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Omaggio alla panchina di via Lagaria. (2010)

Centro Studi per Amendolara



Inedito del 2010
Omaggio alla panchina
(Vizi e virtù degli amendolaresi)
di Rocco Turi



Di ritorno dai miei impegni all'estero, ogni estate, negli ultimi dieci giorni di agosto mi ritrovo su una delle panchine di Amendolara Marina a "osservare" il mio paese amato. Per il sociologo, la panchina rappresenta un osservatorio molto privilegiato. D'altra parte, come amendolarese della diaspora, in cinquant'anni, ritengo (fino a prova contraria) di essere l'unico a non aver trascurato di affrontare lo studio critico dei fatti culturali, politici e sociali con la prospettiva di far crescere il territorio.
Dopo un anno di lavoro, raggiungere la panchina estiva del mio paese è sempre il più grande desiderio, per verificare i passi che compie il luogo della mia memoria. Ritornando ad Amendolara Marina, la panchina rappresenta per me l'aspirazione e l'alternativa a qualunque momento di riposo. C'è chi attende un anno per ritrovarsi ogni mattina davanti al bar per sentirsi riverito o per misurare il proprio grado di autorevolezza, "esibire" la propria professione o il titolo di studio (a volte mendace) e ricevere o pagare un caffè (raro), o semplicemente per leggere il giornale che il locale pubblico mette gratis a disposizione dei clienti. Ricevere queste attenzioni rappresenta il terreno di verifica e la propria legittimazione sociale al paese.
Il mio luogo preferito per i pochi giorni di vacanza estiva è la panchina, dove spesso leggo il giornale appena acquistato o ritrovo qualcuno già seduto per scambiare opinioni di varia umanità. Immancabilmente c'è sempre colui che dopo un po' si alza per non essere interessato alla conversazione e può capitare; a volte è semplicemente infastidito dal rumore delle parole. Ma questa è anche la nota dolente.
Qui in tanti preferiscono restare seduti ma assorti nei loro pensieri, perché la presenza di altri disturba e perché qualsiasi socialità sarebbe inutile. C'è chi si chiede "ma io che interesse ho a parlare?", "cosa ci guadagno a esprimere un parere?", come se l'apertura della bocca costasse fatica per il movimento dei muscoli facciali o come se il suo parere (o la conoscenza) fosse "rubato" dagli altri. Ed ecco che ci si chiede ancora: "è il caso di conversare con questa persona perché possa essermi utile domani?". Ma conversare ad Amendolara significa anche carpire informazioni in maniera subdola e farle proprie (ora c'è anche internet). Insomma, ad Amendolara deve esserci sempre un motivo che giustifichi una semplice conversazione, o un saluto, con altri incontrati per caso.
Il luogo preferito rimane il bar, un non-luogo, dove c'è tanta gente e la certezza che nessuno rischia di esporsi a una conversazione "pericolosa", dalla quale possa scaturire anche una carenza culturale (per una certa minoranza) o l'emersione di argomenti imbarazzanti.
A volte, se la conversazione parte c'è il rischio che l'interlocutore esordisca con un bel "no", oppure un "no, non è così", o un "no, ti sbagli", perché solo il suo punto di vista è quello corretto. Se poi la conversazione si anima per quel "no", il più intelligente è costretto a battere in ritirata e deve desistere inesorabilmente. Il più delle volte questo non accade. Allora, si può immaginare: il tono aumenta, le parole diventano pietre, "tu non capisci", "tu sei un cretino…". Per fortuna non si arriva ai cazzotti.
Rimanendo seduto alla panchina si può osservare un campionario variegato sul "saluto" delle persone: mai slanciato o spontaneo. C'è "chi saluta chi" solo dopo essersi chiesto se conviene salutare o se non sia il caso di non dare troppa importanza a chi si ha di fronte. Il saluto ad Amendolara non è una cortesia o un atto di educazione, è un interesse. Si ragiona così: "io saluto solo se ho un interesse e se possa riceverne un vantaggio presente o futuro". A volte ci si sente "costretti" a salutare solo per non essere platealmente etichettati negativamente e anche perché "non si sa mai!". Il livello di credibilità del saluto, poi, risulta accompagnato in diversi gradi gerarchici: un volto contratto, un accenno di sorriso, un gesto di entusiasmo, parole affettate di apprezzamento.
Poi ci sono gli insicuri, quelli che non sanno se salutarti per darti o no importanza o perché non sanno se potranno avere bisogno di te; quelli che, nell'insicurezza, decidono all'ultimo istante di salutare (non si sa mai…).
I soggetti sicuri sono quelli che ti passano davanti senza salutare perché si sentono importanti e vogliono il tuo saluto; se poi - pur sicuri - non si sentono importanti, credono che tu lo sia e non salutano "perché tu non sei nessuno", oppure "per non darti la soddisfazione…". I sicuri sono anche quelli che non escono di casa non solo per non salutarti, ma neppure per non scendere al tuo livello. I patologici sono quelli che si chiudono in casa o cambiano strada. Tuttavia, a seconda del ruolo nella circostanza e situazione, la stessa persona può assumere uno dei diversi atteggiamenti.
C'è chi guarda sornione da sufficiente distanza per controllare la situazione; controlla la tua intenzione di saluto e, magari, cerca di anticiparti, oppure si prepara a risponderti una sola frazione di secondo più tardi per sentirsi gratificato del saluto ricevuto, ma anche per non dare l'impressione di aver atteso quel saluto prima di replicare e farlo passare come vicendevole. Insomma, ad Amendolara vige una contorta elaborazione del pensiero sul saluto; che mai è spontaneo ma è figlia della cultura indigena.
Un aneddoto sul saluto risale agli anni sessanta quando una amendolarese, transitando con la propria automobile, era abituato a salutare alzando stancamente il dito indice della mano destra appoggiata allo sterzo ma senza degnare di uno sguardo. Lo faceva sempre. Un certo giorno, vedendolo passare e salutare con lo stesso gesto, un amico amendolarese gli allungò con decisione il braccio esibendo un bel "due" con le dita a forma di V. Fu molto educato per non aver pensato di rispondere con il dito medio…
La morale riporta a quanto già detto: alzando il dito indice come se pesasse un quintale - e non salutando con un minimo di slancio - il gesto riporta al saluto di certi aristocratici per i quali "tu non sei nessuno": storia vecchia per la quale gli anni sono passati invano.
Nello scenario della panchina a volte si ferma qualcuno, partecipa un poco ma non essendo interessato va via; altri si fermano con l'unico scopo di ascoltare ma di non intervenire. Allora si assiste a scene anche molto divertenti delle quali un sociologo è interessato a seguirne l'evoluzione. Si ferma qualcuno, a volte restando in piedi ma mostrando interesse a osservare un punto lontano quasi a dimostrare una latente distrazione verso la conversazione altrui. In realtà è interessato ad ascoltare e a recepirne il concetto, piuttosto che intervenire. Altri, essendo pervasi da umiltà creativa sono pronti a conversazioni amene, rilassanti e prive di qualsiasi "retrogusto" subdolo. Varia umanità sulla panchina di Amendolara Marina!
Vero. La panchina di via Lagaria ti dà anche l'occasione di incontrare persone aperte con le quali conversare piacevolmente. Sono tante, per fortuna. Non posso ignorare i gradevoli incontri con un amico, il prof. Mario Gervasi. Conversazioni amene certamente, tipiche da panchina estiva, ma conversazioni che hanno una testa e una coda per le quali ognuno dà un suo contributo creativo, anche fra il serio, l'ironico e lo spiritoso. Con Mario nascono spontanee conversazioni di varia natura e nessuno di noi fa un elenco di cose personali fatte o fa sfoggio delle proprie capacità o cultura; ancora meno esibisce circostanze legate alla professione o preferisce averla vinta nella conversazione. Con Mario le conversazioni sono davvero rilassanti…
Non credo di aver mai incontrato sulle panchine di Amendolara Marina una persona con la quale la conversazione si sia protratta anche alcune ore: segno di una desiderabilità sociale comune che va oltre il limite dell'amicizia antica; vi è altresì il piacere comune rilassato e disinteressato di ascoltare e dare il proprio contributo nella conversazione.
Più volte ho esortato Mario a dedicarsi alla elaborazione scritta dei concetti espressi sulla tradizione e sul folklore amendolarese, che è la sua passione. Con una vecchia laurea in lettere e possedendo gli strumenti culturali adeguati per aver elaborato la sua tesi di laurea, ho più volte invitato Mario a trasferire la sua conoscenza orale in un documento scritto. Peccato che non lo abbia ancora fatto, ma la mia esortazione continua anche dalle righe di questo breve scritto. Io la penso così: chi possiede gli strumenti accademici, quindi anche tecnici (la compilazione di una tesi di laurea, almeno secondo i criteri di una volta) per scrivere un libro dovrebbe essere (più che sentirsi) obbligato a continuare nel momento in cui si abbiano argomenti originali da elaborare. Avendo gli strumenti professionali adeguati, Mario potrebbe dare un contributo alla crescita culturale del paese a cui egli è molto, direi eccessivamente, legato.
Sulla panchina di Amendolara, amici lettori, potreste assistere anche a scene da film comici come quando le forze dell'ordine contestarono un'infrazione a qualcuno e questi impazzì e replicò con un perentorio "non sapete chi sono io!?": episodio realmente accaduto. Il soggetto in analisi reagì alla contestazione delle forze dell'ordine perché esigeva "rispetto". Non vi dico per cosa, immaginate!. Scena di pura etica mafiosa. Isolate al loro destino, vi prego, questa tipologia di mafiosi con l'abito pulito…
Scrivere un saggio sul "saluto" è stata sempre una mia aspirazione. Argomento sociale davvero fra i più interessanti e originali: il saluto nella storia della civiltà; come e perché ci si saluta nel mondo; i gesti storici del saluto; tanti altri aspetti sociali, politici, culturali da trattare sul saluto. Uno studio del genere aiuta lo sviluppo etico della civiltà.
Non so se riuscirò ad occuparmene in questa vita. Mi auguro che uno studente universitario amendolarese possa dedicare a questo argomento una tesi di laurea sperimentale e impegnativa, per contribuire egli stesso alla crescita del nostro paese; che un ricercatore universitario si appassioni al tema e si dedichi al reperimento di un'adeguata bibliografia accademica e, soprattutto, a studiarla, prima di intraprendere il suo meraviglioso viaggio in questa suggestiva materia; che un intellettuale con le carte in regola possa farlo in maniera scientifica e sul campo con i più moderni strumenti tecnici e culturali della ricerca e della verifica.

Rocco Turi, sociologo

Nel giugno dello scorso anno lanciai un invito a trascorrere l'estate 2012 nell'esplorazione del territorio amendolarese. L'invito per l'estate 2013 è di compiere una ricognizione di ogni tipologia del saluto nella storia sociale di Amendolara: wéh, howw, hùùù…!, 'a bellezz…, cumpà!, wagliò!, aah cummafrancì!, (…). Sono ancora numerosi i gesti e le locuzioni sul saluto tipicamente amendolarese. Uno, in particolare, rappresenta un lontano ricordo - forse dimenticato - di cittadini ormai distratti, la cui testimonianza fu da me registrata nel lontano 1969.
Proprio gli anni fra il '60 e il '70 possono essere indicati come l'inizio della nuova epoca dedicata al recupero della tradizione paesana attraverso l'uso della tecnologia: proprio a quegli anni risalgono le mie prime registrazioni finalizzate allo scopo, messe in atto attraverso strumenti tecnologici. La mia passione per l'argomento, già all'epoca, mi ha consentito di salvare documenti ormai dimenticati di precedenti generazioni. Purtroppo - si osserva - gli eruditi locali sempre più spesso procedono di fretta e fantasia e pertanto in maniera inattendibile.
Naturalmente, l'invito non è quello di fermarsi alla semplice elencazione e collezione di gesti dedicati al saluto (sarebbe banale); l'invito è di sforzarsi a ricostruire uno scenario e un contesto vero associato ad ogni locuzione, attraverso storie vere. Vere. Ok? (Questo significa impegnare il tempo dell'estate 2013 in maniera creativa e alimentare il proprio cervello, piuttosto che soffermarsi al solo ozio del bar o al silenzio in panchina).



www.amendolara.eu
23 Giugno 2013


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