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Salvatore Farina, scrittore operaio di Amendolara

Centro Studi per Amendolara



IL TIRACCIO, anno XX, n.5, giugno 1994, p.8.
Salvatore Farina, scrittore operaio di Amendolara.
"Storia di un emigrato" tradotto in tedesco.
Di Rocco Turi


A cura del CSA <<Centro Studi per Amendolara>> Dipartimento di Ricerca Sociale.
In questo articolo viene ripresa e integrata la recensione di Rocco Turi apparsa in
CALABRIA LETTERARIA, anno XXXVI, n. 7-8-9, settembre ottobre novembre 1988, p. 118.


Snobbato per gelosia e sufficienza al suo paese, Salvatore Farina, emigrato da trent'anni in Germania, continua a prendersi tante rivincite. Un libro di successo, la giusta collocazione del monumento ai caduti nella villetta comunale di Amendolara Marina e la sua opera di difensore dei diritti degli emigrati all'estero, fanno di questo personaggio un simbolo di civiltà e di riscatto per la collettività amendolarese legata ancora ai clan e alla dipendenza psicologica. Il "Centro Studi per Amendolara" rende omaggio a una persona semplice che ha dato un contributo culturale vero e importante a questo paese.

Tradotto in tedesco "Storia di un emigrato" (Jaka Book - Qualecultura, 1987) con nota di Domenico Scafoglio, l'opera prima di Salvatore Farina. Con un linguaggio crudo, essenziale, lo scrittore-operaio di Amendolara ha riversato sulle pagine di un libro tutta la rabbia dell'operaio, la forza della disperazione dell'emigrato, la nostalgia di chi è lontano dalla sua terra. Il libro di Farina è destinato a segnare la storia sociale di questo secolo in terra altojonica. E' un'opera che meriterebbe di essere letta dai ragazzi amendolaresi, dagli studenti e dai notabili perché possano capire qual è stata la storia reale di questo paese. Storia di povertà, di privazioni, di sacrifici e non di uomini illustri e carriere strabilianti, così come raccontano sciovinisticamente e senza pudore.

Da diversi anni in tutti gli ambienti culturali più vivi ed avanzati emerge la necessità di rivalutare una forma di espressione scritta che affida al linguaggio diretto dei protagonisti la rappresentazione della antropologia del vissuto.
In tal modo da essa è possibile evidenziare uno spaccato della realtà storico sociale della cultura del recente passato che altrimenti andrebbe perduta, così come è ormai dimenticata la cultura popolare dei secoli scorsi che, tuttavia, si cerca di recuperare attraverso i racconti orali dei più anziani e le ricerche basate sulla documentazione piuttosto fredda delle statistiche.
Le nuove forme di espressione popolare scritta portano, così, alla ribalta testi ed autori "non regolari" che fanno spesso rabbrividire le aree più conservatrici della cultura classica, fautrici di una letteratura cosiddetta "pura" e sintatticamente corretta.
Ciò nondimeno, la lista dei franchi narratori, appartenenti per lo più alle categorie sociali meno abbienti, produce una massa di dati talmente ampia da favorire la conoscenza di una realtà sociale che la cultura opulenta tenta di rimuovere. Per tale motivo nelle Università, accanto ai classici di studi sociali ed antropologici, si impone ormai da tempo l'idea di associare ad essi tutti quei testi di cultura popolare utili ad una visione più completa delle radici del mondo contemporaneo che anche per gli anziani costituisce solo un ricordo. Ritornano così alla mente i libri di Tommaso Di Ciaula, un operaio metalmeccanico del sud che, attraverso il suo volume - Tuta Blu, Feltrinelli, 1978 -descrive le ire, i ricordi, i sogni e le alienazioni di un uomo costretto ad annullare la sua specificità di contadino pugliese per rincorrere forzatamente un mondo che non gli appartiene, da cui riflettono il disagio di una intera generazione e la crisi di una società.
La schiera di "Franchi Narratori" viene oggi ad allungarsi con Salvatore Farina attraverso il suo libretto "Storia di un emigrato", giunto ormai alla sua seconda edizione italiana ed alla traduzione tedesca con il titolo <<Geschichte Von Einem, Der Emigriertist.>>
Farina, contadino calabrese di Amendolara, nel suo volumetto descrive la vita grama, piena di stenti ed il disagio quotidiano di una intera generazione di emarginati costretti all'emigrazione: <<...mia madre per lavare la biancheria doveva andare al fiume, per bere io caricavo i barili su un asino e dovevo andare alla sorgente che era sei chilometri distante...>>.
Ben presto Salvatore Farina intuisce che le condizioni imposte dall'ultima guerra, specie per la società meridionale e per le classi più povere, lo porteranno a soffrire duramente: <<...all'età di sedici anni iniziammo l'emigrazione.>>.
Comincia così la "grande speranza" del boom migratorio verso la Svizzera e verso la Germania per migliaia di operai meridionali. Tuttavia, come scrive Farina, <<la discriminazione, i maltrattamenti, li può conoscere solo chi ha vissuto... dormivamo nelle baracche sei persone per ogni stanza di sedici metri quadrati>>.
La mobilità sociale, il frequente cambiamento dei rapporti e delle relazioni con soggetti dalle diverse culture ed etnie, le esperienze negative contrarie alle aspettative promosse dalla emigrazione di massa degli anni sessanta, i frequenti viaggi al paese natio per alleviare la nostalgia, l'alienazione e l'amarezza affrontati in giro per l'Europa, fanno di Salvatore Farina un uomo maturo nonostante i mormorii dei suoi concittadini: <<questo è tornato, non gli piace il lavoro, è un vagabondo>>. Sente così un forte desiderio di riscatto e di rivalsa per una classe operaia dominata duramente dagli imprenditori tedeschi e decide, intanto, di commemorare tutti i caduti emigrati nel mondo attraverso la costruzione di un monumento, cui partecipano tutti i calabresi di Norimberga ad eccezione dei propri concittadini di Amendolara ("in quella zona nessuno ha capito l'importanza di quel monumento!").
Salvatore Farina: <<Il monumento è stato costruito con tanti sacrifici degli emigrati e con la solidarietà degli amici del Movimento Meridionale. Non è un monumento greco che ricorda le battaglie. Questo monumento rappresenta il sacrificio degli emigrati che resta nella storia della Calabria. Da anni migliaia e migliaia di lavoratori hanno lasciato la loro terra, la loro casa, le loro famiglie per andare a guadagnare un pezzo di pane con il loro onesto lavoro, e tanti non hanno avuto la fortuna di tornare. Per questo io dico alla mia famiglia e ai miei amici che quando sarò morto non c'è bisogno della visita al cimitero, ma se qualcuno vuol venire a farmi visita deve venire al monumento perché io sono là che riposo con tanti e tanti lavoratori amici caduti>>.
Non è tutto. Farina, pur mantenendo i valori della propria cultura originaria ne accetta altri della nuova società per cui, agendo come filo di congiunzione fra connazionali emigrati e popolazione indigena, profonde anche un notevole impegno sociale e politico essendo, nel frattempo, eletto presidente del Circolo "Calabria" di Norimberga e poi del "Centro Emigrati Meridionali CEM".
Salvatore Farina, nella sua nuova veste di rappresentante politico di una consistente quota di emigrati calabresi in Germania, ritorna sempre più frequentemente nella sua Calabria, illudendosi che la cultura sociale e civica abbia fatto progressi anche al suo paese. Tuttavia, il suo impegno non viene legittimato dai suoi concittadini, sempre arroccati, al di là delle apparenze, ad un animo classista e antioperaio, rude.
"Storia di un emigrato" (Geschichte Von Einem, Der Emigriertist), invece, è da considerare un testo significativamente carico di storia sociale, di umanità e di vita vissuta, rappresentativo della classe operaia industriale degli ultimi trent'anni; un libro da offrire in eredità alle nuove generazioni di operai tecnologici.
Purtroppo, di Salvatore Farina e del suo libro i notabili del paese non sanno cosa farsene. "Scrive male, in dialetto, e possiamo solo riderci un pò su", questo è stato detto ad Amendolara. E di chiedere un libro a gratis a Salvatore Farina ci hanno pensato quasi tutti. Chi scrive è fra i pochissimi che vedendo la prima volta questo libro sul banchetto del giornalaio di Amendolara Marina lo ha acquistato con estrema curiosità - così come ha acquistato pure altri scritti su Amendolara - senza attendere di "risparmiare" quelle poche migliaia di lire richiedendolo all'autore: il privilegio di scrivere liberamente ha un prezzo!. Ma altri, probabilmente, sperano di richiedere ancora a gratis a Salvatore Farina una copia del suo libro in tedesco. Chi scrive si è adoperato subito affinché il libro fosse presentato ufficialmente al pubblico amendolarese. L'amministrazione comunale non ha giudicato il volume all'altezza di altri verso cui ha concesso patrocinio e sponsorizzazione. Anzi "un libro in dialetto così saprebbe scriverlo chiunque" e non sarebbe stato il caso di spendere per esso neanche una lira bucata. E poi Salvatore Farina "è un avversario e non darebbe il suo consenso alla nostra politica...".
La scuola. Il volumetto di Salvatore Farina avrebbero potuto adottarlo nelle classi e studiarlo a fondo con tanto di analisi e ricerche su un problema che ha riguardato tutte le famiglie amendolaresi e la storia sociale della comunità paesana. E invece ha prevalso l'idea di non suggerire ai genitori l'acquisto di quel libro. Ma è sempre possibile. O no?
Gli altri. Al contrario degli amendolaresi, "Storia di un emigrato" è stato giustamente premiato alla XXX edizione del Premio Internazionale dei Due Mari 1990 e Salvatore Farina (nemo propheta acceptus est in patria sua) ha ricevuto il riconoscimento nella sezione "Socialità" con la seguente motivazione:
<<Fondatore ed attuale Presidente del CEM (Centro Emigrati Meridionali) di Norimberga, nonché rappresentante delle Associazioni calabresi residenti in Germania presso la Consulta dell'Emigrazione della Regione Calabria, per aver validamente operato per l'elevazione culturale e morale di coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra nell'affannosa ricerca di lavoro e di un tozzo di pane purchessia, affrontando avventurose peregrinazioni in angoli di mondo spesso ostili ed inospitali, in un'atmosfera d'angoscia e di disperazione, proiettando le sue amare esperienze in un volumetto autobiografico dal titolo "Storia di un emigrato" coedizione "Qualecultura - Jaca Book", in cui si snodano con violenza le "vicende del suo tempo umano e storico">>.
E' inutile dire che "Storia di un emigrato" non completa la conoscenza di una questione amendolarese - che non è mai stata risolta, ma neanche affrontata - e ne costituisce solo un aspetto. Affinché la gente prenda coscienza effettiva dei problemi di questo paese la via da percorrere rimane, senza alcun dubbio, un buon Sinodo parrocchiale. Ma questo interessa poco gli amendolaresi, impegnati come sono in ben altre faccende. Chissà cosa ne pensano i sacerdoti?
Salvatore Farina sa - più degli amendolaresi - di essere l'autore di un volume che, oltre ad essere testimone di un tempo importante di questo secolo, nel paese snobbano per invidia e altezzosità. In fondo tutti avrebbero voluto scrivere un libro così. Ma Salvatore non provi però a scrivere altro. La sua opera è e dovrà rimanere questa. Va bene così. Bene la prima!



www.amendolara.eu
aprile 2012


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