicarlo al mondo attraverso le sue esperienze.
Ecco. Carli vive nella realtà oggettiva della società post-moderna e sarebbe diminutivo ed errato interpretare le sue opere pensando unicamente al percorso intimo e personale, distaccato dal contesto collettivo quotidiano. Non si spiegherebbe perché abbia atteso tanto tempo per scrivere la sua Opera Prima. Il connubio fra storia ed esperienza successiva ha generato un volume che non è più un componimento autonomo ma collettivo senza dubbio ed è diventato un'opera di denuncia sociale. Ne sono sintomo i brani che richiamano l'amore e il dolore, in cui dominano in chiave moderna i toni leopardiani della evocazione e della memoria, nei quali tutti possono eventualmente guardare sé stessi come in uno specchio concavo.
E' logico, pertanto, immedesimarsi nella esistenza di migliaia di persone che vivono nella casba riprodotta del quartiere romano Vittorio. Osservandole dall'alto del suo quarto piano, Carli l'ha fatto onestamente e con coraggio, forse anche in momenti di sconforto e di crisi personale. Come osservatore attento e diligente, ha reso di valore collettivo le sue composizioni perché traspaiono da esse la vita quotidiana ed i sentimenti di chiunque cinese, magrebino, indiano, boliviano che - preso da una condizione immanente di difficoltà - nel rione Vittorio non ha il tempo né la voglia di ricercare una radice per rispecchiarvisi. Così come, nel passato, Carli non aveva avuto il tempo, né la voglia, né una radice per scrivere ciò che stava maturando.


Anche in:
http:// www.paolinacarli.it/archives/468

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Maggio 2012


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