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Visita al Museo Archeologico di Amendolara. (1997)

Centro Studi per Amendolara



Visita al Museo Archeologico di Amendolara. (1997)

AMENDOLARA: LA QUESTIONE ARCHEOLOGICA 5. (1997)

Rocco Turi
Visita al Museo Archeologico di Amendolara


Inedito, ottobre 1997.


Infortunio senza precedenti in un Museo archeologico dello Stato. A oltre un anno dalla sua apertura si scopre che il Museo di Amendolara fu allestito con numerosi falsi archeologici. Inaugurato frettolosamente dall'Amministrazione comunale, il Museo venne ben presto contestato dal "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", il quale sulle pagine di questo giornale ne denunciò gravissime inesattezze e superficialità.
La pesante denuncia non passò inosservata. Con sollecita tempestività la dr. Elena Lattanzi, Soprintendente archeologico per la Calabria, ha provveduto a disporre la rimozione dei falsi "quattro pestelli in pietra", "punteruolo", testa di mazza ricavata da ciottolo", "ciottoli forati", "due punte di freccia in pietra", "raschiatoio in selce".
Il Museo di Amendolara, tuttavia, non è stato ancora "normalizzato" per fronteggiare una verifica a prova di rigorosa contestazione. Vi sono alcuni aspetti, già denunciati dallo scrivente, che andrebbero immediatamente riesaminati e discussi.

I. La vetrina già svuotata per disposizione della dr. Lattanzi conserva ancora alcuni "strumenti in selce" e "strumenti in ossidiana" inseriti in un contesto di oggetti in terracotta. Tali cosiddetti "strumenti" non sono altro che schegge fantasiosamente interpretate, di cui può aversi traccia in negozi specializzati ed in luoghi di vacanza. Basta fare, ad esempio, un viaggio alle isole Eolie. I ragazzi li offrono volentieri per poche lire ai turisti in transito, in cerca di suggestivi ricordi da portare a casa.
Impossibile che le schegge di ossidiana possano essere state trovate nel sito archeologico di Amendolara e possano rappresentare l'antica memoria della gente autoctona. Quelle schegge di origine vulcanica, nere a struttura vetrosa, presentano, al contrario, la lucentezza tipica della roccia fresca di recente spaccatura e le caratteristiche del souvenir acquistato in gita. Una scheggia o, come dir si voglia, uno "strumento in ossidiana" ritrovato in terra avrebbe quanto meno presentato una patina di corrosione e quel velo di opacità tipica del pezzo antico, da cui traspare la storia del luogo e la memoria del tempo. Quello "strumento in ossidiana" è simile, ugualmente lucente e ugualmente "volgare" a tanti pezzi posseduti da chi scrive, ritrovati nell'isola di Lipari, o venduti sulle bancarelle dai ragazzi dell'arcipelago. Se non originaria da Lipari, la provenienza dell'ossidiana esposta con enfasi nel Museo archeologico di Amendolara potrebbe provenire da bancarelle simili e non certo da un sito archeologico da cui gli oggetti assumono quella patina inconfondibile del tempo trascorso. Patina che sull'ossidiana contestata di Amendolara "vedono" unicamente coloro che non sono avvezzi alla materia e non hanno familiarità con il materiale. Non vi sono logiche di approccio culturale che giustifichino, pertanto, la presenza di quelle schegge di ossidiana nel Museo statale archeologico di Amendolara.
Lo stesso dicasi per i supposti arnesi in selce, anch'essi esposti in Museo come "strumenti" del neolitico, da cui per ordine della dr. Lattanzi è stato già eliminato il cosiddetto "raschiatoio in selce". Non si comprende perché, unitamente al raschiatoio in selce, non siano stati rimossi i cosiddetti "strumenti" in selce.
Quelle selci, così fatte, sono inconfondibilmente schegge che la natura ha così ben levigato da confondere chi non è esperto conoscitore del territorio e dell'ambiente. Ben altra cosa sono le 14 selci scheggiate del Paleolitico medio, provenienti da Cirella ed esposte nel Museo civico di Cosenza, di cui si ha traccia nella sua Guida. Da esse traspare sì il segno della memoria e, quanto meno, la patina del tempo trascorso, nonché l'indubbio valore scientifico dei reperti. Tuttavia, seppure si voglia mantenere in mostra l'ossidiana o la selce non come oggetti archeologici, ma unicamente come pezzi didattici del nostro tempo, sarebbe quanto meno azzardato accostarli in quella vetrina a reperti di altra natura che - questo si - la patina del tempo la dimostrano, eccome! Sarebbe quindi di gusto non fine continuare a mostrare a un pubblico competente una vetrina al di fuori da ogni contesto storico-archeologico e scientifico, nonché sotto l'aspetto formale, culturale e antropologico.

II. L' "ascia in pietra levigata", altro pezzo denunciato dal "Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio", rimasto esposto in vetrina può ritenersi autentico solo apparentemente. Nessuno ha la certezza che questo pezzo unico sia stato ritrovato nel luogo dichiarato. Vi sono buone ragioni che la sua provenienza sia estranea al contesto archeologico e culturale di Amendolara.
Inoltre, nessuno può dichiarare che un pezzo siffatto non possa essere realizzato - oggi - nel territorio amendolarese. Vi sono nel territorio circostante sassi dalle medesime caratteristiche e colore da cui può ricavarsi molto facilmente l'arnese che qui viene contestato. Chi non ricorda le famose teste di Modigliani "ritrovate" nel fiumiciattolo di Viareggio, realizzate da bontemponi che vollero prendersi gioco di "esperti" storici dell'arte? Sassi simili possono essere osservati presso la collezione dello scrivente. Sassi simili, modellati con eccessiva precisione e passione, possono essere stati contraffatti volgarmente ed offerti.

III. Eliminati gli aspetti di cui ai punti precedenti, non c'è motivo perché debba ancora presentarsi al pubblico una didascalia al di fuori dal contesto culturale del Museo. Andrebbe pertanto escluso dal testo esposto la seguente espressione: "Dal territorio di Amendolara provengono solo sporadici strumenti in pietra databili al neolitico". La permanenza ulteriore di questo testo spurio può confondere le idee del visitatore e - ancora più importante - ridurrebbe il rigore scientifico della esposizione.

IV. Sarebbe quanto meno necessario eliminare dal Museo archeologico di Amendolara ogni riferimento alla città di Lagaria. In particolare andrebbe esclusa la seguente citazione: "Non facilmente dimostrabile la supposta identificazione dell'abitato di San Nicola con Lagaria, città fra Sibari-Thurio ed Erakleia secondo il racconto di Strabone". Questo imperdonabile errore dimostra la superficialità e il dilettantismo con cui spesso viene oggi affrontata la ricerca.
Mai Strabone indicò l'attuale Amendolara come sito dell'antica Lagaria. Egli, semmai, la indicò - errando ugualmente - come Eracleopoli. Nel suo noto sesto libro, infatti, Strabone dice: "Post Lagariam Eracleopolis est supra mare paululum" (Cfr. Girolamo Marafioti, Croniche et antichità di Calabria, Libro IV, cap.XXV, p.281, Pavia, 1601. Vol. consultato il 13 ottobre 1977 presso la Biblioteca comunale di Reggio Calabria). A questa espressione - autentica ma inesatta - dello Strabone fanno riferimento gli autori successivi al Marafioti. G.Battista Pacichelli, ad esempio, nel suo libro "Regno di Napoli in prospettiva" (Napoli, 1703. Vol. consultato presso la Bibl. naz. di Bari e presso la Bibl. prov. "T.Stigliani" di Matera) scrive: "L'Heracleopoli di Strabone poco sovra il mare dopo Lagaria. O fondolla, habitolla Ercole giusta le agevoli specolazioni del Marafioti (...) ".
Quale altra maggior chiarezza sulla superficialità dello Strabone? Non già Strabone citò Lagaria come sito della antica Amendolara ma Eracleopoli, ugualmente errato ed assurdo. La ricerca archeologica più rigorosa ha ormai accertato da tempo il vero sito dell'antica Heracleopoli. Al rogo quindi il superficiale Strabone e i lettori distratti. Agli studiosi, al contrario, è noto quanto fossero errate e confuse alcune citazioni e stime elaborate dallo Strabone.
Nel corso della sua descrizione, Strabone espresse unicamente e solo per inciso un semplice riferimento geografico, seppure errato. E' noto in quali condizioni venivano compiute le descrizioni dei viaggiatori dell'epoca. I ricordi venivano facilmente travisati. Le descrizioni completamente stravolte. Basti osservare le cartine geografiche d'epoca sull'alto jonio per convincersi dei frequenti grossolani errori di trascrizione dei ricordi, dei racconti e delle cose osservate. Accantonato Strabone e le sue inesattezze, del resto non frutto di un suo studio bensì di una testimonianza inesatta, nessuno ha mai scoperto elementi rigorosi per una pubblicazione scientifica che dimostri l'ubicazione di Lagaria in territorio di Amendolara. Se la ricerca archeologica si fa con gli scavi e non restando unicamente a tavolino è possibile osservare che neppure un piccolo indizio può giustificare l'ulteriore espressione dubitativa "Lagaria?" apparsa sui pannelli espositivi del Museo archeologico statale. Nessuno studioso ufficiale ha mai parlato di Lagaria dopo aver compiuto uno scavo archeologico con cognizioni rigorose.

V. Anche nel dibattito verbale e campanilistico amendolarese su Lagaria si rilevano una serie di inesattezze e contraddizioni.
Strabone scrisse "Post Lagariam Eracleopolis est supra mare paululum". Dalla lettura del suo testo originale si ricava che il suo itinerario procedesse da nord verso sud. Lagaria pertanto doveva essere riferita a un sito a nord della supposta Eracleopoli-Amendolara.
Soltanto una interpretazione fantasiosa fa coincidere Lagaria con il sito di San Nicola. Quando Strabone dice "Post Lagariam Eracleopolis...", ammettendo che Lagaria fosse da identificare in San Nicola, Eracleopolis-Amendolara disterebbe solo un centinaio di metri. Non plausibile che Lagaria ed Eracleopoli fossero così vicine. D'altra parte il sito di Eracleopoli è in ben altro e distinto luogo.
Se poi vengono messe a confronto la espressione originale di Strabone "Post Lagariam Eracleopolis..." e la anonima citazione - ma ufficiale - presente nel Museo ("Non facilmente dimostrabile..." ecc. ecc.) è necessario rilevare:
A) se Erakleia è da identificare con Amendolara perché ubicata un centinaio di metri più a sud di San Nicola, supposta Lagaria, non può essere vero che Lagaria sia al centro fra Sybari-Turio ed Erakleia, ma a nord di entrambi;
B) se Erakleia è da ubicare nella zona di Policoro e risulta confermato l'itinerario nord-sud di Strabone è chiaro che Lagaria sia da ubicare altrove. Non vi sono elementi per ipotizzare un itinerario diretto da sud verso nord. D'altra parte, perché Strabone, riferendosi ad Erakleia, ha necessità di precisare "supra mare..." allorquando anche Lagaria - supposta Amendolara - sarebbe "supra mare"?. Per indicare Erakleia, allora, è probabile che la direzione di arrivo in quell'abitato fosse diversa. Ad esempio dall'entroterra montano. Qui si fanno altre ipotesi che non sono oggetto di questo articolo.
E' necessario tuttavia escludere sia Eracleopoli sia Lagaria da una presunta attribuzione all'area comunale dell'attuale Amendolara.

VI. Uno studio scientifico rigoroso e documentato sui siti dell'antichità venne eseguito e pubblicato con il contributo del CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall' "Unione Accademica Nazionale" e dall' "Istituto di topografia antica" dell'Università di Roma (Siris - Heracleia, Forme Italiae, Regio III, Volumen Primum, Descripsit Lorenzo Quilici, Roma, 1967). Per una identificazione di Lagaria risultano esaurienti le pp. 34-35 e 92-111, pag. 25 e 38 del volume citato. In esse non esiste la certezza ma il ragionamento logico dello scienziato e del ricercatore che opera sui documenti e su scavi, il quale indica in Nocara (ipotizzato anche da Cluverius Ph. in "Italia Antiqua", Leida, 1624) o nei pressi del Monte Coppolo il sito dell'antica Lagaria. Nessuno ha mai contestato questa ricca ed esauriente pubblicazione scientifica, forse opportunamente non divulgata in ambienti non scientifici calabresi. (L'opera fa parte della raccolta documentaria del CSA, Centro Studi per Amendolara e per l'Alto Jonio - nota del gennaio 2016).
Il volume del CNR - ben circostanziato - non tralascia altre ipotesi, seppure meno verosimili riferite a località a sud di Amendolara, di cui lo scrivente si è già occupato in passato. Basta leggere il libro del citato Quilici, pubblicato dalla De Luca Editore e comprendere quanto sia soltanto utilitaristica e sciovinistica la citazione di Amendolara, la quale si basa su una presunta affermazione (mai fatta) dello Strabone. L'autore di questa non verosimile imbeccata offerta ad una studiosa francese (si tratta di J. De La Geniere) fu un medico, dilettante archeologo (il dr. Vincenzo Laviola), eccessivamente abbagliato dall'amore per la propria terra e fiducioso che altri non verificassero la correttezza dei suoi scritti.
Un altro appassionato medico-archeologo di Francavilla Marittima presume di individuare Lagaria nel paese di sua residenza in una pubblicazione precedente all' "annuncio" fatto per Amendolara. Una considerazione divertente è che sui reperti che i pazienti contadini portavano ai loro medici appassionati archeologi, per entrare nelle loro simpatie e grazie, si fosse aperto un conflitto campanilistico fra i due per il primato ed prestigio locale, escludendone il rigore della ricerca scientifica.

VII. Come è possibile che un Museo archeologico dello Stato possa essere così contestato sin dall'inizio nella sua scientificità e allestimento? L'arcano può ora essere decisamente svelato. Due sono stati gli errori imperdonabili commessi. Primo: la fretta di chi ha desiderato ardentemente che proprio nel 1976 fosse compiuta l'inaugurazione del Museo archeologico, atteso da tanti anni ad Amendolara, per farsene un vanto e ricevere meriti. Ma la gatta - proprio quella che fa nascere i gattini ciechi - ci ha messo lo zampino. Secondo: il dilettantismo di chi si occupa di archeologia e, magari, ne fa un proprio illegittimo strumento di potere.
Una dotta precisazione della dr. Elena Lattanzi ha infatti ampiamente chiarito e ben spiegato:

"Abbiamo ricevuto insistenti telefonate da parte del dr. Sisinni e da altri al Ministero per aprire il Museo"

e poi:

"Ci siamo appoggiati talvolta anche a studiosi locali ed a ditte locali e purtroppo la professionalità non è stata adeguata".

Quale maggiore chiarezza? Chiaro ed evidente da chi partirono le segnalazioni e da chi richieste le telefonate ministeriali per inaugurare a tamburo battente il Museo Statale di Amendolara.
Basta visitare il nuovo Museo di Sibari e il suo scientifico allestimento per comprendere che nessuna responsabilità possa essere attribuita ai rappresentanti calabresi dell'archeologia istituzionale. Il Museo di Amendolara non andava aperto perché sarebbe stato ancora necessario compiere una serie di studi. Persone interessate ad altro hanno cercato di incanalare su binari convenienti ed utilitaristici ogni fase che portasse in breve tempo all'inaugurazione del Museo. Museo - così fatto - assolutamente non garantito dai responsabili. Non a caso - e giustamente - il Museo di Amendolara non fu inserito ufficialmente negli itinerari calabresi nell'ambito delle manifestazioni culturali dello scorso anno, in occasione della Mostra "I Greci in Occidente" svoltasi a Venezia nei rinnovati saloni di Palazzo Grassi, aperti su Canal Grande.
Sarebbe necessario che la dottoressa Lattanzi, prestigiosa e decisa Soprintendente archeologico per la Calabria, intervenga con una adeguata e non procrastinabile "revisiònem" dei collaboratori locali, nominati per ereditarietà, i quali incuranti delle critiche esposte continuano con pervicacia a presumere l'originalità neolitica dei pezzi esclusi dalle vetrine e continuano ancora oggi a scrivere sciocchezze sulla storia archeologica di Amendolara.
La revisione della collaborazione locale si rende necessaria non fosse altro perché nell'esposizione di Amendolara sono urgenti, ancora, ulteriori correzioni nel suo allestimento. Sarebbe un peccato che il Museo fosse ulteriormente declassato.

Da questo "Appunto di visita" al Museo archeologico di Amendolara ho tratto il seguente articolo per "Il Quotidiano", anno 3, n. 272, Società e cultura, mercoledì 5 novembre 1997, p. 9.

Rocco Turi

www.amendolara.eu
febbraio 2016



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