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ROCCO TURI RICORDO DEL DR. VINCENZO LAVIOLA. (2016)

Centro Studi per Amendolara



Rocco Turi


IN MEMORIA DEL DR. VINCENZO LAVIOLA

(2016)

SOCIALIZZAZIONE TERAPEUTICA
VINCENZO LAVIOLA, LA POLITICA, LA MEDICINA
(Ricordo comparato a venticinque anni dalla sua morte)


1.
Il dr. Vincenzo Laviola fu una persona che molto ha dato ad Amendolara nella sua qualità di medico. Egli, tuttavia, fino a ora è stato chiamato in causa in maniera inadeguata (come si evince da quanto ho scritto negli anni passati) da coloro che, forse, non conoscono a fondo la personalità e la sua opera professionale, anche cercando di denigrare l'altrui impegno culturale (v. Mozione del Comune di Amendolara n.36 del 18 novembre 1997). Del dr. Laviola assai si può raccontare sulla sua intrinseca attività professionale, soprattutto perché molti anni fa ho fedelmente documentato e fatto tesoro di aneddoti e storie antiche - che lo riguardavano - per poterle elaborare attraverso una specificità sociologica. Non è sufficiente, infatti, elencare una serie di elementi biografici e dettagli, quanto analizzarli in rapporto al tempo e alla società. In tal modo è possibile commemorare adeguatamente la persona, estrapolando concetti che nel loro complesso la rappresentino.
A quanta gente il dr. Laviola ha estratto un dente nel suo ambulatorio? A quanta gente ha eseguito piccoli interventi per i quali ora servono gli ospedali? A quanti ha consigliato di usare il rudimentale "frigorifero" a paglia e ghiaccio di Giacinto Tarantino, cantiniere del paese, per conservare al fresco le poche medicine salva vita dell'epoca?
Questo è un merito professionale per il quale egli si è formato all'università e dovrebbe essere ricordato ampiamente; Laviola ha studiato molto e dato molto come professionista, sia in qualità di medico militare (dove la sua esperienza ha avuto inizio) sia in quella di medico condotto, anche se a volte si è verificata pure la contingenza di alcuni infortuni.
Mia nonna raccontava aneddoti sul bambino Vincenzo e poi storie in prima persona che lo riguardavano e lei me ne parlava ripetutamente. Ho tutto registrato e ne riparlerò quando questo breve saggio si trasformerà in libro. Inoltre, in numerose occasioni mi trovavo presente e assistevo personalmente ai racconti ispirati e affabulanti di Laviola. La prassi era sempre identica: egli arrivava per eseguire la richiesta visita domiciliare, ma prima di tutto si intratteneva a lungo con il paziente e la sua famiglia, quasi per mettere in atto una socializzazione terapeutica. Lo erano anche le visite ambulatoriali. Tutti i suoi vecchi pazienti ricordano la prolissità delle visite allorquando nell'affollata sala d'attesa, al primo piano della sua casa, le persone mormoravano cercando di immaginare di cosa altro si parlasse dopo il tempo dedicato alla diagnosi e alla prescrizione della cura. Su questo aspetto di socializzazione terapeutica il dr. Laviola va ricordato anche perché aveva idee immodificabili per le quali, ogni eventuale disaccordo espresso faceva aumentare i minuti di attesa del pubblico in sala. Soprattutto in tempo di elezioni, per l'interlocutore era consigliabile il silenzio - anche per evitare i mugugni degli altri pazienti in attesa - come se la responsabilità del tempo "perduto" fosse sua. D'altra parte, nessuno dei pazienti, socialmente sottomessi, avrebbero pensato di contestare ipse dixit le affabulazioni del dr. Laviola.
Quando poi si udivano i passi provenire dal secondo piano (dove era ubicato l'ambulatorio), dopo una lunga attesa, il paziente successivo si lanciava come una saetta a percorrere le scale. A volte giungeva improvvisamente qualche rappresentante di medicinali che aveva la precedenza e la lunga attesa diventava lunghissima; era necessario intrattenere l'ospite e conversare amabilmente, pratica che solo il dr. Laviola era in grado di fare così bene in Amendolara. D'altra parte, egli sapeva sdoppiare il suo comportamento: da un lato era ossequioso e in posizione di ascolto - verso gli ospiti che lo incontravano per motivi professionali o strettamente politici o culturali - ed era consapevole che l'incontro lo avrebbe arricchito in conoscenza; dall'altra gradiva l'attenzione assoluta dei suoi compaesani: solo domande e mai tentativi di dare un contributo personale alla conversazione. E' un aspetto molto significativo della personalità di Vincenzo Laviola e su questo andrebbe data la parola a chi lo ha conosciuto nella vita quotidiana di medico che aveva l'obiettivo di indottrinare, piuttosto che scambiare opinioni. Le analisi sociologiche di questi racconti darebbero conferma ulteriore dell'indole e suggerirebbero altre considerazioni e valutazioni, magari ancora profonde e dissimulate.
In qualità di medico, tuttavia, Laviola usava il suo lettino per le visite come ogni professionista dovrebbe e non solo come arredo; usava il suo studio come infermeria e come laboratorio per le analisi possibili e non si limitava solo a indicare uno specialista adeguato per i suoi pazienti. Egli dava utili consigli, anche al limite della decenza, fra medicina ufficiale e consuetudini antiche; insomma Laviola visitava, interrogava con le giuste domande professionali e tastava il corpo dei suoi pazienti e, dall'alto della sua esperienza, riusciva il più delle volte a fare diagnosi anche azzardate che trovavano ufficiale conferma successiva. Un mio ricordo strettamente personale è che, percorrendo le scale ed entrando nel suo ambulatorio, si avvertiva l'odore tipico di un gabinetto medico, in cui l'uso effettivo dei medicinali e dei "ferri del mestiere" erano frequenti e quotidiani. Tutto questo serviva a tranquillizzare i pazienti che a lui si rivolgevano. Sapeva essere molto paterno.

Laviola era anche un fervente cattolico e antiabortista. Raccontava di una donna che aveva già molti figli e in una successiva gravidanza desiderava abortire. Il medico convinse la signora a portare a termine la sua gravidanza e diede il bambino in adozione. Il figlio abbandonato diventò un noto chirurgo e un giorno operò la signora ed entrambi scoprirono di essere madre e figlio.

La convinzione sul profondo cattolicesimo del medico Laviola traspare da una domanda sulla paura della morte; così rispose: "il cristianesimo non sarebbe sopravvissuta 2000 anni se nel suo insegnamento non ci fosse qualcosa di vero...".

Sarebbe ingiusto ignorare l'impegno politico totale del dr. Laviola, che tutti vogliono rimuovere.


2.
Laviola fu il più noto e importante riferimento della destra politica ad Amendolara e ignorarlo desta dubbi e sospetti a carico di chi si occupi del personaggio. Egli fu esponente della destra locale e, negli anni concitati della guerra, per quattro mesi fu anche "Podestà" di Amendolara; per lunghi anni tenne le fila politiche del fascismo e poi del Movimento Sociale Italiano nella sua frangia più ortodossa, fino a quando lasciò le consegne ad altri e tutti ne sono a conoscenza in una tacita consapevolezza sociale e sedimentazione culturale. La sua storia politica e il suo impegno civile risalgono al fascismo più radicale. Dopo l'armistizio del 3 settembre 1943 con la Repubblica Sociale Italiana al nord e il Regno del Sud, Laviola - che qui era residente - avrebbe aderito volentieri alla prima. Gli amendolaresi che lo hanno frequentato e interrogato su questo aspetto sanno bene che in politica Laviola non fu un moderato; non a caso egli lasciò tacitamente le redini del partito proprio al suo delfino designato, assiduo frequentatore del suo "salottino", con cui ebbe un rapporto politico molto intenso, l'avvocato Santino Soda. A Soda, il dr. Laviola amava ripetere che vedeva in lui le sembianze del suo vecchio professore di filosofia nel prestigioso Liceo Archita di Taranto, dove egli aveva studiato. Dell'impegno politico del dr. Laviola, parlano i suoi pazienti, i fatti pubblici e la storia politica e pubblica di Amendolara.
Queste considerazioni che riguardano il vecchio e il nuovo "camerata" dell'epoca - che mai hanno ignorato il loro passato - non possono essere rimosse se si vuole rappresentare con onestà il personaggio Vincenzo Laviola. Eppure è stato fatto. Ignorare l'avvocato Soda nel dedicare una giornata di conversazioni al dr. Laviola sembra una lotta partigiana che ha condotto inevitabilmente all'oblio delle medesime. Se un giorno qualcuno esaminerà - con acume scientifico - l'indole verso la politica del dr. Laviola, farà senz'altro piacere al "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", che per primo ha esaminato questo aspetto, oltre - naturalmente - allo stesso Laviola e a coloro che lo hanno conosciuto fra privato e pubblico. E' inevitabile che Laviola venga ricordato sotto il profilo dell'impegno per la politica.
Proprio questi sono i concetti che il dr. Laviola avrebbe voluto fossero stati ben spiegati nelle riunioni ufficiali e commemorative a lui dedicate; Laviola sarebbe stato orgoglioso che dopo la sua morte fosse stato rievocato soprattutto il suo passato politico, a cui egli teneva particolarmente. Ecco perché questo aspetto della personalità del dr. Laviola sovrasta ampiamente anche la prospettiva professionale - coltivata sempre con rigore, impegno e serietà - negli anni della maturità.
Chi non ricorda le visite dei tanti deputati e senatori ricevuti sulle poltroncine che si affacciavano sulla piazza? Chi non ricorda la sua partecipazione attiva alla politica locale - pur restando a domicilio alla vecchia maniera, allo scopo di essere omaggiato in casa e riverito - per la quale invitava i suoi pazienti a votare per il suo partito? Io stesso mi trovai in quel salotto durante la visita del senatore Valensise e assistetti a una istruttiva conversazione, anche se essa mi vide in totale disaccordo. (Detto per inciso, nel salotto del dr. Laviola conobbi personalmente lo scultore Antonio Sassone, con cui ebbi una corrispondenza - presente agli atti - ma questa, per ora, è un'altra storia...).
Tutto ciò è il modo più adeguato per commemorare il dr. Laviola nel suo venticinquennale dalla morte, gennaio 1991.

Se l'indole verso la politica del dr. Laviola sovrasta - a volte - ampiamente l'aspetto professionale, sarebbe necessario specificare che il suo interesse archeologico rappresenti solo un'ottica residuale della sua personalità. Purtroppo, in tanti preferiscono parlare di Vincenzo Laviola "archeologo", come se si scegliesse l'argomento più asettico e poco compromettente di cui occuparsi in un pensiero unico.

Farsi nutrire di questa retorica è un rischio che si riflette nella libertà dell'uomo.


3.
L'archeologia era l'ultimo dei pensieri e degli interessi del dr. Laviola e tutti gli amendolaresi sono a conoscenza che egli se ne occupò pubblicamente solo all'età di cinquant'anni. Se non fosse stato così, con l'avvento della Repubblica egli avrebbe ignorato il fascismo e invece ha liberamente perorato la sua ideologia anche negli anni successivi; altresì si sarebbe dedicato all'archeologia per rimuovere dalla sua vita la politica fascista, come erroneamente appare dalle fantasiose descrizioni contemporanee.

Laviola si occupò pubblicamente dell'archeologia solo all'età di cinquant'anni, proprio quando la sua piccola e segreta collezione diventò prima un museo personale; questo si era talmente ampliato e fu necessario parlarne per ottenere in uso un "deposito" in cui ospitare centinaia di reperti non classificati, ma che incominciavano a essere ingombranti. I pazienti gli offrivano reperti autentici e apocrifi e la sua passione ed entusiasmo aumentarono. Se si immagina la realtà sociale e la vita quotidiana dell'epoca si può anche comprendere lo spirito di assoggettamento della gente semplice verso l'autorità del medico, a cui il popolo offriva oggetti graditi o per entrare nelle sue grazie - a volte realizzati con le proprie mani - e poi accatastati in una miscellanea. Proprio questa miscellanea fu la causa dello scorretto allestimento del museo di Amendolara, di cui negli anni novanta solo il "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio" rilevò le deficienze in luogo dei tecnici preposti a selezionare i reperti; in luogo del pressapochismo di chi - incurante della dichiarazione di dilettantismo dell'interessato - parlava del dr. Laviola come di un archeologo esperto, con locuzioni del tipo "di archeologi così ne vorremmo tanti".
L'archeologia fu semplicemente un'attività rilassante per il dr. Laviola; egli stesso spiegò ripetutamente di sentirsi un dilettante dell'archeologia e non dovrebbe essere uno scandalo definirlo come egli amava dichiarare - conoscendo la propria indole e i propri limiti - senza apparire un adulatore. La verità è che sotto l'aspetto squisitamente tecnico il dr. Vincenzo Laviola non può essere definito neppure un "dilettante sociale". Tale, infatti, è colui che pur non possedendo i titoli professionali adeguati ha una conoscenza approfondita della materia da essere equiparato a un professionista. Fra l'altro, Laviola ha dimostrato tutto ciò non riconoscendo la cosiddetta "testa di mazza" come un sasso qualsiasi, piuttosto che un reperto archeologico. E' necessario ricordare che fu proprio la "testa di mazza" - per la quale il "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio" mise in crisi l'allestimento del museo - a dare avvio al decisivo intervento correttivo ordinato dalla Soprintendente dell'archeologia calabrese dottoressa Elena Lattanzi. In una telefonata a me diretta (conservata nell'Archivio del Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio), proprio la Lattanzi chiese scusa per gli errori commessi nell'allestimento del Museo Archeologico di Amendolara.
Questa è la trascrizione della telefonata:

"Pronto professor Turi sono la dottoressa Lattanzi la chiamo per quei suoi articoli che mi dispiace vorrei chiarire un pochino in seguito alle sue segnalazioni noi abbiamo già da tempo smontato delle vetrine e giustamente lei aveva segnalato qualcosa che non andava bene noi ci siamo appoggiati talvolta anche a studiosi locali a ditte locali con risultati non sempre adeguati comunque se lei ha piacere di parlare io sono 0965 21224 per darle altri chiarimenti grazie".

Una fase della storia che non può essere dimenticata se si vuole parlare di archeologia in Amendolara!

Il dado è tratto. Chi ignora la "Questione archeologica" sollevata con successo dal "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio" negli anni novanta - della quale si è parlato diffusamente anche in questo sito - fa male unicamente a sé stesso, perché dimostra incompetenza per la storia di Amendolara.

Nel corso delle conversazioni con coloro che arrivavano in Amendolara per incontrarlo, riconoscendolo artefice del museo, Laviola si arricchiva da un lato, mentre dall'altro si dedicava autonomamente a studiare; pertanto egli aveva raggiunto una preparazione personale teorica finalizzata unicamente allo studio dell'archeologia di suo interesse, come qualsiasi cultore della materia e si dedicò anche alla scrittura. Tuttavia, Laviola non poteva essere annoverato fra gli scienziati che affrontano la ricerca archeologia sul campo. Questa è la dimostrazione per la quale egli, essendo anche saturo di conoscenze teoriche, non fu capace di individuare i falsi reperti contestati dal "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio". Non solo.

Laviola fece un uso incontrollato della sua carica di Ispettore archeologico onorario in Amendolara.


4.
Egli riuscì a fermare i lavori di una costruenda casa per l'asserita presenza di ruderi dell'epoca romana. Da parte mia era la consapevolezza sociologica che tutto questo non corrispondesse a verità e alcuni muri affioranti e cocci rappresentassero ruderi di costruzioni più recenti e nulla avessero a che fare con le opere dell'antichità. Non fu possibile ridurre il dr. Laviola a ragionamenti interdisciplinari per i quali egli fosse in grado di comprendere l'errore di interpretazione e lo comunicasse alla Soprintendenza archeologica. Ipse dixit, come suo carattere.
Pertanto, da Sibari, riuscii a portare sul sito anche il giovane Soprintendente dell'epoca per effettuare alcuni sondaggi, durati un'intera giornata, dei quali le maestranze e l'ospitalità furono a mio carico. Affiorarono i medesimi "reperti" apocrifi, palesemente lontani dall'epoca presunta, attorno ai quali - durante il pranzo - spiegai al Soprintendente territoriale i contesti ambientali e storici impossibili da associare al presunto insediamento di epoca romana. Non ci fu alcuna controdeduzione dialettica, tranne la conferma silenziosa e pervicace del fermo edilizio.
Convinto delle mie ragioni mi recai alla sede della Soprintendenza a Reggio Calabria, dove il Soprintendente regionale dr. Giuseppe Foti ascoltò lungamente e con attenzione i miei chiarimenti, per i quali i precisi reperti non avessero alcuna relazione con l'epoca romana. Il dr. Foti, per la verità, non avendo visitato il sito, non si sbilanciò molto ma ritenne verosimili le mie argomentazioni e smentì la ferma convinzione per la quale il dr. Laviola avesse proposto il fermo dei lavori.
Dopo pochi giorni arrivò una lettera del dr. Foti nella quale veniva concessa la ripresa dei lavori di scavo per le fondamenta della casa e per costruire unicamente su pilastri, come se fossero palafitte.
Mai presi visione della lettera del dr. Foti, pur essendo stato personalmente l'artefice delle iniziative che portarono allo sblocco che consentì al proprietario del terreno di costruire la sua casa. Questi non era capace di affrontare i suoi problemi e sperava continuamente che altri se ne occupassero, senza esprimere alcuna gratitudine. Dopo aver ricevuto la lettera del dr. Foti, il soggetto non usò la cortesia di mostrare il suo contenuto che spiegava ciò che altri avevano realizzato in suo nome. L'uomo ebbe, evidentemente, solo l'ardire di non rispettare il vincolo imposto dal dr. Foti, costruendo la sua casa anche sul piano terreno e violando la norma imposta e distruggendo i ruderi affiorati, i quali - pur essendo apocrifi - avrebbero potuto essere utilizzati sul piano estetico. In questo caso la Soprintendenza avrebbe dovuto e potuto fare di più nell'imporre il rispetto della decisione dettata dal dr. Foti.

Pur essendo stato artefice del fermo edilizio, in tutta questa fase il dr. Laviola si dileguò.


5.
Laviola era così rigoroso nel definirsi perché desiderava che fosse sottolineato l'aspetto della sua personalità impegnata in politica e società e nella professione medica, piuttosto che essere ricordato come "archeologo" dilettante. Non è stato compreso e proprio questo è il motivo dell'infortunio commesso dal Sindaco di Amendolara dedicando la Mozione "contra personam" n.36, nella seduta del Consiglio comunale, il 18 novembre 1997. Ribadire questi concetti sotto l'aspetto del metodo scientifico - di cui nella mia professione mi occupo da sempre - senza invadere la professionalità archeologica, vuol dire rendere adeguatamente omaggio al dr. Laviola. Spiegare agli amendolaresi che al dr. Laviola avrebbe fatto piacere essere definito un dilettante dell'archeologia è il modo migliore e onesto per rendergli omaggio; infatti, dalla sua passione è nato un museo potenzialmente utile per il quale allestimento sarebbe stata necessaria una maggiore attenzione da parte degli esperti veri. Ciò che oggi si può osservare con grande evidenza e rammarico è che a nessuno sfugge che il sito archeologico di Trebisacce stia ricevendo maggiore attenzione a ogni livello e che il museo amendolarese lo stiano facendo depauperare; oltre al "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", nessuno altro lo denuncia. Non a caso, il Museo Archeologico di Amendolara appare avulso, estraneo, scollegato dalla cittadinanza e dalla classe politica e dall'Amministrazione comunale.

Solo dopo aver spiegato il contesto culturale entro cui Laviola si è mosso, si potrebbe dire che egli sia stato un importante artefice della raccolta di reperti utili a conservare in una miscellanea la memoria del territorio amendolarese. Dedicare un convegno a questo piccolo aspetto della sua variegata personalità è molto, moltissimo riduttivo; anche perché farlo senza una valutazione comparata sembra che l'archeologia sovrasti le altre sue attività più considerevoli. D'altra parte, Laviola non avrebbe gradito un convegno a lui dedicato sull'aspetto dilettantesco della sua attività, ignorata nella parte più significativa e influente: la politica e la professione. Questa considerazione è talmente elementare che sarebbe inutile parlarne.

Tuttavia, da quel misto materiale raccolto dal dr. Laviola si è giunti alla famosa convenzione del 1992 stipulata tra l'Amministrazione comunale di Amendolara e la Soprintendenza archeologica della Calabria allo scopo di istituire il museo archeologico che tutti conosciamo. Fu così modificata la destinazione d'uso del mai utilizzato mercato coperto costruito molti anni prima. Tutto merito della "passione" in archeologia del dr. Laviola; appassionato anche nella scrittura.

Definirlo uno storico appare ugualmente esagerato.


6.
Il dr. Laviola era un vecchio laureato in medicina e ben sapeva che lo sviluppo di una tesi di laurea ha una sua logica intrinseca e serve anche ad acquisire le modalità scientifiche per elaborare un libro. Altrimenti che laurea sarebbe?
Proprio per aver compilato la sua tesi di laurea e impadronitosi della tecnica per la stesura di un libro, Vincenzo Laviola sapeva bene che su ogni argomento e su ogni evento era necessario documentarsi sui precedenti autori e sapeva bene che - in mancanza di una bibliografia completa - il proprio lavoro o qualsiasi evento sarebbe rimasto in un ambito trascurabile. Egli quindi non mancò di documentarsi prima di tutto sui lavori altrui già svolti e sugli autori allo scopo di dimostrare la padronanza del proprio argomento trattato. Egli sapeva che citare un autore sugli argomenti trattati rappresenta un obbligo per chi scrive o realizza un evento per non essere definito un dilettante; sotto questo aspetto, il dr. Laviola non era un dilettante né un erudito, ma un vero intellettuale rigoroso d'altri tempi. Tuttavia, alcuni suoi scritti appaiono ingenui in certi aspetti - e reticenti in altri - perché si basano prevalentemente sui suoi ricordi e sugli incontri avuti nel salottino della sua casa e appaiono carenti di valutazione comparata. Infatti, dedicandosi alla storia di alcuni amendolaresi, egli trascurò tratti significativi e fondamentali della vita altrui.
D'altra parte - oltre che dal metodo - i saggi si giudicano proprio dalla possibilità che altri siano, oppure no, in grado di completare l'argomento trattato sotto un aspetto più squisitamente scientifico.




PS
Testo dedicato al dr. Vincenzo Laviola, scritto e pubblicato nell'anno 2004:
Il benemerito dr. Laviola, mio amato parente e medico della mia famiglia per tutta la sua vita, si sentì legato moltissimo alla sua terra, al punto da credere, appassionatamente, di vivere in un luogo fantastico e amava profondamente i suoi assistiti. Tutti i suoi pazienti erano bene a conoscenza che egli era molto legato al suo luogo di nascita e sapevano che avrebbe gradito con immenso piacere oggetti della tradizione contadina, nonché oggetti naturali dalle strane forme. Per il dr. Laviola tutto questo rappresentava un modo per esaltare ancora di più il suo paese. Molti amendolaresi, legati al dr. Laviola, volentieri gli offrivano gli oggetti ritrovati qui e là ed erano anche propensi, per il suo piacere, a fabbricarli o realizzarli, in pietra o terracotta. Lo facevano solo per il piacere che il gesto avrebbe procurato al dr. Laviola. D'altra parte, i contadini e i ragazzi erano particolarmente ingegnosi nel compiere i lavori manuali.
Da queste gentilezze, ricevute dai suoi pazienti, il dr. Laviola iniziò una raccolta di oggetti e reperti di ogni tipo che fece maturare in lui, nel corso degli anni, la possibilità di allestire un Museo archeologico. Proprio il suo acceso e perdonabile sciovinismo lo indusse a riunire insieme il sacro e il profano. Ma l'interpretazione scorretta dei reperti non ha origine nel dilettantismo dichiarato del dr. Laviola, che pure è necessario esaminare nel caso di conversazioni di carattere scientifico. Piuttosto, il dr. Laviola fu molto ma molto lungimirante. Egli comprese che i pezzi raccolti nei magazzini e non ancora analizzati scientificamente avrebbero, tuttavia, potuto contribuire ad uno sviluppo culturale possibile per il suo paese. Di questo bisogna dargliene atto.
Erano altri tempi ma gli amendolaresi non possono non essergli grati, anche se oggi è necessario compiere azioni culturali e scientifiche più rigorose e coerenti con lo sviluppo e anche per evitare il rischio di dubbi e contestazioni.
(Rocco Turi)

Altri riferimenti al dr. Laviola possono essere recepiti all'interno di questo sito.
Il "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio" è aperto al pubblico dibattito.


www.amendolara.eu
febbraio 2016



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