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Una pagina di storia amendolarese

Centro Studi per Amendolara



CALABRIA LETTERARIA, anno XXIX, n. 7-8-9-10-11-12, p. 35,
luglio agosto settembre ottobre novembre dicembre 1981, p. 35.
Una pagina di storia amendolarese.
Di Rocco Turi

L'Università di Amendolara nel 1764 propose 23 capi di accusa contro la duchessa Monteleone Pignatelli, posseditrice del feudo di Amendolara.
Il Consigliere Carfora, allora commissario, accolse i motivi addotti dalla Università di Amendolara ma la duchessa si appellò e si tenne una nuova causa il 5 febbraio 1766.
Il Regio Consigliere D. Gennaro Carissimi revocò tre dei capi decisi dal Consigliere Carfora, non essendosi l'Università di Amendolara fatta difendere da alcuno, e si impose perciò di corrispondere alla duchessa Pignatelli quanto dovuto per intero.
La causa fu di nuovo riproposta il mese di agosto dello stesso anno e le ragioni dell'Università furono difese dall'avvocato Gaetano Biase de Marinis.
Ma la decisione della causa fu di nuovo differita. I tre capi in questione sono di seguito riportati.
Nel primo capo la duchessa pretendeva che ogni persona, che possedeva buoi da tiro dovesse corrispondere ogni anno 5 grani e 3 stoppelli di grano per ogni bue. Nella causa tenuta nel 1764 il Consigliere Carfora aveva ordinato che l'illustre duchessa doveva astenersi dal pretendere i 5 grani e i 3 stoppelli di grano per ogni bove.
Nella causa tenutasi il 5 febbraio 1766 fu invece deciso che la illustrissima duchessa potesse pretendere ogni anno 6 stoppelli di grano e 5 grani per ogni bue.
Il Gaetano Biase de Marinis prende pretesto da quanto affermato per dimostrare come sia ingiusta la decisione del S.C.: infatti gli stoppelli di grano richiesti erano 3 e non 6 ed inoltre la duchessa Pignatelli, volendo sostenere quella esazione, aveva già detto di concedere ai cittadini il diritto di pascere nelle mezzadrie feudali. Non era perciò giusto che l'S.C. avesse obbligato i cittadini a sostenere il peso delle esazioni senza nello stesso tempo concedere il diritto di pascolo, in modo che in appresso la duchessa non potesse loro negarlo. Inoltre per la decisione il S.C. si era basato su una capitolazione nella quale si diceva che bisognava pagare tutti i pesi universali e che per il resto doveva osservarsi la tavola della Bagliva. Detta tavola, però, era stata stilata da un certo Giulio Loffredo, che era già stato padrone di Amendolara. Il che faceva pensare che egli l'avesse stilata a suo talento, tanto più che l'estratto fu fatto da un notaio vassallo e perciò il documento esibito per parte della duchessa non poteva fornire alcuna garanzia di legalità.
Peraltro la duchessa non poteva pretendere tale esazione neanche per ragioni di fida o diffida; infatti, la fida poteva essere pretesa dai baroni solo dai cittadini forestieri, per conceder loro licenza di introdurre gli animali nel feudo, e la diffida poteva essere esercitata dal barone, che avesse la Bagliva, contro i cittadini, che possedevano animali, quando questi si trovavano a pascere nell'altrui territorio senza permesso.
La diffida, cioè, era una multa ed essendo questa atto di giurisdizione andava implicitamente annessa alla Bagliva.
Poiché quasi tutti i baroni del Regno possedevano la Bagliva, si andò diffondendo l'usanza di far pagare ai cittadini, che possedevano animali, un tanto all'anno per ogni capo e restare esente dalla diffida.
Ciò giovava sia al barone, che veniva ad avere una rendita certa dalla diffida i cui proventi sarebbero stati altrimenti incertissimi, sia ai cittadino possessori di animali, che non erano così soggetti ad alcuna vigilanza e, qualora avessero arrecato un danno, il danneggiato avrebbe dovuto desistere dal pretendere alcun risarcimento poiché avrebbe dovuto spendere più del quadruplo per presentare querela presso la corte Bajulare.
Perciò tale prassi portava gravissimo pregiudizio soprattutto alla povera gente che non possedeva, la quale poteva essere così danneggiata impunemente dai più ricchi e potenti cittadini che possedevano animali chi più chi meno. Tale fatto era stato messo in evidenza anche dal presidente Rapolla nel suo celebre trattato "De juere regni".
E del resto tale esazione non era mai stata sostenuta dal S.C., che sempre l'aveva sospesa a semplice ricorso da parte dcll'Università o dei cittadini. Perciò la duchessa che già non poteva pretendere quell'esazione per virtù della Capitolazione, non poteva neanche pretenderla per fida o diffida per quanto precedentemente detto.
Del resto i cittadini non volevano astenersi dal pagare il prezzo convenuto per la vendita dell'erba se uno di loro avesse voluto introdurre i propri animali nel territorio del barone, ma la duchessa voleva pretendere tale esazione oltre al prezzo dell'erba. E poi, faceva notare il De Marinis, in un tempo nel quale erano state tolte ai baroni le esazioni di strena, fascia, maritaggio, monacaggio ed altre, il supremo senato del S.C. deve ancora tenere queste leggi così ridicole delle quali i possessori di Amendolara mai nel tempo ne avevano voluto trarre beneficio?
Il secondo capo trattava del diritto di pascolo nei territori di Francile, Stellitano, Marina dell'oliveto e Tariana.
Il Consigliere Carfora aveva stabilito che di tali territori la duchessa poteva conservare il possesso ma non poteva negare il diritto di pascolo ai cittadini. Il S.C. invece aveva dato ragione alla duchessa negando qualsiasi <<uso civico>> dei territori. Il Gaetano Biase de Marinis precisava a questo proposito che le opposte decisioni prese dal Consiglier Carfora e dal S.C. dipendevano unicamente dal modo in cui i territori erano stati classificati. Infatti da parte della duchessa si sosteneva che tali terre erano difese e per prova erano stati prodotti alcuni contratti di affitto nei quali tali terre erano dette difese ed il S.C. aveva accettato questi contratti quali prove a favore della duchessa.
Però nell'anno 1701 quando dovette stabilirsi il valore del feudo di Amendolara il Duca D. Giacomo Pignatelli, allora possessore del feudo, classificò quei territori come burgenfatici, adatti cioè ad uso di pascolo senza tuttavia dirli difesi. I contratti di affitto prodotti dalla duchessa Pignatelli erano del 1749 in poi ed erano stati stipulati non con persone del luogo e perciò disinformati sulla reale natura dei territori. Né le affermazioni riportate in tali contratti di affitto potevano mutare quei territori da burgenfatici aperti e campestri in terre difese, poiché per far ciò devono concorrere i requisiti prescritti dalle leggi del Regno.
Inoltre al De Marinis era stato ribattuto che nei territori burgenfatici del barone aperti e campestri o anche seminativi, dopo fatta la raccolta delle biade, non si poteva in alcun modo concedere l'uso civico ai cittadini.
Il De Marinis contro-ribatteva questa affermazione con due argomenti.
Il Supremo Consiglio aveva deciso nella medesima causa che i cittadini nei propri territori appadronati non potevano impedire l'uso civico ed, inoltre, anche la duchessa nei propri territori poteva fare le mezane "relicto tamen usu civico".
Ora il territorio appadronato dei cittadini soggetto all'uso civico era secondo in De Marinis della stessa qualità e natura di quello burgenfatico del barone, poiche anche se un cittadino lo vendeva o lo trasferiva in altra forma al barone cambiava solo il nome del terreno che veniva detto burgenfatico, ma restava con le stesse servitù.
Perciò anche il territorio burgenfatico del barone doveva essere soggetto all'uso civico come i territori appadronati, anzi poiché il barone come primo cittadino doveva godere dell'uso civico nei territori appadronati dei cittadini, così anche questi dovevano godere dell'uso civico nei territori appadronati burgenfatici del barone.
Perciò i territori di Francile, Stellitano, Marina dell'oliveto e Tariana che erano territori appadronati burgenfatici dovevano essere soggetti all'uso di pascolo.
Inoltre secondo il De Marinis all'uso civico scambievole tra cittidini e baroni erano soggetti non solo i territori demaniali del feudo e dell'Università, ma anche i territori appadronati e campestri come riportato in molte leggi vigenti allora nel Regno.
Il terzo capo riguarda la pretesa da parte della duchessa perche le fossero corrisposti la quinta dell'olio e 45 grani per ogni sette tomoli di olive che venivano macinati nei suoi trappeti. Il Consiglier Carfora aveva disposto che entro quattro giorni le due parti si ascoltassero per mettersi d'accordo nel seguire le norme dei luoghi vicini e che nel frattempo venissero corrisposte alla duchessa le quinte, ad eccezioni dei territori chiamati volgarmente franchi rispetto a tale tassa. Il Supremo Consiglio aveva poi stabilito che dovevano intendersi franchi quei territori che possedevano l'immunità da almeno 15 anni e per stabilire il termine si procedesse a prendere sommaria informazione.
Il De Marinis fa notare che tutti quelli che possedevano territori franchi da tempo immemorabili, se mancavano della compilazione del termine dovevano nel frattempo soggiacere a quella tassa e né del resto si poteva affermare che ci voleva poco per la compilazione d'un termine sommario poiché l'esperienza insegnava che adoperandosi i baroni ogni anno a fare eleggere amministratori loro dipendenti, le cause fra vassalli e baroni si risolvevano sempre a vantaggio dei secondi.
Inoltre, dice il De Marinis, i possessori dei terreni franche, per i quali era pendente la compilazione del termine, non potevano essere soggetti alla tassa poiché al catasto nell'anno 1752 si era dichiarato quali erano i territori franchi e da allora in poi la duchessa non aveva mai preteso da questi alcuna esazione.
I terreni allora dichiarati franchi erano sicuramente tali poiché chi era soggetto al peso della quinta doveva pagare una minor tassa catastale. Inoltre non c'era solo la partita del catasto che giustificava i territori franchi, poiché fin dall'anno 1640 il possessore di Amendolara avendo trovato che vi erano tanti territori franchi domandò la defalcazione del prezzo del feudo. Una relazione del tavolario affermò che appunto vi erano tali territori franchi e concessa tale defalcazione.


L'articolo è illustrato con due disegni di Rocco Turi.


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luglio 2012



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