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Una foto per riflettere, ricordando Vincenzina Tucci

Centro Studi per Amendolara



IL TIRACCIO, anno XX, n.9, dicembre 1994, p. 9 e 10.
Come eravamo.
Da un vecchio album una foto per riflettere.
Di Rocco Turi

Iniziativa a cura del: "Centro Studi per Amendolara e l'Alto Jonio".

La pubblicazione di questa fotografia è occasione per riflettere sul "tempo" e sulla nostra identità storica.

Si tratta di un'antica foto a tutta pagina avente come soggetto numerose donne di Amendolara, vestite di nero, in posa accanto alla statua della Madonna nel corso di una processione. La foto risulta pubblicata nella pagina precedente del medesimo giornale. Verrà ripubblicata anche in questo sito internet. (RT)

Nell'attuale società post-industriale, il "tempo fisico" ed il "tempo sociale" tendono ad avere sempre più un distinto approccio con la vita quotidiana.
Come dice Ferrarotti "forse per la prima volta il tempo diviene merce scarsa" e nella società umana fa il suo ingresso una fretta generalizzata, angosciante e frenetica. Non a caso, sempre più spesso si sente dire "non ho tempo", "vorrei che la giornata durasse quarantott'ore" e, alludendo al tempo meteorologico "che tempo fa?", per spiegare che non si ha più tempo "per fare le cose", che non si ha più il tempo di "guardare fuori dalla finestra".
Anche i ritmi del vecchio contadino meridionale, prima scandito dall'antico motto "da scuro a scuro", per indicare il proprio lavoro nel corso di tutto l'arco della giornata, diventano inattuali perché egli è ora sostituito da una macchina che riproduce più velocemente la sua attività.
L'artista non gradisce più i vecchi schemi del mecenatismo medioevale, allorché lavorava in cambio della sussistenza fisica, ma diventa anello della sponsorizzazione selvaggia per cui l'opera "deve" essere realizzata in brevissimo tempo.
Lo scrittore "deve" completare la sua opera perché l'editore aspetta e ha fretta.
Non si ha il tempo per il "non lavoro", inteso come riposo e come partecipazione attiva alle feste che in passato si presentavano periodicamente nella vita di ognuno. Matrimoni, battesimi, feste popolari, ma anche morti e funerali e qualsiasi evento collettivo rappresentavano parte integrante della vita materiale dell'individuo. A volte una necessità.
Oggi non si ha più il tempo per fare queste cose. Si lavora e si producono opere manuali o intellettuali. Lo stress, però, genera atteggiamenti che in passato non avevano alcuna ragione di esistere.
Come fare, allora, per riservare alle future generazioni i ricordi, i sapori, le scene di vita materiale e quotidiana del passato - ormai dimenticate a causa del ritmo frenetico impresso dalle macchine, a cui gli uomini non possono non uniformarsi per non restare esclusi? Come mostrare la regolarità di vita pacata e serena, razionale e priva di stress e di frenesie dei nostri antenati? Certo, leggendo i testi non sempre fedeli della nostra storia sociale.
Oddìo. Un laboratorio etnografico sarebbe proprio da queste parti; in questi paesi dell'Alto Jonio dove, in particolare, Amendolara eccelle per dichiarata apatia. Un luogo - Amendolara - dove si ama ripetere che la vita si riproduce intatta senza nessuna voglia di creatività; un luogo dove alcuni giovani amano ripetere che basta attendere senza impegno perché, tanto… "a trent'anni il lavoro arriverà" (leggasi: "cadrà dal cielo come una legge divina"); un luogo dove il gioco delle carte, la passeggiata fra le "solite persone", la sosta sui gradini della Croce o al solito angolo della Piazza darebbero tutto il tempo di spiegare alle giovani generazioni la vita quotidiana del passato e di ripeterla come una filastrocca ogni giorno e ogni mese. Purtroppo il non impegno e l'accidia verso queste cose cancella anche la tradizione. In questo modo, anche il possibile ruolo di laboratorio etnografico di Amendolara fallisce e nulla è più possibile recuperare.
Oltre i testi, allora, cos'altro è più immediato e descrittivo di una foto d'epoca?
Le fotografie diventano così oggetti codificati e codificabili, nonché un laboratorio di memoria che penetra la realtà viva del sociale; fissa un patrimonio culturale altrimenti in via di estinzione; ricostruisce la storia della comunità attraverso le immagini a volte banali, a volte geniali di chi le ha cercate nel tempo che è trascorso.
La raccolta di fotografie d'epoca si propone come una storia sociale "dal basso", come sociologia viva delle classi dipendenti e periferiche nella struttura sociale, in particolar modo nelle aree geografiche subalterne, povere, emarginate, meridionali; la fotografia "dà voce" a chi non sempre ha avuto un preciso orizzonte di ascolto.
La ricostruzione della vera storia sociale e antropologica di questo secolo non può non riproporsi allora attraverso la fotografia.
Questa è stata l'idea del "Centro Studi Per Amendolara e Per l'Alto Jonio" nella pubblicazione della foto riprodotta oggi sul Tiraccio. E' una foto scattata ad Amendolara nella prima metà di questo secolo e riproduce la processione del Venerdì Santo. E' una foto simbolica che stimola alla riflessione seria coloro che hanno il tempo per dedicarsi ai fatti del focolare e della tradizione. Per crescere anche a ottant'anni.
Ci rendiamo conto che sarebbe necessario possedere anche gli strumenti professionali per questa riflessione (così come per altri ragionamenti), altrimenti tutto apparirebbe uguale e non noteremmo le differenze e saremmo tutti esperti nelle specificità altrui, tutti medici o astrofisici, tutti maestri o geometri, o progettisti, tutti psicologi o sociologi. Ad ognuno la sua professione. Certo. Ma tutti potremmo riflettere ai nostri specifici livelli concettuali e giungere, secondo il personale bagaglio, a suggestive analisi.
Quelle donne vestite di nero, quella società antica, retriva… Cosa stimolano nella nostra mente? Quanti passi avanti sono stati compiuti da allora? Ma chi se la sente di affermare primati strabilianti? Chi se la sente di riconoscere, nonostante le "nuove vesti", passi di retroguardia rispetto ad altri territori? Davvero tutti uguali? Mal comune, mezzo gaudio? Oppure fatalismo incorreggibile?
Per questa fotografia è d'obbligo ringraziare la signora Vincenza Tucci di Amendolara. Non è semplice visionare ad Amendolara foto antiche da album di famiglia. La signora Tucci ha mostrato una grandissima sensibilità. Una vera eccezione.
Esiste qui infatti una particolare tendenza al possesso della "roba" unicamente per il gusto di esserne proprietario assoluto. Ma la roba com'è noto non viaggia con sé, né con i propri eredi. Quale sentimento allora spinge la gente a rifiutare di mettere a disposizione documenti che altrimenti resterebbero senza valore simbolico collettivo?
In una pausa di lavoro il prof. Pino Arlacchi, sociologo calabrese ora deputato, ci spiegò che non è il "documento" importante il segreto che aiuta a scrivere cose importanti; è la capacità d'uso che di esso si ha. Allora, chi non offre la disponibilità di un documento fotografico e lo trattiene per sé non si arricchisce e il documento non acquista alcun valore simbolico. Esso non rappresenta neppure una esclusività perché i documenti fotografici (e altri) sono diffusi e non tutti preferiscono custodirli gelosamente. Così come ha fatto la signora Tucci a cui rivolgiamo un caloroso ringraziamento.
La foto di gruppo, la foto sociale, la foto di famiglia, solo se entrano in un circuito aperto a un pubblico non direttamente coinvolto nell'immagine acquistano valore e si adeguano alle esigenze interpretative della collettività. Ecco perché è importante riaprire i propri album di famiglia e - più che custodirli morbosamente e gelosamente - disporne la visione agli studiosi che analizzano e interpretano la società al di là e al disopra degli improvvisati esperti che procedono a naso e senza adeguati strumenti scientifici di interpretazione.
L'immagine fotografica, con la sua organizzazione fortemente intinta di simbolicità, contiene una profonda articolazione di simboli che, immessi in un circuito di relazioni sociali, fanno sentire l'uomo integrato al gruppo, alla società, alla comunità, al luogo ed ai luoghi.
Attraverso il valore simbolico delle cose spaziali, il palazzo, la strada, la fontana, il colore, la processione, l'oggetto dimenticato e riapparso nelle fotografie, assume rilevanza il senso della storia dell'individuo, l'esperienza comunitaria vissuta ed il livello di integrazione a questa.
Il centro storico, il paese, il gruppo assumono un significato estetico ed affettivo legato alla storia personale, famigliare, collettiva. L'appartenenza alla comunità dà sicurezza, protezione ed integrazione negli obiettivi futuri e nel benessere di essa.
La fotografia pubblicata oggi è perciò uno spaccato della storia di tutti i giorni altrimenti scomparsa; un documento destinato davvero a suscitare l'interesse delle prossime generazioni e delle prossime generazioni di studiosi. Un documento su cui riflettere, offerto a coloro che vivono questo tempo. Ai ragazzi e agli studenti dell'Alto Jonio. Alle scuole.


Questo scritto apparve su Il Tiraccio nel dicembre 1994. Come altre idee lanciate in passato, fa piacere che dopo sedici anni - nell'estate 2010 - sia stata organizzata in Amendolara una sebbène modesta mostra di fotografie a cui hanno partecipato numerose famiglie del paese. Purtroppo, al di là della fredda esposizione e della curiosità espressa, non è stato organizzato un convegno né compiute analisi né pubblicato un catalogo nel quale si potessero divulgare idee, storie e riflessioni per la crescita culturale dei cittadini del paese. E' come se ad Amendolara fossero sufficienti le "infarinature". Il presente articolo del 1994 rimane ancora l'unica analisi sociale di riferimento per gli amendolaresi.


www.amendolara.eu
Giugno 2012


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