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RINASCITA, Recensione di STORIA SEGRETA DEL PCI - 4 (2013)

Centro Studi per Amendolara



Recensione di STORIA SEGRETA DEL PCI, in: RINASCITA - 4 (2013)

Il libro STORIA SEGRETA DEL PCI recensito sul quotidiano Rinascita
RINASCITA
QUOTIDIANO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
Martedì 4 giugno 2013, p. 8-9


Nel volume "Storia segreta del Pci" di Rocco Turi,
i misteri d'Italia, dalla guerra civile al caso Moro


Silenzi consociativi,
verità imbarazzanti


I partigiani comunisti fuggiti a Praga, le "cellule armate in sonno" le scuole di addestramento alla guerriglia, la Gladio Rossa, l'influenza sulla strategia e sulle scelte delle Brigate Rosse. Tuttavia nelle br c'erano anche i militanti di Potere Operaio interpreti dello scontro con Mario Moretti sul destino del politico dc.
A 35 anni di distanza la vicenda del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro rappresenta una ferita per quanti l'hanno vissuta in prima persona. Oggi appare, come in effetti è, una vicenda lontana che appartiene alla storia del nostro Paese e sulla quale sembra essere stato scritto e detto tutto. Numerosi processi e moltissimi libri ed articoli di giornali dovrebbero avere offerto ai curiosi e agli studiosi ampio materiale sul quale esercitarsi e dire una parola definitiva.
Ma non è così. La vicenda è tutt'altro che chiara, sia per le modalità del suo svolgimento e del suo tragico epilogo, sia per i silenzi dei protagonisti sui non pochi dettagli che la hanno caratterizzata. Dettagli di non poco conto e che da soli basterebbero a mutarne totalmente la chiave di lettura. Ancora non è chiaro infatti il numero dei brigatisti presenti in Via Fani, ancora non sono noti tutti i covi romani dei brigatisti, ancora non sono conosciute le prigioni, sicuramente più di una, nelle quali il presidente della DC venne tenuto prigioniero e soprattutto l'ultima, nella quale presumibilmente venne ucciso e che, per forza di cose doveva trovarsi nelle vicinanze, se non proprio di fronte, al luogo, Via Caetani, nel quale venne ritrovata la Renault rossa.
Una tesi, questa, sostenuta da Ettore Bernabei, "storico" direttore generale della RAI e molto addentro ai retroscena della storia italiana, in virtù dei suoi stretti legami con Amintore Fanfani. Soprattutto non sono chiari, né del resto potrebbero esserlo, i legami internazionali che i brigatisti, o meglio alcuni dei capi brigatisti, una differenza di non poco conto, avevano con le strutture militari e con quelle dei servizi segreti di Paesi esteri. Ad incominciare da quelli dei Paesi comunisti dell'Est Europa.
Una vicenda quella di Moro sulla quale è stata posta una cortina di silenzio per nascondere non tanto e non soltanto le responsabilità dirette dei brigatisti e l'inerzia dei servizi segreti italiani in quei 55 giorni, quanto per nascondere gli accordi taciti o segreti tra il governo italiano e governi esteri (come quello sovietico e cecoslovacco) per nascondere realtà imbarazzanti per entrambi. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del Comunismo nei Paesi dell'Est, i nuovi governi hanno aperto gli archivi sui quali sono riusciti a mettere le mani. E questo dopo che KGB e STB cecoslovacco sono riusciti ad eliminarne una gran quantità.
Tra gli studiosi che sono stati autorizzati ad esaminarli c'è anche Rocco Turi (già autore di "Gladio Rossa") che vi ha dedicato un accurato saggio: "Storia segreta del Pci. Dai partigiani al caso Moro" (Rubbettino editore), nel quale ricostruisce il lungo filo rosso che ha legato alla vicenda di Moro e delle Brigate Rosse molti ex partigiani comunisti espatriati negli anni cinquanta per sfuggire a condanne giudiziarie per crimini commessi durante gli ultimi giorni della guerra civile in Italia e negli anni immediatamente successivi.
Turi, grazie ad una borsa di studio, aveva già soggiornato in Cecoslovacchia nel 1987 per studiare la presenza e la consistenza dell'emigrazione italiana in quel Paese. E in tale occasione, tra mezze ammissioni e reticenze, aveva accertato la presenza di una nutrita colonia di italiani, molti ex partigiani di provata fede comunista, che vi si erano stabiliti, in buona parte per sfuggire alla giustizia italiana e che non avevano alcuna voglia di parlare del proprio passato. Non pochi di questi poterono tornare in Italia dopo la grazia concessa loro da Pertini.
Allo stesso modo che Giuseppe Saragat, una volta eletto al Quirinale con i voti comunisti, firmò la grazia per Francesco Moranino, nome di battaglia "Gemisto", già condannato all'ergastolo per crimini di guerra e che tornato in Italia venne eletto al Senato nel 1968 nelle liste del PCI. Un Moranino che i brigatisti della vecchia guardia, Renato Curcio e Alberto Franceschini, avevano conosciuto durante una celebrazione del 25 aprile in Piemonte e che consideravano un loro modello di riferimento politico ed ideale.
Un Moranino che agli occhi dei brigatisti del nucleo "storico" rappresentava l'esempio più eclatante di quella "spallata" finale che i partigiani comunisti avrebbero potuto infliggere allo schieramento moderato, uscito vincitore dalle elezioni del dopoguerra, se gli equilibri internazionali nati alla conferenza di Yalta ed il realismo di Palmiro Togliatti non avessero vanificato ogni velleità rivoluzionaria. Se Curcio e Franceschini agivano in prima persona ed assumevano decisioni proprie, con l'avvento di Mario Moretti alla guida delle BR la situazione cambiò drasticamente e nacquero le Brigate eterodirette, ossia gestite da una struttura esterna che Rocco Turi identifica nei partigiani comunisti fuggiti a Praga e gestiti dal STB cecoslovacco per conto del KGB. Le nuove Brigate Rosse, che assunsero una connotazione sempre più compartimentata e superclandestina che richiamava il modello triangolare verticistico della Volante Rossa (i partigiani che continuarono ad uccidere i fascisti anche dopo la fine della guerra), si posero l'obiettivo preciso di bloccare l'accordo tra PCI e DC, quello che Enrico Berlinguer definì il "Compromesso Storico". E Turi porta a sostegno della sua tesi numeroso materiale italiano e cecoslovacco sull'esistenza in Cecoslovacchia di numerose scuole di addestramento alla guerriglia, oltre a quelle già conosciute. Il materiale italiano riguarda sia i rapporti che a più riprese i nostri servizi segreti stilarono su tale questione che gli articoli di giornali nazionali, tra i quali quelli dello stesso Turi sulla questione. Il materiale cecoslovacco è quello uscito dagli archivi di Praga subito dopo la caduta del Muro di Berlino. E Turi ipotizza che anche la misteriosa morte di Berlinguer a Padova l'11 giugno 1984, colpito da ictus dopo aver bevuto un bicchiere d'acqua, possa rientrare in una sorta di punizione postuma per aver cercato una via autonoma al socialismo, tramite l'allentamento dei rapporti con Mosca.
Un allentamento che l'ala del PCI più legata all'URSS (che storicamente si richiamava a Pietro Secchia) non aveva affatto apprezzato. Era l'ala che aveva i rapporti più stretti con l'apparato del partito uscito dalla Resistenza, con i partigiani espatriati e con la stessa Unione Sovietica. E Turi sottolinea la convergenza di partigiani rossi e di quelli bianchi cattolici (molti finiti nella DC) per nascondere sia l'esistenza che l'influenza della Gladio Rossa nelle vicende storiche italiane e nel caso Moro. Una connivenza che, ricorda Turi, rappresentò l'humus politico ideale per arrivare, in nome del consociativismo, ad un colpo di spugna sull'intera vicenda Moro. Un colpo di spugna che servì pure per nascondere antiche ed inconfessabili legami tra partigiani rossi e bianchi. Un colpo di spugna, si deve ricordare, che si caratterizzò in particolare con la scarcerazione di tutti i brigatisti responsabili del delitto Moro, già finiti in carcere e condannati anche di quelli con numerose condanne all'ergastolo come Mario Moretti. Brigatisti che continuarono ad offrire una versione di comodo dell'intera vicenda. La tesi di Turi è che il KGB e l'STB cecoslovacco, dopo la cattura dei fondatori Curcio e Franceschini, ed utilizzando la rete dei comunisti "secchiani" fedeli all'Urss, che Turi considera la vera Gladio Rossa, siano riusciti a dirigere le Brigate Rosse per impedire il Compromesso Storico e stroncare sul nascere ogni tentativo del PCI e di Berlinguer di creare una via alternativa, quasi "socialdemocratica", slegata dalla influenza con Mosca. Il libro di Turi è molto documentato ed offre squarci molto interessanti sulla vita politica italiana dal 1946 fino all'esaurirsi della lotta armata.
Ma, a nostro avviso, non funziona la chiave di lettura ideologica che considera il sistema dei Paesi dell'Est come un blocco monolitico e vede una contrapposizione netta tra Occidente democratico ed Est comunista. Al contrario, i governi dell'Est come dell'Ovest, sia l'Urss che gli Stati Uniti, non volevano che il PCI andasse al governo perché avrebbe destabilizzato gli equilibri internazionali in Europa e nella intera area del Mediterraneo.
Una maggiore tensione avrebbe comportato infatti maggiori investimenti nell'apparato industriale militare dell'uno e dell'altro blocco. Ed essendo quella sovietica un'industria statale, tale svolta avrebbe cambiato gli equilibri interni del potere in Urss. Lo scontro reali si verificò infatti tra i servizi segreti civili apparentemente avversari da una parte (Cia e Kgb) e quelli militari statunitensi e il Gru dell'Armata Rossa dall'altra. Una figura come Mario Moretti, manovrato da Corrado Simioni dell'Hyperion, ha una ragione di essere come controllato allo stesso tempo dalla Lubianka e da Langley. Simioni per la cronaca, espulso dal PSI nei primi anni sessanta, aveva lavorato per l'Usis statunitense. E un ufficio dell'Usi si trova nel Palazzo Antici Mattei, di fronte al quale venne rinvenuta la Renault rossa con il cadavere di Moro.
Mentre nel periodo del sequestro a Roma funzionava un ufficio dell'Hyperion. Al contrario, un Valerio Morucci, che quando dirigeva il nucleo armato di Potere Operaio, ebbe stretti rapporti con Feltrinelli, quindi con tutta l'area dei "secchiani", e che era contrario ad uccidere Moro, ricoprì nei fatti il ruolo di erede dei rapporti dell'editore con gli ambienti militari cecoslovacchi in funzione anti Kgb.
Furono infatti ex militanti di Potere Operaio, vicini a Morucci, che ne avevano le chiavi, a fare scoprire il covo di Via Gradoli dove abitava Moretti. Fu al contrario Moretti ad indicare chiaramente, pur senza farne il nome, che era Germano Maccari (pure lui ex militante di Potop e amico di Morucci) il quarto uomo di Via Montalcini, il mitico ingegner Altobelli.
Un altro militante delle BR, come Alessio Casimirri, riuscì ad espatriare nel 1979 in Nicaragua, dopo essere transitato da Parigi e subito dopo da Mosca, dove passò due notti in attesa della partenza. Casimirri, autore della strage di Via Fani, ex militante di Potop e amico di Morucci, riuscì ad arrivare a Managua con l'aiuto del GRU, il servizio segreto militare sovietico. Fu Giorgio Conforto, agente del KGB in Italia e padre di Giuliana, anche lei ex militante di Potere Operaio, a passare alla polizia italiana l'informativa sulla presenza di Morucci e della Faranda in casa della figlia, nel maggio del 1979, e a favorirne l'arresto. E allora, è proprio in questa divaricazione "storica" interna alla Brigate Rosse tra i morettiani, alcuni consapevoli ed altri no di questi legami internazionali, e gli ex militanti di Potop presenti nella organizzazione, che deve essere ricercata la chiave di lettura della vicenda Moro.
Che non è necessariamente in contrasto con l'ipotesi di lavoro di Turi, ma ne costruisce una necessaria integrazione. Ha certamente ragione Turi quando osserva che non è mai stato identificato il covo toscano dove si riuniva il direttivo delle BR durante il sequestro Moro e che fu in grado di avvalersi del supporto dei vecchi quadri partigiani comunisti locali, dai quali emersero non pochi dei fuoriusciti in Cecoslovacchia. Ma questo fatto semmai conferma che nelle BR, e a contatto con esse, c'era di tutto e il contrario di tutto. La questione è insomma quella di accertare quali personaggi erano in grado di prendere decisioni, anche su pressione esterna, e di imporle ai militanti di base.

(Accompagnano l'articolo una foto d'epoca di Togliatti mentre partecipa a una manifestazione; un documento delle Brigate Rosse; la bandiera con stessa a cinque punte e la scritta Brigate Rosse; la Renault rossa con il corpo dell'onorevole Aldo Moro).

F.G.



www.amendolara.eu
maggio 2015


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